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Assistenza o educazione? I bisogni dei bambini come base per pensare ai servizi per I’infanzia


Ida Finzi, psicologa e psicoterapeuta

Ho cercato di pensare al tema di oggi partendo da quello che è stato il mio percorso e quindi dall’angolatura della psicologia dell’infanzia. Ho lavorato per più di trent`anni nei servizi pubblici di Milano nell’area della psicologia materno-infantile; ero prima nei Servizi Medico-Psico-Pedagogici Comunali, poi Ussl poi Asl; ho fatto tutto il percorso dei Servizi Territoriali e ripensando a partire da questa esperienza mi sono venute in mente alcune osservazioni.
Vorrei parlarvene dal punto di vista del percorso di pensiero che era stato fatto da noi operatori dei bambini, psicologi e neuropsichiatri infantili, in quegli anni.
Bisogna andare indietro nel tempo. Io ho cominciato come tirocinante nel ’69 e poi come dipendente, nei Centri Medico-Psico-Pedagogici, dove lavoravano due personaggi assolutamente eccezionali che erano Luciana Nissim e Mariolina Berrini, le due maggiori psicoanaliste per i bambini di quel periodo storico a Milano.
Quindi si disponeva nel Pubblico della più alta competenza nel campo della psicoanalisi infantile che si dedicava, con un impegno politico oltre che tecnico, alla costruzione nella città di Milano di servizi di eccellenza.
Queste erano persone che venivano – devo andare indietro per forza, ma è una storia davvero interessante venivano dal ventennio; avevano studiato, si erano laureate. La Nissim è stata deportata ad Auschwitz e ne è tornata, la Berrini era staffetta partigiana da neolaureata. Raccontavano che dopo la fine della guerra, quando avevano cominciato a mettersi a lavorare, avevano scoperto che esisteva nel mondo, fuori d’Italia, una cultura sui bambini da un punto di vista psicologico e psicanalitico di cui loro non avevano avuto nessuna notizia durante il fascismo.
La loro esperienza è iniziata come pediatre, negli Asili Nido ex ONMI.
Non so se le persone qui sanno queste cose, che a me sono sempre sembrate di grande interesse. Erano Asili Nido assistenziali, anche di fabbrica, che si basavano su una legislazione, che tra l’altro aveva origine alla fine dell’800, di tutela della maternità e di sostegno alle donne lavoratrici, che poi aveva avuto un certo sviluppo durante il fascismo ma soprattutto nella guerra e nel dopoguerra, quando le donne si erano messe a lavorare perché sostituivano gli uomini che erano in guerra.
Erano strutture in cui venivano accolti i bambini delle donne lavoratrici con una certa cura dal punto di vista sanitario, dal punto di vista della cura corporea. Io ho cominciato a fare le mie prime osservazioni in scuola materna agli inizi degli anni ’70; ricordo che c’erano 40 bambini per classe, una maestra unica e i bambini venivano educati per esempio a spostare le seggioline senza fare rumore o potevano versare un cucchiaino di terra in una pianta, che veniva trapiantata, ma uno per volta, e imparavano a stare seduti e zitti.
E negli Asili Nido ex ONMI, dove noi andavamo all’epoca in cui stavamo imparando psicologia della prima infanzia a fare delle osservazioni, e a vedere se c’erano segni di sofferenza psichica in questi bambini, io mi ricordo di bambini che dondolavano, che avevano ritardi del linguaggio, ritardi motori, ma anche di bambini sanissimi che crescevano nonostante tutto.
Le educatrici dell’ONMI erano anche brave, erano persone impreparate ma anche capaci di assistere i bambini e di fare delle cose di buon senso.
Vi sembra una cosa molto antica, ma il cambiamento è avvenuto nel corso degli anni ’70 con una velocità straordinaria.
Vorrei mostrare un collegamento fra ciò che è successo nel processo di modificazione della metodologia dell’educazione e quello che è successo nell’acquisizione di conoscenze psicologiche: da un provincialismo e un’ignoranza straordinarie, all’aver immesso nella cultura psicologica e pedagogica italiana i contributi internazionali sullo sviluppo dei bambini.
Non c’era una Facoltà di Psicologia, noi studiavamo, facevamo dei corsi di specializzazione; non c’erano riviste, non c’erano traduzioni di testi fondamentali. Mi ricordo di essere andata a Parigi e di aver scoperto che vi erano intere librerie di psicologia e di testi base, non erano tradotti, chi
sapeva le lingue se li leggeva e ci sono stati in quel periodo alcuni grandi maestri: Musatti che ha curato la traduzione di Freud, Fornari che ha introdotto la Klein, e via via l’Italia è diventata meno provinciale e ha sviluppato qualcosa di speciale.
A Milano si è cercato di applicare i principi della psicologia della primissima infanzia, chiamando supervisori inglesi, francesi, svizzeri per le strutture educative e non solo per i servizi specialistici di clinica del bambino, dove noi lavoravamo. Siamo andati a collaborare nei primi Asili Nido Comunali; da un asilo che era stato appena aperto nella zona dove lavoravo ci hanno telefonato dicendo “abbiamo bisogno di sapere cosa mangiano i bambini” e noi abbiamo detto “forse oltre che del mangiare servirà che ci parliamo anche di altre cose” e abbiamo cominciato a sperimentare.
C’è stata una sinergia forte fra il nostro’ interesse a fare prevenzione sullo sviluppo psichico dei bambini piccoli e il desiderio delle educatrici di costruire servizi di qualità.
Noi avevamo necessita di spostare la nostra attenzione a un’età sempre più precoce perché eravamo sopraffatti dalle segnalazioni di bambini delle scuole elementari e la clinica del bambino insegna una cosa molto banale: più presto si interviene e più facilmente si riescono a modificare trend evolutivi negativi. È una cosa che anche oggi si sa benissimo, ma non viene praticata; siamo nelle stesse condizioni di avere molte segnalazioni nelle elementari e poche nelle età precedenti.
All’epoca, dicevo, avevamo l’interesse clinico di effettuare interventi precoci e di creare dei contesti di crescita sana per i bambini; le educatrici naturalmente avevano interesse a saperne di più e ad essere sostenute, e questo è un problema fondamentale nel loro lavoro coi bambini piccoli. Lavorare con i bambini piccoli è molto faticoso da un punto di vista psichico; il lavoro con i bambini in una situazione pre-verbale comporta una vicinanza emotiva, delle difficoltà relazionali, tutto il problema del rapporto coi genitori, che necessitano di un sostegno, di un processo di simbolizzazione e di verbalizzazione di quello che succede. E questo non è un lavoro che è fatto una volta per tutte, è un lavoro che va continuato a fare e se le educatrici non possono disporre di questo supporto si creano delle conseguenze di malessere soggettivo e di comunicazione difficile.
Gli stessi anni sono gli anni che hanno visto aprire anche altre strutture importanti, per esempio i Consultori Familiari, che appartengono allo stesso processo culturale condiviso perché, contestualmente, si è pensato allo sviluppo dei bambini, alla loro crescita, ai servizi per le donne che lavorano, che hanno problemi a tenere insieme la famiglia e il lavoro – come del resto hanno oggi – e alla tutela della salute delle donne, delle coppie, della maternità ecc.
Era uno stesso processo di pensiero che si declinava attraverso la conoscenza tecnica e l’applicazione attraverso delle risorse in servizi di alta qualità.
È a questo punto che è avvenuto l’incontro con l’Assessore all’Assistenza Carlo Cuomo, al quale abbiamo chiesto un appuntamento con altre psicologhe dei Nidi di Milano. In quell’occasione ci ha fatto sedere e ci ha detto: “sia chiaro che i nidi sono strutture per le donne che lavorano e non si toccano”. Perché girava la voce che gli psicologi fossero contrari ai Nidi e dicessero che i bambini dovessero stare con la mamma. Anche i Nidi hanno fatto poi un’evoluzione in merito al tempo di ingresso, alle modalità di ingresso. Noi abbiamo detto: “ok ci vanno benissimo i nidi per le donne che lavorano ma vogliamo che siano strutture dove i bambini crescono sani” e da quel giorno abbiamo avuto una collaborazione assolutamente straordinaria.
Si è lavorato per la preparazione di una grande Conferenza di Servizio che ha portato al passaggio dei Nidi dall’Assessorato Assistenza a quello all’Educazione.
La Conferenza di Servizio è stata un modello importante di partecipazione; alle educatrici non è stato imposto niente, ma il progetto è stato discusso ampiamente con loro e quindi è chiaro poi che questo passaggio è stato molto gradito e condiviso e ha visto la loro collaborazione. Questa è la storia che io ricordo.
Vorrei provare a spostare questo tipo di riflessione all’oggi; è difficilissimo. Non entro sul piano politico ma volevo mettere in evidenza due o tre temi attuali: uno è tutto quello che si sta scoprendo attraverso le neuroscienze sullo sviluppo dei bambini, è un campo immenso di grande fascino e interesse che conferma, arricchisce, perfeziona le conoscenze sul modo di come si struttura il cervello dei bambini, il loro potenziale di sviluppo, di crescita, di conoscenza, ed è dimostrato attraverso nuovi strumenti che la relazione costituisce un elemento base per lo sviluppo cognitivo e che lascia delle tracce importantissime per tutta la vita.
Queste ultime ricerche, se mai ce ne fosse ancora bisogno, confermano la delicatezza, l’importanza, l’investimento sul futuro di una relazione corretta, nutriente, con la giusta stimolazione responsiva. È chiaro che chi sta coi bambini piccoli in questi periodi così delicati ha una responsabilità e un’occasione davvero straordinarie e non possiamo lasciarle sole, questo è un primo punto fondamentale.
Il secondo tema, che a me sta a cuore perché adesso me ne occupo molto, sono i bambini stranieri che hanno un’occasione straordinaria di integrazione nel momento in cui entrano da piccolissimi negli Asili Nido e nelle Scuole Materne. I bambini stranieri venendo a scuola tutti i giorni fanno una migrazione quotidiana, cioè emigrano dalla casa di abitazione che ha odori, sapori, colori, lingua, arredamento, oggetti del loro paese, ed emigrano in Italia nella Struttura Educativa che ha odori, colori, sapori, cibi, mobili, giocattoli, lingua di un altro paese.
Questo è il modo con cui si potranno integrare, ma se non pensiamo, non riflettiamo, non sosteniamo le educatrici in questo accogliere tutti i giorni bambini che fanno una migrazione, forse mettiamo anche i bambini e le educatrici in una situazione più di stress che di integrazione.
Allora, la riflessione intorno a queste tematiche – che è cominciata anni fa ma che nel tempo si è complessificata, arricchita anche di ricerca perché abbiamo degli schemi di riferimento – avrebbe necessità di declinarsi nell’operatività di tutti i giorni e dovrebbe essere messa a disposizione di chi, tutti i giorni, ha a che fare con questi bambini e con gli altri.
Questi sono solo due esempi e credo che avendo più tempo si potrebbe riflettere su altri; ma solamente pensando a questi due e riflettendo sul fatto che il periodo 0/6 anni è cruciale per lo sviluppo, è evidente l’importanza di come organizziamo le strutture per i piccoli.
Abbiamo a che fare con la costruzione di possibilità per il futuro sia dal punto di vista della felicità che dell’intelligenza, della capacità di convivenza e non si può far finta che questi problemi non ci siano, non si può continuare a sopravvivere sia pure con la ricchezza enorme che ancora c’è ma che deriva da una gestione precedente.
Devo anche dire che ho un’ammirazione straordinaria per le educatrici e le dirigenti che ci sono nei Servizi oggi e che continuano a tener viva la loro competenza, che ormai non è più alimentata da parecchio tempo da nessun apporto nuovo. Il pensiero intorno a questa materia non può essere sviluppato da soli; la complessità di queste tematiche necessita assolutamente di un pensiero interdisciplinare e collettivo.
Se si lasciano le persone sole, senza aggiornamenti e verifiche di qualità o, come avviene, con scelte privatistiche, non potremo stare al passo con la complessità delle conoscenze indispensabili per far crescere i bambini.

La scommessa dei bambini, Milano, 2008

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Documentazione:

Due importanti progetti di continuità educativa: la formazione con l’osservazione e le sezioni di raccordo nido-materna

Un commento su “Assistenza o educazione? I bisogni dei bambini come base per pensare ai servizi per I’infanzia

  1. Condivido pienamente i concetti espressi.
    Sono fermamente convinta che la formazione sia uno strumento indispensabile per mantenere vivo, attuale e interessante il lavoro con e per i bambini.

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