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Che cosa si perde con la vittoria del panino libero

Marino Niola

Panino libero o mensa scolastica?

Il dilemma è stato sciolto, almeno per il momento, dal Tribunale di Torino, che ha riconosciuto alle famiglie il diritto di schiscetta, respingendo il reclamo presentato dal ministero dell’istruzione.

Adesso, salvo un diverso pronunciamento della Cassazione, i ragazzi potranno portarsi il pranzo da casa. Per il momento a vincere sono istanze giuste come la sicurezza alimentare e la lotta contro il caro mensa. Ma a perdere sono altre istanze non meno giuste come la «funzione pedagogica, sociale e di educazione alimentare della ristorazione scolastica». Lo ha detto il presidente della Regione Chiamparino.

E non si può dargli torto in quanto a tavola, oltre ai piatti, si condividono anche i gusti. Si fanno esercizi di educazione alla convivenza civile. Alla messa in comune delle risorse e delle esperienze. All’integrazione tra individui che imparano a negoziare la propria identità e i propri gusti per renderli compatibili con quelli altrui.

Il rischio, insomma, è di rendere il pasto in comune non più un momento di unione, ma di divisione. Il che mina alla base un principio fondamentale della scuola, cioè la costruzione dell’uguaglianza. Che significa stesse chances, stessi diritti e doveri.

In realtà l’istituzione scolastica non dovrebbe assecondare tutti, ma dare a tutti le stesse opportunità.

Ovviamente una società può decidere di cambiare la sua mission pedagogica, ma deve essere consapevole che se si prende una certa strada non si cambia solo il menù dei propri figli, ma anche e soprattutto quell’idea di collettività che sta intorno al cibo e alla sua condivisione.

 

Il venerdì di Repubblica, 30 settembre 2016

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