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Continuità: dal Nido alle Superiori sulla prevenzione della violenza e sugli stereotipi di genere

Loredana Bondi

Pedagogista


(Prima parte)

Una lunga esperienza di lavoro in campo educativo e scolastico mi porta ancor oggi, forse con maggiore determinazione, a credere che chi si occupa di educazione e scuola non possa prescindere da una visione prospettica del sistema educativo, che va al di là del confine della prima infanzia – sicuramente primo tassello che gioca un “ruolo centrale” nella formazione di un individuo – come sosteneva L. Malaguzzi, ma deve necessariamente arrivare all’adolescenza e seguire tutto il percorso formativo scolastico per “attrezzare” le nuove generazioni ad una visione di un mondo da affrontare con la giusta consapevolezza critica, tale da non esserne parte passiva, bensì costruttiva e partecipata.

Molti di noi sono convinti della necessità di questo processo di continuità nell’educare, anche se tutto intorno, a cominciare dagli interventi politici che si susseguono negli anni sull’intero sistema educativo e scolastico, sembra proprio che questo obiettivo non lo pongano affatto. Mi chiedo spesso se questo sia un caso di sottovalutazione e/o incompetenza di chi si occupa di scuola e di educazione, ovvero non vi sia un disegno volutamente frammentato della complessità scolastica, corroborato da sempre minori investimenti economici nella formazione (sia iniziale che in progress) a favore di educatori e insegnanti, in edifici e attrezzature scolastiche adeguate, nell’organizzazione burocratica del fare scuola. Non è un caso che siamo l’ultimo paese in Europa per investimenti nella scuola!

Ma non voglio affrontare, come dicevo, la situazione della gestione generale del sistema educativo e scolastico del paese, mi interessa sostenere piuttosto che le nostre “eccellenze educative” – che esistono – sono sempre state frutto di un fare scuola con una visione politica del mondo in cui viviamo, necessariamente attente ai cambiamenti, alla ricerca di sempre nuove risposte ai bisogni delle nuove generazioni, nonostante le contraddizioni e le difficoltà del sistema e che ancor oggi rappresentano il senso vero dell’educare.

Per quanto riguarda le diverse esperienze che seguo da anni nei diversi ordini e gradi di scuola ho verificato quanto sia indispensabile affrontare il processo educativo come un continuum, ove solo un investimento forte in formazione comune degli educatori e degli insegnanti, degli stessi dirigenti e coordinatori pedagogici, unito ad un costante impegno nella costruzione di una alleanza tra scuola, famiglia e contesto sociale per affrontare insieme il problema dell’educare le nuove generazioni, può risultare produttivo.

Perché è necessaria una info-formazione continua? Le trasformazioni sociali che hanno attraversato gli ultimi decenni hanno contribuito a modificare stili di vita e modalità con cui si esprimono le persone, modificando le stesse competenze genitoriali oltre che degli educatori, delle quali occorre tener conto all’interno della progettualità scolastica, perché fondamentale è la coerenza dei messaggi educativi.

L’obiettivo dev’essere quello di mettere in atto un’alleanza per dare senso al “percorso di vita scolastica” dei bambini poi adolescenti, “disegnando” il loro incontro con un mondo articolato, complesso e contraddittorio da un lato e sorprendentemente pieno di bellezza dall’altro, nel quale possano acquisire un pensiero critico attrezzato per affrontare la complessità, solo se gli adulti educatori saranno in grado di offrire loro in modo coerente la capacità di gestire i processi relazionali e comunicativi oltre che conoscitivi.

 

Oltre alle scuole, anche alcune regioni ed enti locali hanno saputo interpretare questo processo e nel migliore dei casi hanno collaborato con le istituzioni scolastiche, con le Università e con altre agenzie socioculturali del territorio, sostenendo concretamente lo sviluppo di una qualità educativa e scolastica ispirata ad una corresponsabilità del contesto sociale sull’importanza di investire in percorsi di insegnamento-apprendimento continui e diffusi.

Che fare dunque per costruire un percorso che tenga conto anche di questa complessità d’insieme? Nelle ricerche, nelle letture e nelle diverse esperienze fatte in questi ultimi anni ho potuto seguire diverse testimonianze positive sia a livello locale che nazionale. Mi è stato di conforto quanto sostenuto da Edgar Morin nel suo ultimo libro “Insegnare a vivere, manifesto per cambiare l’educazione perché risponde magnificamente a ciò che mi attendo da un serio intervento educativo in continuità. Anzi, per supportare il mio lavoro sono partita proprio da uno degli interrogativi quotidiani che un educatore, un insegnante o un genitore dovrebbe farsi sullo stato d’essere della situazione sociale, delle relazioni, delle conoscenze e soprattutto della capacità dei bambini e dei giovani di acquisire un pensiero critico per affrontare questo mondo globalizzato, sempre più complesso rispetto all’accettazione delle differenze e del rispetto dell’alterità. La risposta non può che essere inevitabilmente quella relativa a quali strategie educative si possono adottare perché le nuove generazioni possano essere in grado di far fronte a situazioni sociali che mai prima d’ora stanno subendo trasformazioni così veloci e profonde, che intaccano stili di vita e modalità con cui si esprimono anche le competenze genitoriali.

Ed è proprio Edgar Morin che richiama all’assunzione di presa in carico del mondo e della civiltà da un lato, e dall’altro alla responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni, indicando la necessità di una vera e propria metamorfosi del contesto educativo nel quale serve un nuovo umanesimo.

È necessaria una riforma della conoscenza del pensiero, un nuovo umanesimo globale che sappia affrontare i temi della persona e del pianeta. I giovani oggi si sentono persi, non trovano le ragioni dell’essere e sono chiamati ad affrontare un compito ancora più ampio: la salvezza del genere umano. Morin sostiene che “hanno una missione grande davanti a loro e dobbiamo educarli ad apprendere e a maturare una conoscenza adeguata ad assolvere a questo compito fondamentale a cui sono chiamati”… Ma come apprendere a vivere? Il nuovo libro di Morin – in un momento particolarmente difficile per il nostro odierno sistema di istruzione – propone ai responsabili politici, agli uomini e alle donne di scuola e ai cittadini tutti, un momento di riflessione attenta sulle natura stessa e sulle finalità che oggi hanno i processi di insegnamento e apprendimento, in una società sollecitata da cambiamenti sempre più rapidi.

Credo non si possa non condividere quanto Morin sottolinea con forza circa la responsabilità che oggi ha un sistema di istruzione e formazione, per garantire ad ogni individuo quell’apprendimento per tutta la vita che è determinante per lo sviluppo culturale e civile per ciascuno e per tutti. Egli sostiene che uno dei limiti dell’educazione attuale è il fatto di non insegnare ciò che significa essere umano, conoscere il carattere complesso della propria identità, delle differenze e dell’identità che si ha in comune con tutti gli altri umani.

A queste riflessioni voglio collegarmi per indicare le linee generali di una proposta di lavoro che ho previsto di affrontare proprio fin dai primi anni di vita, quindi da Nidi e Scuole d’infanzia, poi seguendo nella scuola primaria e secondaria, ovviamente adeguato alle età e al contesto dei formatori, focalizzato sulle rappresentazioni di genere e sulla conoscenza e rispetto delle diversità contro gli stereotipi, sull’importanza della relazione e sulla possibile dipendenza da una comunicazione sostenuta dall’uso e abuso di internet e dei social, il cui accesso è offerto purtroppo in modo indiscriminato fin dalla primissima età. Anche questi aspetti possono facilitare l’innestarsi di fenomeni tanto diffusi, quanto pericolosi come il bullismo, il cyberbullismo, l’isolamento, l’autoreferenzialità fino alla violenza e alla non accettazione delle regole di un mondo che, purtroppo, fatica a cogliere quanto pericolosa sia questa possibile “devianza”. Lo stato di anaffettività e indifferenza che intacca in modo veloce e generalizzato parte delle nuove generazioni dovrebbe far riflettere sulla necessità di utilizzare precocemente coerenti interventi ducativi.

L’opportunità del percorso che ho direttamente seguito è venuta anche dalla adesione e partecipazione a Bandi specifici sulla prevenzione della violenza di genere emessi dalla Regione Emilia Romagna e dal Ministero delle Pari Opportunità e insieme a UDI, in collaborazione

con diverse Scuole di diverso ordine e grado del Comune e della Provincia di Ferrara, altre associazioni territoriali e le stesse Istituzioni Comunali, si è potuto contare su risorse anche non elevate, ma sufficienti per approdare a Progetti di intervento che, come dianzi dicevo, hanno avuto come obiettivo quello della costruzione di percorsi di lavoro sia sul piano della formazione dei docenti e degli educatori, che delle classi, attraverso lezioni interattive e laboratori. Per questo tipo di percorso formativo ho avuto modo di seguire alcune ricerche ben strutturate nelle finalità e metodologie di approccio, oltre che nei contenuti e solo per citarne qualcuna, davvero interessante è stata quella promossa e organizzata dalla Regione Emilia Romagna in collaborazione col Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e il Centro Studi sul genere e l’Educazione, rivolta ai servizi per l’infanzia (Nidi Scuole d’Infanzia, Centri per le famiglie e Centri gioco, educatori domiciliari e famiglie) dal titolo “Stereotipi di genere, relazioni educative e infanzie”. Si tratta di una ricerca realizzata qualche anno fa, ma che offre un prezioso supporto metodologico e nasce dall’esigenza di conoscere come si caratterizzano dal punto di vista dell’educazione di genere, le relazioni tra bambini e bambini e gli adulti di riferimento in famiglia e nei servizi educativi e scolastici. Alcune significative esperienze affrontano il problema in termini di continuità come quella effettuata dal Comune di Siena in collaborazione con scuole di ogni ordine e grado a cominciare dalla scuola dell’infanzia dal titolo “Scuola e genere: percorsi di crescita” e nasce dalla rilevazione di un bisogno manifestato formalmente e informalmente dai vari soggetti educatori insegnanti e famiglie del territorio senese. Molte altre ricerche e progetti realizzati con le scuole nei diversi territori sono molto interessanti e credo che il tema che affrontiamo sia davvero molto sentito.

Credo che l’obiettivo di intervenire secondo una continuità formativa da un lato e di contenuti e metodologie di lavoro dall’altro, su tutto il percorso educativo e scolastico, possa essere più che mai l’elemento più importante da tenere presente, perché iniziando fin dai primi anni di scolarizzazione con un’azione educativa che innesti processi di consapevolezza e rispetto, concretamente agiti, si può prevenire lo sviluppo di quegli atteggiamenti discriminatori, talora oppressivi e violenti nei confronti degli altri che spesso stanno alla base di una serie di stereotipi interiorizzati, in particolare sul piano della diversità di genere.

La diffusione di episodi di violenza nella scuola e nella società è, infatti, sempre più incalzante, per cui ritengo che sia fondamentale agire a livello preventivo per migliorare la comunicazione tra i generi, favorire la gestione e l’espressione dei sentimenti in vari contesti (amicali, familiari, scolastici), potenziare i processi relazionali e comunicativi tra i ragazzi, i genitori e gli insegnanti al fine di prevenire il disagio emotivo-relazionale, promuovere il benessere psicologico nel suo ruolo protettivo e preventivo nei confronti della psicopatologia (ansiosa e depressiva), ancora troppo sottovalutata.

Fin dai primi anni di scolarizzazione l’azione educativa che innesta processi di consapevolezza, di educazione alla relazione con l’altro, alla gestione dell’aggressività, al rispetto delle differenze, può essere dunque l’unica forma di reale prevenzione delle diverse forme di violenza individuale e sociale.

Nella primissima infanzia sarà importante anche approfondire quanto l’uso di internet e del digitale in genere, possa incidere sullo sviluppo psicoaffettivo e cognitivo, oltre sul piano neurologico dei bambini: sappiamo che un uso prolungato di strumenti mediatici, dall’Iphone al Tablet, al PC possono provocare vere e proprie modificazioni nello sviluppo neurale del cervello come scientificamente più studi ci hanno già dimostrato e i dati di questi ultimi anni nell’aumento davvero spropositato di determinati disturbi sul piano, per esempio, della lettura e scrittura oltre che dell’attenzione, rimandano anche ad un uso precocissimo e continuativo del digitale da parte dei piccolissimi. Anche la valutazione di questo aspetto dello sviluppo rientra nel percorso di lavoro sull’incidenza degli stereotipi nei processi di sviluppo.

Tenuto conto di questo, nel percorso sono previsti anche incontri specifici con i genitori in termini di interazione e approfondimento dei contenuti e corresponsabilità sull’analisi dei comportamenti nei confronti dei bambini.

La proposta formativa rivolta agli insegnanti prevede incontri di formazione comune fra scuola d’infanzia e primaria, così come per insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado, quantomeno per la comune presa in carico del percorso in continuità sui temi fondamentali dell’educazione al rispetto delle differenze, alla consapevolezza dell’importanza delle relazioni umane con l’alterità. Naturalmente contenuti e metodologia di approccio vanno via via adeguati ai diversi percorsi formativi rivolti ad educatori e insegnanti, dall’infanzia alla scuola secondaria, oltre che ai bambini e ragazzi, ai quali vanno rivolte oltre che lezioni interattive sui diversi temi con l’ausilio di diverso materiale didattico, anche specifici laboratori creativi (ludico espressivi, grafici, teatrali).

Questa la prima fase di proposta per l’intervento rivolto alla formazione di educatrici/ori e insegnanti che operano nell’area 0-6 anni.

 

 

Percorso formativo proposto alle educatrici di nido e insegnanti delle scuole dell’infanzia per la realizzazione del progetto:

“Prevenzione della violenza di genere – come affrontare gli stereotipi di genere nella prima infanzia ed educare alle differenze”

 

 

Come affrontare gli stereotipi di genere nella prima infanzia

Il progetto mira, nel suo complesso, ad offrire supporto al compito educativo ed è rivolto agli educatori delle scuole dell’infanzia e dei nidi, oltre che ai genitori dei bambini e delle bambine in età pre-scolare. Il progetto è articolato in moduli che prevedono un programma di incontri ed occasioni di approfondimento su varie tematiche considerate di interesse preminente per tutti coloro che sono impegnati, in ruoli diversi, nel coadiuvare la crescita dei bambini e delle bambine. Ingrediente di tutti gli appuntamenti è il valore del mettere in comune l’esperienza, nella convinzione che ciascuno/a possa dare un contributo prezioso alla crescita personale e collettiva.

  

Perché parlare di stereotipi e stereotipi di genere

Con il termine “stereotipo” ci si riferisce a qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone e gruppi sociali; in senso figurato, esso è indicativo di una ripetizione o di una fissità immutabile.

Gli stereotipi, in generale, sono schemi mentali di interpretazione della realtà per categorie. Detto altrimenti, gli stereotipi sono credenze diffuse che attribuiscono alla realtà alcune caratteristiche, prescindendo da ogni conoscenza specifica o esperienza diretta. In particolare, in sociologia, si considerano stereotipi (sociali), quegli schemi di classificazione della società per gruppi di persone connotate secondo determinate caratteristiche che, per generalizzazione, si estendono a ogni membro del gruppo, indipendentemente da quanto confermi o meno ogni eventuale conoscenza diretta. Tale termine è stato mutuato dalle scienze sociali da Walter Lippman, nell’ambito degli studi dei processi di formazione dell’opinione pubblica in cui il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, ma mediato da immagini mentali che di quella realtà, ognuno si forma. Detto in altre parole, gli stereotipi di genere sono quei luoghi comuni condivisi da un determinato gruppo sociale e che connotano “sommariamente” e per differenza identità e ruoli di genere.

L’uso degli stereotipi di genere conduce ad una percezione rigida e distorta della realtà che si basa su ciò che noi intendiamo, per esempio, per femminile e maschile e ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini. Gli stereotipi di genere definiscono la mascolinità e la femminilità sulla base delle caratteristiche e delle qualità socialmente e culturalmente attribuite agli uomini e alle donne.

Essi influiscono nel modo in cui noi, donne o uomini, ci vestiamo, ci comportiamo, ci sentiamo, in una parola come sviluppiamo la nostra identità. In base al sesso biologico che abbiamo alla nascita, famiglia, scuola e società ci propongono abiti, giochi, modelli di comportamento e di relazione diversi e distinti tra loro: i cosiddetti modelli di ruolo di genere. Il ruolo di genere cioè la distinzione tra ruoli ritenuti “tipicamente” maschili e/o femminili, proprio perché determinato e trasmesso a livello sociale, è spesso influenzato da stereotipi cioè da aspettative consolidate riguardo i ruoli che uomini e donne dovrebbero assumere, in qualità del loro essere biologicamente uomini o donne. Aspettative che spesso, purtroppo, finiscono per ostacolare la realizzazione delle potenzialità e delle ambizioni personali ed è proprio nella prima infanzia che vengono a strutturarsi per influenzare tutto il nostro percorso di vita. Ovviamente si tratta della prima evidente differenza che si percepisce fra gli esseri umani, ma il nostro comportamento ne è influenzato fin dalla primissima età, anche se non ne siamo consapevoli. Infatti, il processo di socializzazione all’identità di genere, che prende avvio fin dai primi anni di vita, risulta in buona parte condizionato dal contesto familiare di provenienza, dal gruppo dei pari, dai prodotti mediatici e da molteplici fattori ambientali.

Abbiamo assunto come principio che lavorare sull’identità di genere e sui ruoli di genere per destrutturare gli stereotipi significa dunque lavorare sempre e soprattutto costantemente a livello culturale, educando all’accettazione delle differenze.

Il collegamento con il mondo educativo della scuola è quindi evidente ed inevitabile; alla base non c’è tanto l’idea di veicolare dei precisi contenuti, quanto piuttosto di realizzare quell’educazione alla cittadinanza che ha a che fare con la costruzione di una capacità critica e di pensiero nei confronti del mondo. Senza mirare a voler cambiare la cultura della società attuale, il progetto punta ad un obiettivo specifico: fornire, ai bambini e alle bambine, nonché ai loro insegnanti e genitori, strumenti critici su tematiche di riflessione fino ad oggi non adeguatamente valorizzate, sebbene essenziali per prevenire comportamenti di esclusione, di comunicazione distorta, talora di aggressività e di violenza verso l’altro.

 

Obiettivi

Obiettivo dell’intervento è quello di approfondire temi di carattere psicopedagogico e socio-antropologico per affrontare un’analisi dei modelli di comunicazione finalizzati a facilitare l’incontro e l’accettazione delle differenze da parte dei bambini fin dai primissimi anni di vita.

Per non rimanere indifferenti al tema e approfondire la riflessione sull’identità e le differenze di genere, si propone uno sguardo rivolto alla professionalità degli operatori, per capire innanzitutto all’interno dei collettivi quali stereotipi impliciti (tutti gli stereotipi, culturali, sociali, di genere) orientino le pratiche educative, il linguaggio e le aspettative. Se infatti lo stereotipo è un falso concetto classificatorio finalizzato a semplificare, ridurre e cristallizzare la realtà, piuttosto che a comprenderla nella sua complessità, chi ha una responsabilità educativa all’interno della scuola deve garantire ai bambini e alle famiglie la possibilità di agire nelle scelte progettuali, nello stile comunicativo e nelle relazioni con quell’apertura culturale e quella profondità di analisi che la complessità sociale nella quale viviamo richiede quotidianamente. Occorre cercare di individuare come il genere influenza il rapporto fra identità e alterità che informa profondamente le diversità culturali in ambito educativo con ricadute rilevanti nello strutturarsi nel contesto sociale.

Si farà riferimento ad una pluralità di prospettive disciplinari secondo il tipo di approccio, (psicologico, antropologico e sociale), dove possa emergere la complessità del tema ‘genere’ in ambito educativo, narrando le diverse dimensioni della questione di genere che possono apparire nel rapporto con i tipi di giochi e giocattoli, nelle forme di contenimento della aggressività e nella costruzione dei processi identitari. In ogni società esistono idee precise su cosa significhi essere femmina o maschio, idee che influiscono nel modo in cui tutte e tutti noi diveniamo – ci vestiamo, ci comportiamo, ci sentiamo – donne o uomini (ovvero, sviluppiamo la nostra “identità di genere”). In base al sesso che abbiamo alla nascita, la famiglia, la scuola, l’industria culturale e la società tutta ci propongono abiti, giochi, modelli di comportamento e di relazione diversi e distinti tra loro (“modelli di ruolo di genere”). Anche le storie e le immagini dei social e dei media contribuiscono a diffondere questi modelli e spesso le loro rappresentazioni sono particolarmente stereotipate.

Nel percorso è prevista infatti anche la lettura critica dei prodotti mediali (pubblicità, giocattoli, libri, videogame, cartoni animati, siti ecc.) e dell’immaginario di genere che essi veicolano, dando gli strumenti per lavorare alla loro decostruzione, nel contesto scolastico educativo e familiare.

Si tratta di una “apertura alle differenze”, per cercare di sviluppare nei bambini e nelle bambine la capacità di comprendere e accettare la diversità proprio nell’incontro con l’altro, per sviluppare una propria identità. Lo sviluppo dell’identità è una delle finalità della scuola dell’infanzia e nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo, si esplicita fra l’altro che «alla scuola spetta il compito di fornire supporti adeguati affinché ogni persona sviluppi un’identità consapevole e aperta».

 

Metodologia

Si propone un approccio prevalentemente “non frontale”, di lezioni interattive tentando di definire assieme agli educatori/trici partecipanti, un set di buone pratiche da mettere in campo per favorire nei bambini e nelle bambine lo sviluppo di una coscienza critica sia rispetto alla fruizione dei prodotti mediali e alle rappresentazioni di genere che questi veicolano, che all’acquisizione e rispetto delle differenze. Per mettere le insegnanti a loro agio e comunicare chiaramente gli obiettivi del progetto, si partirà dalla condivisione di un dato molto rilevante: ciascuno/a di noi, in quanto uomo o donna, madre o padre, figlio o figlia, ha esperienza diretta delle questioni di genere, e senza dubbio ha sviluppato una propria idea e sensibilità in merito, anche se non sempre si è trovato/a problematizzare tale esperienza. Ciò avviene perché la società e la cultura che circondano tutte e tutti noi non induce a riflettere su quale sia l’origine delle “regole” implicite che definiscono le differenze nella nostra società. Le educatrici si dovrebbero riconoscere nel proprio sapere e percepire la tensione fortemente “orizzontale” della metodologia proposta. La qualità degli incontri sarà determinata dal grado di interesse mostrato, oltre che dalla loro disponibilità a mettere in comune saperi, esperienze e riflessioni senza pregiudizi e con positiva attitudine al confronto.

 

Strumenti

  • Sono utilizzati diversi strumenti:
  • Approfondimenti teorici sul piano psicopedagogico, sociologico e antropologico.
  • Video mirati con interventi di autori specializzati sui contenuti individuati.
  • Specifici questionari rivolti agli educatori /insegnanti/genitori, rispetto ai temi trattati con report di confronto.
  • Riproduzione di esperienze educativo didattiche.
  • Testi, musiche, giochi e giocattoli da utilizzare con i bambini.
  • Attività specifiche da avviare con le famiglie per sensibilizzare e costruire percorsi di lavoro comune.
  • Impostazione di focus group di lavoro, modalità e tempi di gestione.
  • Individuazione modalità di rapporto con i servizi territoriali relativamente ad interventi di prevenzione comportamenti aggressivi/violenti con analisi delle diverse modalità di intervento.
  • Individuazione modalità di lavoro interne ed esterne alla scuola sul tema da estendere/proporre alle famiglie e alle Istituzioni.

 

Contenuti del modulo formativo

Il modulo base è composto almeno di 3/4 incontri dai seguenti titoli:

 

Primo incontro

1 – GLI STEREOTIPI DI GENERE E IL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE (agli stereotipi)

  • La categoria della differenza, fondante dell’identità del soggetto, riveste un ruolo fondamentale nei processi educativi: fare educazione di genere per prevenire comportamenti discriminatori o violenti.
  • Le molteplici espressioni del disagio in età evolutiva anche in relazione alle caratteristiche di personalità e ai diversi contesti socio-familiari
  • Stereotipi e violenza: quali i passaggi e le responsabilità sociali.
  • Gli stereotipi e i modelli culturali che ci circondano limitano le possibilità di espressione di donne e uomini nell’ambito delle relazioni, degli affetti, della scuola e del lavoro.
  • Come il percorso sull’identità e le differenze di genere riesce a problematizzare la questione degli stereotipi e a decostruirli, esercitando allo stesso modo la provocazione del dubbio, della messa in discussione.

 

Secondo incontro

2 – APPLICAZIONI OPERATIVE

  • Possibilità di intervento sulle culture di genere attraverso l’analisi delle fiabe, di giochi e giocattoli, pubblicità, prodotti mediali e l’immaginario infantile.
  • E vissero tutti stereotipati e contenti… “C’era una volta… e ora?” Il ruolo delle fiabe nell’immaginario infantile.
  • Come prendere coscienza dei condizionamenti sociali interiorizzati attraverso le fiabe e degli stereotipi che esse contengono.
  • Pubblicità, giochi, giocattoli e prodotti mediali per l’infanzia: veicoli di quale immaginario di genere?
  • Il ruolo del gioco oggi: quali i giochi? Quali modi e tempi per il gioco corporeo multisensoriale sia libero che collettivo? Il gioco e la realtà virtuale: quale influenza diretta e indiretta dei giochi virtuali nella riproduzione della realtà sociale in cui vivono i bambini.
  • Le pubblicità di prodotti rivolti all’infanzia come dicono cos’è o dovrebbe essere, cosa saper fare, desiderare, un bambino o una bambina in base al proprio sesso biologico. Le immagini della pubblicità che evidenziano la forte continuità con i modelli proposti agli adulti.
  • Come decifrare gli stereotipi e individuare le strategie di relazione e lettura consapevole.
  • Analisi di testi per insegnare ai bambini la parità di genere.
  • Leggere senza stereotipi: come valorizzare le differenze.

 

Terzo e quarto incontro: Focus Group

 

Temi proponibili nei focus group

 

1a fase riflessiva

  • Che fare? Perché l’educazione fin dalla prima infanzia può divenire strumento di contrasto agli stereotipi di genere.
  • Come attivare la sensibilizzazione nei bambini e bambine nei confronti degli stereotipi e condizionamenti, per accettare le differenze.
  • Come prevenire i comportamenti aggressivi e violenti determinati spesso dagli stereotipi appresi.
  • Quali gli strumenti da utilizzare, le conoscenze, le collaborazioni da attivare a scuola, tra famiglia, fra scuole di diverso ordine e grado, con i servizi territoriali e istituzioni.

 

2a fase investigativa sulle attività svolte a scuola

  • La metodologia adottata dal gruppo di educatrici dovrebbe privilegiare una modalità investigativa che parte innanzitutto dall’osservazione e dall’ascolto dei bambini nella quotidianità, nei contesti di gioco, nei momenti di discussione a grande o a piccolo gruppo.
  • Quali stereotipi di genere sono già diffusi tra i bambini o risentono di una lettura adulta? Come si esprimono?
  • Quale il comportamento dell’educatrice nella decostruzione dello stereotipo? Fino a che punto promuovere e indirizzare maschi e femmine verso altre forme di gioco, per non rischiare forzature?
  • Se lo sviluppo dell’identità di genere è parte più in generale dello sviluppo dell’identità, ha senso pensare e progettare proposte specifiche o risulta piuttosto necessario lavorarci trasversalmente, prestando attenzione alle sollecitazioni fornite dai bambini nella quotidianità ponendo domande e manifestando dubbi, a seconda delle situazioni?

 

Monitoraggio strumenti utilizzati e valutazione dei risultati

  • Analisi e valutazione dei questionari utilizzati e delle risposte dei soggetti interessati ai temi trattati con report di confronto.
  • Analisi critica di video, drammatizzazioni, azioni e attività via via proposte e loro valutazione con specifico report.
  • Analisi e valutazione attività realizzate nel rapporto con le famiglie per sensibilizzare e costruire percorsi di lavoro comune.
  • Analisi gestione focus group, registrazione degli interventi e valutazione livelli di interesse e coinvolgimento nel lavoro di report.
  • Analisi del supporto dei servizi territoriali in materia di interventi di prevenzione con analisi della situazione a livello locale sul tema.
  • Analisi proposte di lavoro interne ed esterne alla scuola sui diversi temi coinvolgenti le famiglie e le Istituzioni territoriali.
  • Valutazione sommativa di tutto il percorso fatto e presentazione ai collettivi, al collegio, al coordinamento, all’Assemblea dei genitori e alle Istituzioni.
  • Il percorso nei suoi contenuti, finalità, modalità di realizzazione e risultati può avere poi una condivisione e continuità del lavoro nell’ambito della scuola primaria. È proprio in questo periodo scolastico che bambine e bambini, incominciano a strutturare in maniera più definita identità, personalità e a sviluppare caratteristiche e capacità individuali: riflettere sulle differenze e sugli stereotipi di genere si pone, quindi, come un’opportunità per progettare un percorso di vita, o un percorso formativo e professionale, sulla base delle proprie inclinazioni e aspirazioni.

 

 

Bibliografia

Testi

Morin E. (2015), Insegnare a vivere, manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Cervi M. (2012), La ragione del cuore, Antropologia delle emozioni, Cantagalli, Siena.

Grossman D. (2010), L’abbraccio, Mondadori, Milano.

Morin E. (2002), L’identità umana, Raffaello Cortina, Milano.

Goleman D. (2011), Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici, Bur, Milano.

Lippmann W. (1999), L’Opinione Pubblica, Donzelli, Roma.

Braga P., Morgandi T. (2012), Il gioco nei servizi e nelle scuole per l’infanzia, Edizioni Junior, Bergamo.

Brembi I. (2014), “Dalla parte delle bambine e dei bambini: un percorso di lettura sul genere di educazione”, in Genere ed educazione: un percorso di lettura e filmografico 4.

Iacono A.M. (2009), “Filosofia coi bambini come esempio del rapporto tra ricerca e politica in un territorio”, in L. Mori (a cura di), Filosofia con i bambini. Il modello ICHNOS, ETS, Pisa.

Carioli S. (2018), Narrazioni digitali nella letteratura per l’infanzia, Franco Angeli, Milano.

Mantovani S., Ferri P. (a cura di) (2006), Bambini e computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia, Etas, Milano.

Chapman G., Pellicane A. (2016), Generazione touch. Come educare i figli allo sviluppo delle relazioni sociali nell’era digitale, Hoepli, Milano.

Ferri P. (2011), Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano.

Ferri P. (2014), I nuovi bambini, Bur, Milano.

Cretella C. et al. (2013), Generi in relazione. Scuole, servizi educativi 0/6 e famiglie in Emilia Romagna, Loffredo Editore University Press, Napoli.

 

 

Articoli e ricerche

Radice G., OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano, Come le nuove tecnologie ci stanno cambiando: la iGeneration, articolo rivista STATE OF MIND – giornale delle scienze psicologiche, 5 aprile 2017.

Regione Emilia Romagna, Assessorato Sviluppo Risorse Umane e Organizzazione, Cooperazione allo sviluppo, Progetto giovani e Pari Opportunità – Assessorato Politiche sociali e di integrazione per l’immigrazione, volontariato, associazionismo e terzo settore, ALMA MATER STUDIORUM Università di Bologna Dipartimento di Scienze dell’educazione, CSGE – Centro studi sul genere e l’educazione, STEREOTIPI DI GENERE RELAZIONI EDUCATIVE E INFANZIA, 2012.

Regione Toscana, Comune di Siena, Provincia di Siena, comune di Monteriggioni, SCUOLA E GENERE: percorsi di crescita, a.s. 2009/2010.

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