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Avere un figlio rende felici i papà. E le mamme? Non qui da noi

Uno studio europeo: diventare genitori migliora la vita agli uomini, ma la peggiora alle donne. Tranne dove il welfare funziona.

Federica Cravero

Chiedi a una donna italiana se è felice e di avere un figlio dirà di sì. Prova a chiederle se è più o meno felice di quando il figlio non era ancora nato: vacillerà, e alla fine ammetterà di esserlo un po’ meno di prima. Nessuna tragedia, solo una sensazione vagamente negativa cucita addosso al ruolo di madre che suggerisce di pensarci bene prima di rimanere incinta un’altra volta. Tant’è che il tasso di fecondità si ferma a 1,4 figli. Alle stesse domande invece un padre risponderà che, dopo il primo scossone avvertito all’arrivo del pargolo, il suo livello di felicità è tornato tale e quale a prima.

Naturalmente non in tutte le famiglie è così, ma è questa la situazione media fotografata da una ricerca che Letizia Mencarini, professore associato di Demografia all’università Bocconi, conduce dal 2013 (quando era all’ateneo di Torino) all’interno del progetto Swell-Fer, finanziato con un milione dall’Ue per indagare il rapporto tra benessere soggettivo e fertilità in Europa e sciogliere il dilemma sciogliere il dilemma se i figli danno la felicità o se è la felicità che porta ad avere figli.

Su questo tema il Vecchio continente fornisce risposte molto diverse. Negli Stati meridionali e orientali il legame tra benessere e procreazione presenta una lieve flessione verso l’infelicità, mentre salendo verso i Paesi scandinavi si assiste a un’inversione di rotta. Qui i genitori mostrano di avere un alto livello di benessere legato al momento della ricerca o dell’attesa di un figlio, cui segue un peggioramento nei primi anni di vita. Poi, però, le sensazioni positive tornano e in generale il livello di felicità di madri e padri è più alto rispetto a quando non avevano figli. Madri e padri, dunque, a sottolineare come nel Nord Europa i figli migliorino la vita di entrambi i genitori.

Ovviamente non può non saltare all’occhio che quei Paesi siano quelli in cui le politiche di welfare sono più attente ai bisogni della famiglia. «Ho abitato in Norvegia e mi ha fatto aprire gli occhi su quanto sia maschile l’impostazione del lavoro in Italia – spiega Letizia Mencarini – Qui si fissa senza problemi una riunione alle sei di sera. Là non dopo le due, perché alle quattro madri o padri indistintamente vanno a prendere i bambini a scuola».

D’altra parte la ricerca mostra che la felicità è influenzata anche da fattori sociali, con una corrispondenza tra cultura elevata, fertilità e felicità. Il paper The cultural foundations of happiness, scritto con Pierluigi Gonzo dell’università di Torino, Arnstein Aassve della Bocconi e Giulia Fuochi di Padova, dimostra come siano più felici le società con un forte senso del rispetto e un’alta fiducia negli altri, ma che non vedono l’obbedienza come un valore, come i Paesi del Nord, mentre l’Italia è a metà classifica e al fondo si trova l’area dell’ex Urss.

Solo nei Paesi scandinavi avere un bimbo aumenta il livello di soddisfazione per entrambi i sessi

La felicità, tuttavia, è anche una questione di genere una questione di genere e se i padri a ogni latitudine dimostrano una soddisfazione di vita più alta degli uomini senza figli, per le donne non è così: i sondaggi analizzati da Mencarini in un altro studio, condotto con Maria Sironi dell’università di Oxford e con Arnstein Aassve, confermano come in generale, nei Paesi scandinavi, le donne con figli siano molto più felici di quelle che non ne hanno. In Italia, invece, le madri prese nel loro complesso hanno un livello di benessere leggermente superiore a quello delle donne senza figli, per quanto individualmente affermino che la maternità ha peggiorato la loro vita. Ci sono invece altre regioni europee in cui il rapporto è rovesciato: nel Regno Unito, per esempio, «dove c’è anche un problema di gravidanze adolescenziali da considerare – conclude la demografa – In generale nel nostro studio notiamo che il benessere soggettivo aumenta se il figlio arriva dopo i 30 anni, probabilmente anche per la stabilità economica che si ha a quell’età››.

“Bisogna aiutare le coppie in cui lavorano tutti e due”

Nella decisione di avere un secondo figlio, più che per il primo, assumono un grande peso le politiche economiche. «Il faro di una politica per incrementare la fecondità deve essere l’aiuto alle coppie di reddito, in cui entrambi lavorano. I nostri politici, invece, hanno ancora l’idea di una madre che sta a casa››, è la posizione di Chiara Rapallini, ricercatrice di Scienze delle finanze all’università di Firenze.

Verrebbe da pensare che invece siano da sostenere le famiglie più povere. «Dipende qual è l’obiettivo: se è l’aumento delle nascite, a essere maggiormente frenate sono le coppie con due redditi. Altra cosa sono le politiche di sostegno al reddito, ma vanno tenute ben distinte››.

Quali sono le strade per questo obiettivo? «Si deve pensare a una tassazione diversa; quella attuale penalizza troppo il coniuge che lavora e non lo incoraggia a stare sul mercato. Si devono prevedere sgravi maggiori perle spese per i figli, per esempio babysitter e asili. E gli asili devono essere più flessibili anche, anche come orari».

E il welfare scandinavo? «Mancherebbero le risorse per finanziarlo qui da noi. Invece le altre proposte possono essere realisticamente attuate».

E così importante una politica pro-bambini? «Molto. Sia perché c’è bisogno di forza lavoro giovane che foraggi le finanze pubbliche, per esempio per le pensioni, sia perché un’economia giovane è per definizione più innovativa››.

(f. cr.)

La Repubblica, 17 febbraio 2017

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