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Cuore e pancia

Ferruccio Cremaschi

Q


Se non terremo conto delle conseguenze che potrà avere nel tempo la nostra politica educativa non riusciremo a creare e condizioni perché i bambini possano crescere meglio. Quali misure, per qule scopo, con quali forme di responsabilità, per chi, sono domande che devono interessare ciascuno di noi. (Jerome Bruner)

La caratteristica di questa fase della vita italiana sembra essere legata al provvedimento contingente con ricadute immediate e con una visione senza respiro di prospettiva. Simbolo ne sono gli interventi degli 80 euro o dei 500 euro agli insegnanti, ai giovani. Tutte iniziative che indubbiamente possono far piacere a chi riceve la “mancia” ma che non fanno intravedere un progetto, una visione di sviluppo e di crescita futura.

La stessa caratteristica sembra improntare i comportamenti più generali anche quando parliamo di interventi legislativi e di riforme. L’occhio è piegato sul dito, la luna non attira proprio lo sguardo. Limitando la nostra riflessione allo zero-sei e alle prospettive o alle ricadute che la legge 107 e la delega relativa porteranno (porterebbero) nel sistema dei servizi per l’infanzia, il dibattito, l’impegno, l’attenzione sono monopolizzate dai tecnicismi (importanti, ma riduttivi) delle norme di tipo finanziario e delle competenze sulla gestione delle risorse.

Il nodo è importante, ma forse è solo un aspetto marginale della problematica che ci si para davanti.

Assistiamo a un calo delle nascite e una progressiva decrescita della domanda di servizi. Viviamo e vivremo sull’onda lunga della crisi che ha cambiato modelli di lavoro, abitudini di vita, tempi, mentalità e atteggiamenti delle nuove generazioni. La popolazione che si affaccia ai servizi zerosei è portatrice di culture diverse, di lingue, di mondi ci cui poco nulla conosciamo e ci interrogano a incamminarci su territori a noi ignoti. Gli Enti locali hanno imboccato una strada di dismissioni dei servizi senza un disegno ma inseguendo le urgenze che si presentavano (e si presentano) anno per anno.

Ne esce un quadro frammentato, uno sforzo immane per salvare il salvabile.

Ma che cosa si intende come “salvabile”?

Qui sta il nodo vero di una riflessione che manca. Tutti ci riempiamo la bocca di affermazioni che ruotano intorno a “centralità del bambino”, attenzione al bambino”. Ma il bambino è poco presente nelle pratiche delle politiche.

La preoccupazione è salvare quello che abbiamo costruito nel tempo rispondendo a esigenze di altre epoche. Non riusciamo a staccarci dal passato, dall’esistente per valutare con il dovuto distacco e la necessaria distanza quale possa essere il modello sostenibile e “vincente” per il bambino in una società che è sostanzialmente e drammaticamente cambiata.

In una vita famigliare e sociale che non risponde più ai tempi della fabbrica, che è permeata da flessibilità e mobilità estese, che è in tutti i sensi “meticcia”, che risposta dobbiamo dare ai diritti di bambini e bambine al’educazione e alla cura dalla nascita?

Va ripensato il quadro a monte dell’esistente per incominciare a stendere un progetto a cui tendere partendo dai bambini di oggi e da quelli che possiamo già immaginare saranno i bambini di domani per rendere possibile la nascita di un cittadino che è “quello che avremmo voluto essere e non siamo riusciti a essere”.

Viviamo in un mondo molto segnato dal passato: dal diritto romano, dalle preoccupazioni morali delle religioni, dalla presenza immanente di uno Stato etico che deve prescrivere i comportamenti individuali… e a un livello più immediato dai nodi non risolti del senso dello Stato, dei rapporti tra centro e periferia, da una pratica di sussidiarietà mai approfondita e laicamente definita.

Quando mettiamo mano a rottamazioni, sono sempre operazioni di contorno, ben attente a non toccare l’incrostazione di interessi e di equilibri consolidati nel tempo.

E sono sempre interessi che non rispettano il bambino.

Perché sembra così scandaloso pensare a un sistema educativo zero-diciotto unitario con velocità interne e possibilità di scorrimento anche avanti indietro se necessario, ma che si adattai ai bambini e ai ragazzi che ci sono in quale momento e in quella situazione? Perché non possiamo mettere in discussione i cosiddetti diritti acquisiti degli adulti insegnanti?

Perché dobbiamo discutere su questioni di astratto diritto su chi possa adottare un bambino o una bambina in funzione di categorie astratte e definite e non ci concentriamo sulle modalità con cui un bambino può essere affidato a chi può garantirgli le condizioni migliori per crescere e realizzarsi? In quel contesto in quel momento.

Perché la partecipazione dei cittadini (genitori, famiglie) deve avvenire per delega e non riusciamo a definire forme dirette di assunzione di responsabilità?

Non nascondiamoci dietro l’immediata obiezione: non ci sono soldi. Anche questa è una partita che andrebbe affrontata con atteggiamento libero da vincoli e con grande apertura di sguardi. Mettiamo in fila tutti gli interventi a pioggia, che si sovrappongono tra enti erogatori diversi, che si disperdono in mille rivoli e facciamo due conti. Quanti soldi si perdono per mantenere interventi di ispirazione ottocentesca? Che cosa e quanto potremmo fare con un approccio radicalmente diverso?

Sono questioni non banali e che non si possono esaurire in poche battute. Riusciamo a parlarne? A sollevare un dibattito? A costruire incontri? C’è una citazione di Loris Malaguzzi (che divenne anche il titolo di un Convegno a sua celebrazione) Nostalgia del futuro.

È un sentimento, uno stato d’animo e di pensiero che stiamo perdendo e che non possiamo permetterci di non riportare in primo piano.

Da che parte incominciamo?

I problemi del mondo non possono essere risolti da degli scettici o dei cinici i cui orizzonti si limitano a delle realtà evidenti. Noi abbiamo bisogno di uomini capaci di immaginare ciò che non è mai esistito. (John Fitzgerald Kennedy)

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