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Come raccontare la paura

Le parole giuste per non turbare i più piccoli.

Da sempre bambini e adolescenti sono stati testimoni silenziosi e impauriti delle violenze degli adulti. Eppure dare loro delle risposte si può. Ad alcune condizioni.

Massimo Ammanniti

Da sempre bambini e adolescenti sono stati testimoni silenziosi e terrorizzati per le violenze degli adulti senza riuscire a darsi delle risposte per quello che succedeva intorno a loro. Anche per molti bambini e ragazzi, che si erano recati pieni di entusiasmo e di eccitazione al grande concerto di Ariana Grande, è sicuramente difficile trovare un senso per quello che è successo, un odio cieco nei confronti della vita, quasi impossibile da spiegare. Ma anche molti genitori si chiederanno come affrontare con i propri figli le notizie che giungono da Manchester: nasconderle per non turbarli oppure non chiudere gli occhi e trovare le parole per far capire loro il dramma che è avvenuto? La risposta è quasi d’obbligo, è inevitabile che i genitori ne parlino con i figli anche perché le immagini del concerto di Manchester rimbalzano da un telegiornale all’altro e le prime pagine dei giornali ne mostrano le foto.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte ad eccidi e violenze che vengono diffusi con un’insistenza quasi ossessiva dalla televisione. Quando ci fu la strage di Oklahoma City nel 1995 in cui morirono più di 100 persone, le televisioni locali seguirono in diretta 24 ore su 24 tutte le fasi della tragedia e dei soccorsi. Gli abitanti della città, compresi i bambini, seguirono impietriti per ore e ore le immagini martellanti dell’eccidio. E quali furono le conseguenze di questa esposizione mediatica?

Nei mesi successivi molti bambini che erano rimasti incollati alla televisione presentavano incubi notturni, stati di ansia e di paura e addirittura sintomi post-traumatici da stress, in modo simile ai bambini che avevano perduto un familiare nell’eccidio. Queste osservazioni ci fanno capire che non solo i bambini che hanno subito direttamente la tragedia, ma anche quelli che l’hanno seguita in televisione possono andare incontro a disturbi di ansia che compaiono e perdurano nei mesi successivi, rendendo difficile il ritorno a una vita più tranquilla. Ma queste ricerche si sono limitate a indagare lo stato psicologico dei bambini senza prendere in considerazione l’influenza dei genitori durante le trasmissioni televisive.

Ma chiediamoci oggi: che cosa devono fare i genitori di fronte alle notizie e alle immagini di Manchester? In primo luogo occorre evitare che bambini, ma anche adolescenti, divengano preda di queste immagini che suscitano una curiosità morbosa, quando ad esempio si assiste alla fuga di ragazzi terrorizzati che si lanciano dalle scalinate e dai palchi dell’Arena per sfuggire al pericolo. E inevitabile che queste scene siano fonte di stress e che attivino forti reazioni emotive difficili da controllare. I genitori, oltre a spegnere il televisore quando ci sono i notiziari, dovrebbero spiegare ai figli che guardare queste scene può generare paura e tensione e che è meglio che siano il padre o la madre a spiegare loro quello che è successo, funzionando come un filtro che selezioni le informazioni trovando poi le giuste parole.

Può essere difficile rispondere alla domanda dei figli, spiegare chi sono i terroristi che hanno colpito i ragazzi e i bambini durante il concerto e perché si sono comportati così. Le risposte devono evidentemente tenere conto dell’età dei bambini e dei ragazzi, mettendo in luce che a volte ci sono delle persone che sono arrabbiata e che odiano gli altri, perché non sopportano come noi viviamo e come noi pensiamo. Per essere più convincenti si può far riferimento a quelle che succede in gruppo fra bambini: a volte un bambino è arrabbiato con i compagni, perché è scontento di sé ed è geloso di quello che fanno i compagni per cui vuole guastare i loro giochi. Questo succede anche fra i grandi, soprattutto quando persone arrabbiata e risentite si mettono insieme e decidono di vendicarsi degli altri, ricorrendo anche alla violenza. Dopo questa spiegazione può essere utile che i genitori tranquillizzino i figli, per fortuna ci sono i familiari che fanno attenzione e li proteggono da questi pericoli. E i genitori non sono soli a proteggerli, ci sono anche i soldati e i poliziotti che fanno la guardia per evitare che i terroristi riescano nei loro propositi.

Nell’affrontare quest’argomento è utile iniziare un dialogo con i figli, cercando di rispondere alle loro preoccupazioni e dando spiegazioni semplici che corrispondano al loro livello di comprensione: solo in adolescenza si possono affrontare argomenti più complessi che chiariscano meglio le radici del terrorismo. Ed è evidente che il dialogo proseguirà anche nei giorni successivi, perché è abbastanza tipico che i bambini assorbano quello che gli viene detto e ne riparlino nei giorni successivi.

Occorre imparare a convivere col terrorismo senza farci sopraffare e paralizzare dalla paura, perché avrebbe conseguenze nefaste sullo sviluppo psicologico dei bambini e degli adolescenti che rischierebbero di vivere sentendosi assediati dalle minacce e dai pericoli. Non vanno sottaciuti i problemi, ma la rassicurazione è fondamentale. Non dimentichiamo chela specie umana è riuscita nel corso della sua storia a sopravvivere ai predatori e ai nemici che volevano distruggerla, anche se oggi ci si trova di fronte a nemici insidiosi che vivono nelle nostre stesse città.

Qualche parola, infine, su quello che può fare la scuola. Gli insegnanti possono senz’altro aiutare gli alunni ricostruendo la storia umana per far comprendere come siano stati affrontati pericoli e minacce che venivano da altri popoli, mostrando come si sia riusciti a sconfiggerli quando la paura non ha preso il sopravvento.

La Repubblica, 24 maggio 2017

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