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Il diritto all’educazione da 0 anni

Che l’educazione sia un diritto universalmente riconosciuto è un dato di fatto e è esattamente quello che viene affermato nell’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani (ONU, 1948). Ma, nonostante questa affermazione di principio, sarebbe interessante chiedersi: da quale età all’essere umano è effettivamente riconosciuto il diritto all’educazione?

Non è una domanda retorica, perché ogni possibile risposta ha molte implicazioni per i sistemi educativi dei diversi paesi. E a seconda della risposta, cambierebbero, e molto, le politiche educative e sociali che i paesi dovrebbero attuare per rispettare l’obbligo di offrire opportunità educative ai loro cittadini.

Se si cerca la risposta nei testi ufficiali, né la “Dichiarazione dei diritti dell’infanzia” (ONU, 1959), né la successiva “Convenzione sui diritti dell’infanzia” (ONU, 1989), sciolgono il nodo una volta per tutte. Quando si parla di educazione obbligatoria e gratuita nelle fasi elementari l’interpretazione più comune è che il diritto all’istruzione abbia inizio a 6 anni. Tutto ciò che viene prima è come se fosse una “concessione”, qualcosa che viene offerto senza necessariamente essere basato sul riconoscimento di un diritto fondamentale dell’essere umano.

Questo è uno dei maggiori problemi che riguardano una fase educativa molto importante, come il ciclo 0-3, al quale, in realtà, è molto più riconosciuta l’identità del servizio per le famiglie che la funzione di opportunità educativa fondamentale per bambine e bambini.

Quale identità è riconosciuta alle istituzioni per la fase 0-3?

Il pieno riconoscimento dell’identità educativa della fase 0-3 è un argomento che resta da risolvere, in tutti i sensi: a livello politico, a livello sociale, a livello culturale e pedagogico.

A livello politico: è un dato di fatto che la legislazione lascia spazio a interpretazioni molto diverse l’una dall’altra. Guardando, per esempio, alla situazione in Catalogna, c’è una diversità impressionante tra le esperienze che si possono trovare. Non sto parlando delle differenze tra le scuole municipali e quelle gestite dal Dipartimento dell’educazione, perché sarebbe una distinzione estremamente semplicistica. Parlo di una realtà in cui tra le scuole dipendenti dai diversi consigli comunali c’è una serie di differenze che a volte fanno dubitare di essere tutte nello stesso paese. Farò alcuni esempi:

◦ ci sono consigli comunali che gestiscono direttamente i loro Nidi d’infanzia[1] e altri che li esternalizzano, nel migliore dei casi a cooperative di lavoratori, in altri casi a società che hanno lo scopo di produrre profitti per i proprietari;

◦ ci sono consigli comunali che si impegnano all’inclusione dall’età di 0 anni e altri che, di fatto, negano ai neonati la possibilità di andare al Nido d’infanzia, perché non hanno intenzione di riceverli;

◦ ci sono Nidi d’infanzia dove in ogni gruppo di bambini ci sono due insegnanti (coppia educativa), e altri in cui quasi sempre gli educatori sono soli con il gruppo stesso (sempre troppo numerosi);

◦ ci sono municipi in cui i Nidi sono sempre considerati educativi, e quindi non ci sono turni gestiti da personale diverso dal team educativo, mentre in altri municipi il turno del pomeriggio è gestito interamente da team di assistenti assunti da società esterne, spesso senza alcun controllo sulla loro formazione;

◦ ci sono municipi che cercano di rendere il pranzo un’opportunità accessibile a tutti, e altri che sembrano fare tutto il possibile per rendere difficile l’accesso a questo momento importante (conosco realtà in cui il prezzo giornaliero è di circa 10 euro, più di molti menù per gli adulti che vengono offerti nei caffè che sono sulle strade …);

E se lasci la Catalogna, vale la pena ricordare che altre comunità in Spagna (Paesi Baschi, Cantabria, e più recentemente Comunitat Valenciana), per concludere, hanno scelto di incorporare i bambini tra i 2 e i 3 anni nelle scuole dell’infanzia (per me è una “barbarie” che non può essere commentata).

A livello sociale: anche il valore educativo di questa fase non è considerato adeguatamente. La stessa dannata parola che nel linguaggio comune viene usata per identificare queste istituzioni, “asilo nido”, è la testimonianza più ovvia di ciò che sto commentando. E, peggio ancora, è una parola che corrisponde a un’idea così radicata che può essere difficile metterla in discussione.

La verità è che “asilo nido” è una parola che segna le profonde differenze che esistono a livello delle rappresentazioni sociali del significato e della funzione delle istituzioni educative da 0 a 3 anni:

◦ Se essi sono considerati luoghi di allevamento, luoghi che devono esercitare una sorta di sostituzione obbligata di altri operatori (madre, famiglia, …) temporaneamente non in grado di assistere il/la bambino/a (di solito per lavoro), probabilmente la parola “daycare” è la più appropriata. In questo caso potrebbe essere sostituito con altri, apparentemente più “belli”, ma sostanzialmente nulla cambierebbe.

◦ Se, invece, sono considerati (o vi è il tentativo di prenderli in considerazione come) luoghi educativi, luoghi che dovrebbero offrire molte opportunità in senso educativo globale, perché ciò corrisponde a un  diritto del bambino è importante che anche il termine che li identifica renda ragione della finalità.

A livello culturale e pedagogico: anche a questo livello, non è affatto vero che le istituzioni per bambini da 0 a 3 anni sono riconosciute con il pieno valore educativo che meritano. La linea di fondo è sempre la stessa: molti approcci teorici (la maggior parte dei quali si riferiscono a medici o psicoanalisti) ritengono che la scelta migliore per i bambini in questa fascia di età sarebbe rimanere con la madre e/o la sua famiglia.

Pertanto, queste istituzioni non cessano di essere considerate luoghi che devono sostituire l’impossibilità materna o familiare di prendersi cura del bambino per periodi più o meno lunghi.

In questo senso si può anche spiegare il “successo” hanno alcune esperienze alternative alle istituzioni pubbliche, che negli ultimi anni sono cresciute in numero e notorietà con il nome “mothers day” e/o “spazio di allevamento” (due denominazioni che già dicono tutto …). D’altra parte, penso che dovremmo cominciare a capire che genitorialità e educazione sono due processi diversi, complementari e correlati, ma anche diversi. E sono processi che vengono vissuti e svolti in diversi contesti.

Alcuni punti fermi per il riconoscimento dell’identità educativa di 0-3

Cosa ci vorrebbe per riconoscere finalmente il valore e il significato pienamente educativo delle istituzioni per i bambini da 0 a 3 anni? Dal mio punto di vista la cosa più urgente sarebbe:

a livello politico: aggiornare la legislazione attuale in modo che non ci sia tutta quella diversità (in senso non molto positivo) che vige attualmente nel paese;

a livello sociale: attivare politiche di massicci investimenti su questa fase dell’educazione, perché, come gli economisti raccontano “investire un euro nella formazione nelle prime fasi della vita ha un maggiore ritorno in termini di equità educativa che farlo in fasi successive”;

a livello culturale ed educativo: avere come riferimento la migliore cultura costruttivista e sociocostruttivista, la cui idea di bambino competente e in grado di sviluppare attraverso tutte le relazioni che vive (e può vivere), potrebbe aiutare a capire che il diritto all’istruzione da 0 anni consiste nel riconoscere il diritto di ogni bambino a vivere, fin dall’inizio della vita, molte opportunità in diversi contesti (famiglia, scuola, …).

Conclusioni

Penso che il modo migliore per concludere questo testo siano alcune parole di Loris Malaguzzi (1984) che in una singola frase sintetizza in modo ottimale ciò che ho cercato di argomentare: “(…) la scuola del bambino (può iniziare) quando non è più soggetto ai compiti di cura e sostituzione (delle madri, delle donne e delle famiglie)”.[2]

Questo dovrebbe essere il punto di partenza fondamentale per iniziare a creare un sistema educativo 0-3 che sia veramente capace di corrispondere al diritto universale all’educazione di ogni bambino a partire dalla nascita.

 

 

[1] Bressol in catalano

[2] Malaguzzi, L., (1984), L’occhio se salta il muro, Comune di Reggio Emilia, Reggio Emilia

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