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Asili, posti liberi ma troppo cari: i bimbi vanno (gratis) alle materne

Ferruccio Cremaschi


Su 100 famiglie 4 non pagano regolarmente. Crescono le strutture sommerse (P2W) 26/04

Fino a poco tempo fa erano pochi, pochissimi; ora rischiano di essere pure troppi rispetto a chi ne fa richiesta. Nell’Italia di oggi l’asilo nido è un modello tremendamente in crisi. E l’ultima riforma della scuola (di cui il governo ha appena approvato i decreti attuativi), che vorrebbe rendere per la prima volta la fascia zero-sei anni un blocco educativo unico e trasformare il nido da servizio a domanda individuale (offerto a chi lo richiede) in universale, rischia di arrivare fuori tempo massimo.  

Costi altissimi, orari che mal si conciliano con i ritmi lavorativi alimentano un paradosso: un sistema che sembrava sommerso dalle richieste ora sta trovando un suo equilibrio (disastroso, perché raggiunto non aumentando l’offerta ma facendo precipitare la domanda), ed è arrivato all’estremo di non riuscire nemmeno  a riempire quei posti considerati fino a poco tempo fa dannatamente scarsi. L’Istituto degli Innocenti, la più antica istituzione pubblica dedicata alla tutela dei bambini, ha analizzato quel che succede nei cinquanta Comuni più rappresentativi d’Italia: per cento posti disponibili nei nidi le richieste sono 106; il guaio è che tra chi ottiene il posto in 13 rinunciano ancora prima di entrare e altri 6 si dileguano entro tre mesi. Alla fine il 20% dei posti resta scoperto e, per di più, tra chi resiste, il 4% non paga regolarmente la retta.

 

L’equilibrio spezzato 

La crisi si è affacciata qualche anno fa, quando le domande hanno cominciato a scendere. Dal 2011 la spesa dei Comuni per sostenere i costi dei nidi pubblici – cresciuta del 50% dal 2000, fino a superare il miliardo e mezzo – ha invertito la rotta con risultati evidenti: 201.640 bambini iscritti nel 2010, 191.163 nel 2013. Secondo le stime nel 2015 le iscrizioni sono ancora calate del 5% e nel 2016 del 4%. A Roma lo scorso anno le domande erano 1500 in meno rispetto al 2015, a Torino dal 2013 a oggi sono scese da 3.868 a 2.958, meno 23%.

Il cortocircuito si è completato di recente, quando al crollo delle richieste si sono aggiunti gli abbandoni di chi riesce a entrare. Con un dato sorprendente: rinunce e morosità sono più massicci là dove i costi sono più alti e domanda e offerta più corpose, al Centro-Nord (il 27,6% delle famiglie fa richiesta e ci sono posti per 27,1 bimbi su 100) anziché al Sud (domanda al 10,8%, copertura all’8%). Al Nord le rinunce sono il 14%, al Centro il 18, al Sud solo il 7,5; il tasso di morosità oscilla dal 12 al 14% al Centro e al Nord per sprofondare al 3% nel Sud.

La fuga dagli asili nido ha esiti sorprendenti, perché in fondo chi rinuncia a un posto che aveva chiesto dovrà pur trovare un’alternativa. Ogni anno 80 mila bambini nel terzo anno di vita (il 5% della fascia 0-3 anni) entrano prematuramente nelle scuole per l’infanzia, le materne. Vengono iscritti al ciclo scolastico successivo, «che non è concepito per chi ha 2 anni ma ha il vantaggio non trascurabile di essere quasi gratuito per le famiglie», spiega Aldo Fortunati, direttore dell’area educativa dell’Istituto degli Innocenti. Un altro 4%, secondo l’ultimo rapporto Istat, è affidato ad adulti retribuiti. Baby sitter, ma non solo: «È sempre più frequente il ricorso a soluzioni private e non regolate». Asili sommersi? «Strutture private – spiega Fortunati – ad esempio le ludoteche, autorizzate per offrire un servizio a bambini più grandi e con standard di qualità inferiori, ma che, sfruttando gli scarsi controlli, finiscono per ospitare anche i più piccoli». Il fenomeno è poco diffuso nel Nord Ovest (1%) e al Sud (2,8%), di più nel Nord Est (4,5%) e molto al Centro (9%). Infine, segnala sempre l’Istat, del milione e mezzo di bambini sotto i 3 anni, quasi uno su 4 (il 23%) sta con i genitori o viene affidato a un «non adulto». «In questo calderone ci sono i genitori che rinunciano al lavoro o lasciano i figli a minorenni, siano fratelli o vicini di casa».

 

Addio vecchio modello  

Le soluzioni alternative al nido hanno un comune denominatore: bassi costi e flessibilità, parametri che secondo Tiziano Vecchiato, sociologo e direttore della Fondazione Zancan, centro studi sulle politiche sociali, hanno mandato in crisi un modello «irrazionale». «I nidi sono diventati un servizio sclerotizzato, che tutela chi lo produce anziché chi ne usufruisce». Gestione rigida (a partire dagli orari) e «un’ossessione per la qualità del processo (spazi, igiene) che finisce per far lievitare i costi, con differenziali tra regioni e città impossibili da spiegare».

Non sembra aver torto. Il costo è la principale barriera all’accesso: CittadinanzAttiva ha calcolato in 311 euro la retta media mensile di un nido, cifra che oscilla tra i 440 della Valle d’Aosta e i 164 della Calabria. A Roma un posto costa mediamente 208 euro al mese, a Milano 232, a Genova 256, a Torino 356, a Trieste 382. Differenze abissali per un servizio identico che, forse anche per questo, non sta più in piedi.

 

Abbiamo riportato, pari pari, un articolo uscito su “Percorsi di secondo welfare”. Indica molti segnali evidenti, denuncia un malessere diffuso, pone dei problemi reali.

Ma forse, non si pone il “problema”. Se mettiamo sotto la lente di ingrandimento gli altri segmenti dell’educazione (scuola dell’infanzia, scuola primaria e su fino all’Università), ma anche tutta la struttura del welfare o meglio della convivenza sociale civile, la conclusione che si tratti di “servizi sclerotizzati, che tutelano chi li produce anziché chi ne usufruisce”rischia di poter essere generalizzata e estesa in maniera pressoché globale.

È una dimensione che dobbiamo affrontare prima di essere travolti dalla rassegnazione. Manca un pensiero generativo che spazi sulla complessità dei processi.

Non ha senso affrontare temi trasversali all’intera vita limitandoci a guardare un minimo settore senza un’ottica complessiva.

Il Nido è morto se lo guardiamo solo per i due o tre anni cui è rivolto, la scuola dell’infanzia non regge se viene considerata come uno specifico. È tutto il percorso di crescita e educazione che va ripensato nella sua evoluzione. Il bambino è un continuum, non è diverso il giorno in cui passa in un altro ordine si scuola. Sono gli adulti che vogliono difendere la loro tranquillità, lo status quo faticosamente raggiunto per il loro più o meno grande benessere. I bambini sono un “disturbo collaterale”.

La scommessa allora è pensare in modo aperto, assumerci il problema che “questo” bambino di carne e ossa che ci si presenta davanti ci pone oggi. Facendo tesoro dell’esperienza passata senza esserne prigionieri. Ribellandoci alla ricerca continua e minuziosa di sicurezze per cui deleghiamo ogni questione all’Asl di turno o al magistrato. L’educazione non è un territorio autonomo, è lo specchio della società in cui viviamo. E se non siamo capaci di batterci per essere cittadini liberi e responsabili noi per primi, che futuro stiamo costruendo per i nuovi cittadini?

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