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Lo sviluppo professionale docente nei contesti prescolastici

Chiara Urbani

La libertà di scelta, da parte degli insegnanti, rispetto alle competenze da acquisire e potenziare, porta ad una significativa capacitazione dell’azione professionale. A partire da quest’ipotesi si snoda la ricerca triennale presentata nell’articolo che giunge a suggerire criteri per sostenere e garantire lo sviluppo professionale degli insegnanti.

Lingua madre

Arturo Ghinelli

“Do legui is mei che uan”. Quanto dovranno aspettare questi ragazzi, anche quelli nati in Italia, per poter studiare e formarsi in un ambiente non monolingue?

Anton nella presentazione che ha scritto, da condividere con i compagni del gruppo di L2, dice di sè: “Ho 15 anni, sono moldavo, sono in Italia da sei mesi. Faccio la scuola Cavour in 2A. Parlo moldavo, russo e l’italiano, studio inglese e francese. Abito a Modena”.

Gli elementi di stress all’interno della professione dell’educatore/insegnante nel terzo millennio

Enea Nottoli, Lavinia Lombardi, Marco Saettoni

Il lavoro dell'educatore e dell'insegnante negli ultimi decenni ha subito un mutamento epocale, che ha posto la figura al centro non solo di una riflessione pedagogica e contenutista ma anche a quella psicologica.

Eventi significativi hanno mostrato il lento scivolamento verso atteggiamenti portatori di evidenti e indiscutibili segnali di stress, sollecitazione mentale è messa in discussione di molte delle strategie appartenenti ad una pedagogia che probabilmente non esiste più o che, quantomeno ha bisogno di essere integrata e reinserita in una società in continuo mutamento.


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I bambini sono i miei datori di lavoro

Alex Corlazzoli

Quando mi chiedono: “Tu cosa insegni?”, io rispondo sempre: “La vita”.
Le mie materie cambiano di anno in anno perché il precario deve essere sempre pronto a tutto. In cinque anni ho insegnato storia, geografia, informatica, educazione all’immagine, educazione motoria e scienze in quinta, in quarta, in terza e in seconda. Ho fatto l’insegnante di sostegno non specializzato per un bambino di prima elementare affetto da autismo; lo faccio ancora per altri due ragazzini, la cui diagnosi non mi è stata spiegata chiaramente.

(Non) c’era una volta il coordinatore pedagogico

Intervista a Franca Marchesi
di Sandra Lei

Come i servizi per la prima infanzia e la costruzione di una cultura che li sorregge possono essere sostenuti dalla figura del coordinatore pedagogico?

Ritengo che il lavoro del coordinatore pedagogico sia molto importante per il sostegno e lo sviluppo dei servizi. A partire anche dalla mia esperienza personale nei Comune di Bologna, posso rilevare che tale figura si è modificata nel corso del tempo; nei primi anni nei quali sono stati attivati i coordinamenti pedagogici in maniera capillare (gli anni Ottanta, indicativamente) il loro lavoro si svolgeva a stretto contatto dei servizi e supportava gli operatori, sostenendoli nella progettazione e organizzazione del lavoro, nell’inserimento dei bambini disabili, ecc. Attualmente, pur mantenendo, e anzi incrementando questo ambito, l’intervento del coordinatore si rivolge, forse più fortemente che in passato, all’ambito del rapporto con le famiglie caratterizzandosi con interventi e iniziative di sostegno alla genitorialità; questo a fronte delle modificazioni socio familiari che richiedono azioni mirate per rispondere ai bisogni emergenti. Spesso, ad esempio, il coordinatore pedagogico e interpellato direttamente dai genitori che richiedono un confronto per affrontare problematiche specifiche, o viene chiamato in causa dagli educatori per sostenerli nelle relazioni con le famiglie.