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Come il nostro cervello gestisce lo stress

Questo breve contributo si propone di fornire alcune basilari informazioni sul rapporto fra cervello e stress ovvero illustrare:

  1. la reazione fisiologica allo stress,

  2. gli effetti sul sistema nervoso centrale degli stress prolungati e ripetuti,

  3. i sistemi di difesa naturali,

  4. che cosa sia possibile fare per prevenire le conseguenze più nefaste dello stress.

Pare quindi opportuno partire da un elemento basilare ovvero dalla definizione di stress. L’etimologia inglese ci porta al concetto di “sforzo”, quella francese (estrece) all’idea di “strettezza, oppressione”; nel linguaggio corrente finisce per indicare sia una condizione di tensione nervosa, logorio interno e affaticamento sia le situazioni o le circostanze che inducono tale stato. Si suole infatti dire sia “sono stressato dall’ennesimo intervento chirurgico” sia “il traffico è uno stress”. In ogni caso ci si riferisce a circostanze ed eventi in cui un qualche cosa turba insistentemente o persistentemente il nostro equilibrio interno. Rispetto a ciò, qual è la risposta del nostro organismo? Di fronte a qualsiasi perturbazione del nostro equilibrio fisico ed emotivo si ha innanzi tutto una reazione che partendo dall’ipotalamo (una delle regioni filogeneticamente più antiche del cervello) coinvolge il sistema ormonale attraverso l’ipofisi e le ghiandole surrenali al fine di immettere nel circolo sanguigno sostanze dette glucocorticoidi (cortisolo, adrenalina) che sostengono quella che Cannon nel 1927 definì la risposta “fight or flight” ovvero combatti o fuggi. Queste sostanze infatti potenziano la risposta muscolare, bloccano i recettori del dolore ed attivano il sistema cardiocircolatorio in modo da consentirci, quando percepiamo una minaccia alla nostra integrità, una risposta di difesa, appunto l’attacco o la fuga. Una volta cessata la minaccia oppure una volta che l’individuo ha valutato di essere fuori pericolo, il sistema si disattiva, il cortisolo e gli altri ormoni dello stress tornano ai valori basali e le reazioni neurovegetative (come ad esempio le variazioni della frequenza cardiaca) si spengono automaticamente.

Un aspetto particolarmente interessante è anche che non è necessaria una nostra consapevolezza della presenza di un pericolo ovvero il sistema di risposta all’allarme entra in funzione anche a nostra insaputa. Più nel dettaglio, rispetto a quanto già illustrato, l’attivazione dell’ipotalamo avviene in seguito ad una informazione sensoriale mediata dalla corteccia cerebrale, la zona più nuova, più nobile del nostro sistema nervoso, il mantello più esterno che riceve tutte le informazioni, le rielabora ed emette le risposte; ebbene, in modo parallelo avviene però anche un’attivazione diretta di un’altra area detta amigdala, un’attivazione che è anche più rapida e che quindi ci prepara alla risposta ancora prima che noi ci accorgiamo della presenza di un pericolo e che può restare in funzione anche quando lo stesso pericolo è cessato. L’amigdala stessa trasmette l’informazione all’ipotalamo che attiverà la cascata ormonale ancor prima che arrivi la stimolazione da parte della corteccia cerebrale.

Fin qui, dunque, tutto normale, evolutivamente necessario per la nostra sopravvivenza: ma in questa sede ci interessa ancor di più capire che cosa accade quando lo stress è prolungato. Già abbiamo accennato che la via amigdaloidea può rimanere comunque funzionante e quindi mantenere una stimolazione continuata del sistema nervoso centrale, ma in ogni caso quali sono gli effetti sul cervello di una cronica esposizione agli ormoni dello stress?

Un primo effetto rilevante è a carico della nostra memoria, in particolare quella relativa ai ricordi recenti. In una ricerca condotta presso l’Ohio University, un gruppo di topi da laboratorio era posto in un labirinto dal quale doveva trovare una via di uscita. Sottoposti a stress ovvero a ripetute incursioni di un topo alfa minaccioso ed aggressivo, queste cavie mostravano maggiori difficoltà a trovare la via di fuga e minori capacità di orientarsi. L’ipotesi dei ricercatori è che lo stress causi una infiammazione a livello dell’ippocampo, area cerebrale deputata alla memoria, alla pianificazione e all’orientamento spaziale: questo processo infiammatorio si caratterizzerebbe per la proliferazione di particolari cellule dette macrofagi, le quali a loro volta bloccano in modo rilevante lo sviluppo neuronale. Questo dato concorda con quanto osservato in una condizione clinica ben nota come la depressione cronica. Se confrontati con soggetti non affetti da disturbi depressivi, le persone che soffrono di depressione cronica o di frequenti episodi depressivi nel tempo mostrano una riduzione di volume dell’ippocampo. Anche in questo caso l’ipotesi esplicativa è legata all’accumulo di gluococorticoidi nel cervello ed al processo infiammatorio.

Ma lo stress prolungato si lega anche all’accumulo intracerebrale di altre tossine legate per esempio al consumo eccessivo di acido glutammico, un neurotrasmettitore che interviene proprio nelle situazioni di maggior impegno. Cosi come l’atleta durante la corsa finisce per accumulare acido lattico e soffrire e bloccarsi per i crampi, se ci sottoponiamo a stress prolungati accumuliamo quindi tossine che alterano le funzioni mentali ed aprono la strada a disturbi d’ansia, alla depressione, ma anche a patologie somatiche come gastriti, disturbi intestinali, aumento della pressione arteriosa e malattie cardiovascolari. Il cervello, peraltro, reagisce utilizzando delle sostanze da esso stesso prodotte e dette genericamente neurotrofine ma può accadere che questa difesa risulti insufficiente in condizioni di sovraccarichi emotivi e di impegno fisico persistenti.

In ambito lavorativo, una delle conseguenze più frequenti dello stress è lo sviluppo di una condizione che negli anni ’70 Freudenberger (1974) definì introducendo il concetto di burnout (bruciato, esaurito,“scoppiato”), inizialmente descritta ed attribuita alle cosiddette professioni di aiuto, specialmente di tipo socio-sanitario ma che costituisce un rischio potenziale per ogni operatore che lavora con le persone, insegnanti, educatori, poliziotti. Maslach e Jackson (1981) definiscono il burnout come una sindrome costituita da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione professionale. Per esaurimento emotivo si intende il progressivo ridursi delle risorse emotive e personali e la sensazione di non poter più offrire sostegno a livello psicologico, mentre per depersonalizzazione gli autori intendono la presenza di atteggiamenti di distacco, cinismo e ostilità nei confronti della gente con cui si lavora. La ridotta realizzazione, infine, riguarda la percezione della propria inadeguatezza al lavoro. Oltre a questa sindrome però non sono infrequenti veri e propri episodi depressivi con difficoltà di concentrazione, sentimenti di tristezza e melanconia, insonnia ed aumento dell’ansia oppure ricorrenti attacchi di ansia con sintomi cardiorespiratori o gastrointestinali.

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