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Che orrore tutta quella femminilità

Elasti (Claudia De Lillo)

“Bellissime” è il libro inchiesta di Flavia Piccinni: un viaggio inquietante fra sfilate e concorsi di bellezza per piccole donne (poco bambine)

UN GIORNO, DA PICCOLA, domandai a mia madre se potessi colorarmi le unghie di rosso. Lei arricciò il naso: «Che orrore!». Sono dovuti passare 40 anni prima che ritrovassi l’ardire di sognarmi fatale comprandomi una boccettina di smalto, l’anno scorso. Il rosso mi sembrò comunque troppo osé, scelsi un azzurro puffo, poco seduttivo ma trasgressivo.

Il sostantivo “orrore” ricorreva spesso nella mia infanzia. Orrore erano le ballerine d’ro su cui volteggiava la mia nemesi, Oriana Persichetti, con i boccoli biondi. Era la Barbie, era il rossetto sulle mie labbra bambine, gli orecchini, il cerchietto per i capelli, il reggiseno del costume quando non c’era nulla da reggere, la femminilità esibita, l’ambizione di sedurre con il corpo e non con la mente.

Non si nasce donne: si diventa. Lo scriveva Simone de Beauvoir, lo sapeva mia madre che mi voleva alla conquista del mondo non grazie al battito delle ciglia ma alla pasta densa di cui ero fatta, sotto la superficie acerba.

La durezza di mia madre non mi ha messa al riparo da un rapporto aggrovigliato con il mio corpo, dall’ansia di piacere, dal senso di inadeguatezza. Da madre di soli maschi, l’omologo femminile dei miei figli mi appassiona. Le bambine di oggi avranno la responsabilità e il superpotere di plasmare il mondo domani. Sono il seme che porterà forma e sostanza alla società che verrà. Cosa facciamo per loro? Ci piace concentrarci sulle bambine ribelli, su quelle che si sognano onnipotenti, che camminano cento metri avanti ai loro coetanei maschi, che quando chiedi loro cosa vogliono fare da grandi, rispondono: astronauta, criminologa e cardiochirurga, però insieme. Ma ci sono bambine che abitano su altri pianeti, ignoti ai più, seppure ben visibili e potenti. Imparano da minuscole l’arte di sedurre, di camminare sui tacchi e di truccarsi, di ammiccare, sognano di diventare modelle o miss, di sfondare nella moda-bambino, un settore in cui l’Italia eccelle, che vale 2,7 miliardi di euro fanno e dove, quando superi il metro e trenta, sei fuori.

Lo racconta con lucidità e sapienza Flavia Piccinni in “Bellissime” (ed. Fandango), un viaggio istruttivo e inquietante tra sfilate e concorsi di bellezza, dietro le quinte delle riviste e delle pubblicità, attraverso i sogni di piccole modelle che dichiarano con il candore dei sei anni: «Mi dispiace peri bambini brutti, perché sono tristi».

Ci sono manifestazioni in cui ai bambini che vi lavorano viene negata persino l’acqua, ci sono madri disposte a investire soldi, energie e l’equilibrio dei propri figli per avere la possibilità che a loro è stata negata, in un transfer crudele in cui l’aspetto economico è quasi sempre irrilevante. Ci sono bambine che a quattro anni si sentono fallite perché non giudicate abbastanza belle, ci sono agenzie che si oppongono a questo sistema crudele e altre che invece ci sguazzano.

L’autrice ha intervistato madri, padri, bambine, bambini, operatori del settore, giornalisti e psicologi. I bambini diventano cosi un prodotto e «se i maschi dichiarano di voler essere bravi perché è di competenze che il loro genere si nutre, le bambine voglio sempre e solo essere belle», spiega.

«Se siamo un paese che crea moda per bambini e veicoliamo nel mondo un’idea, abbiamo delle responsabilità», aggiunge Piccinni, insistendo sulla necessità di aprire un dibattito sull’immaginario che produciamo, sulle condizioni di lavoro dei bambini, sui modelli che presentiamo, sulla società che vogliamo diventare affinché il consumo sia critico e i consumatori, che siamo tutti noi, siano consapevoli.

Claudia de Lillo dal 2010 racconta su D la sua – e nostra – vita di donna, mamma, blogger (nonsolomammacom).

D La Repubblica 19 AGOSTO 2017

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