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Al di là dei delitti e delle pene

Umberto Galimberti

Si può giudicare pienamente responsabile una madre che uccide il figlio? E un dilemma che riguarda la capacità di “sentire” il bene e il male

Non intende esprimere alcun giudizio sulla madre che la sentenza emessa dal tribunale dice abbia ucciso suo figlio e tanto meno esprimere un giudizio sulla sentenza. Vuole semplicemente tentare di capire come queste cose possono accadere.

  1. Innanzitutto va detto che l’amore materno non è mai solo amore, perché ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. E questo “per natura”, perché nella donna, più marcatamente che nel maschio, si dibattono due soggettività: una rappresentata dal suo “io”, l’altra che la fa sentire “depositaria della specie”. Le due soggettività sono antitetiche perché l’una vive a spese dell’altra. A guardare le cose dal punto di vista del suo “io”, per la donna mettere al mondo un figlio è una perdita secca. Deve assistere alla trasformazione del suo corpo, subire il trauma della nascita, soddisfare le esigenze del neonato che vive e si nutre del suo sacrificio: sacrificio del suo corpo a disposizione dell’allattamento, del suo tempo, del suo sonno, delle sue relazioni, talvolta del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti o dei suoi amori, che non sonounicamente per il figlio. Il conflitto tra queste due soggettività è alla base dell’amore, ma anche dell’odio materno. Se poi si tiene conto che la donna, con la possibilità che ha di generare e di abortire, sente dentro di sé, nel sottosuolo della sua anima, quello che da sempre l’umanità ha considerato il potere assoluto, ossia il “potere di vita e di morte”, non è da escludere che dibattendosi nell’ambivalenza delle soggettività tra loro antitetiche, in un contesto di solitudine come quello in cui sono relegate molte donne – troppo isolate, troppo rinchiuse tra le pareti di casa sempre più spesse che le recingono e le secretano – accada l’evento tragico e spaesante che già Euripide aveva messo in scena in Medea (w. 89-92): «Tenete lontano il più possibile i figli, non lasciateli avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre li guardava con occhio feroce, come se avesse in mente qualcosa».
  1. Per quanto riguarda la capacità di intendere e volere, che per l’ordine giuridico fa la differenza tra il delinquente e il folle, è una categoria ricavata dalla religione: un peccato è mortale solo se compiuto con “piena avvertenza” (capacità d”intendere) e “deliberato consenso” (capacità di volere). Ma l`ordine religioso e quello giuridico non tengono finora conto della “capacità di sentire”, cioè se nel compiere il suo gesto il soggetto avverta una risonanza emotiva della sua azione. Kant diceva che il bene e il male potremmo anche non definirli, perché ciascuno li “sente” naturalmente da sé. Non è sempre vero, e oggi meno che mai. Quando anni fa ebbi l`occasione di intervistare i ragazzi che gettavano i sassi dal cavalcavia sull’autostrada, in loro non si avvertiva alcuna risonanza emotiva della gravità del loro gesto, e di conseguenza in loro non sorgeva alcun giudizio morale. Anche oggi mi piacerebbe sapere se chi molesta gli handicappati, chi svergogna sui social le ragazze, chi dà fuoco ai senzatetto che dormono sulle panchine, “sente” o “non sente”la gravità delle proprie azioni. Mi piacerebbe sapere se soggetti del genere avvertono la differenza tra parlar male di un professore o prenderlo a calci, tra corteggiare una ragazza o stuprarla.

Perché se non avvertono questa differenza, allora sono privi di una facoltà fondamentale che non è né l’intendere né il volere ma il “sentire”. E se questo non viene educato o, se perso, ricostruito, la condotta di quel soggetto, per quanti anni di galera possa fare, non cambierà. Siamo sempre lì. Il grande problema e l’educazione dei sentimenti. Ma chi provvede?

 

D La Repubblica 29 OTTOBRE 2016

 

Il commento

Ripartire dall’educazione

Elisabetta Musi – Ricercatrice di Pedagogia generale e sociale – Università Cattolica, sede di Piacenza

Educare il sentire: un’urgenza denunciata da tempo ma ancora senza una pratica diffusa e sistematica, senza percorsi formativi capillari ed efficaci. È noto che alla trascuratezza della vita emotiva sono da ricondurre disagi e persino tragedie. Ma allora perché questa rimozione è così difficile da contrastare?…

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