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Dare ai figli «cose più grandi di loro»

Elasti (Claudia Di Lillo)

Lo scriveva Gianni Rodari. L’ho preso in parola, e così il mio ragazzo più piccolo ha conosciuto Liliana Segre

Il mio comodino ha tre cassetti. Lì dentro conservo documenti di vitale importanza, biglietti d’auguri, fototessere, orologi rotti, cianfrusaglie, briciole. Il caos regna sovrano, in quelle stratificazioni di memorabilia in attesa di una catalogazione che l’accidia mi impedisce. L’altro giorno, cercando il passaporto, mi sono inoltrata nelle torbide profondità dell’ultimo cassetto in basso e ho trovato un minuscolo volumetto, Pensieri per genitori, di Gianni Rodari. Chissà quanto tempo prima lo avevo cacciato lì dentro.

L’ho aperto a una pagina a caso. «I ragazzi hanno bisogno di quelle che una volta si chiamavano “le cose più grandi di loro”… Hanno bisogno di misurare la loro energia su scala più vasta che non siano la scuola e la famiglia. Hanno bisogno di concepire ideali e d’imparare ad amarli sopra ogni altra cosa… Dai figli, una volta cresciuti, possiamo ricevere due sorte di rimproveri. Potranno rimproverarci di non averli aiutati “a far fortuna”, e sarebbe triste per loro e per noi… Ma sarebbe molto più grave se ci potessero rimproverare di avere dato alla loro vita un orizzonte moralmente meschino». Parole precise e limpide per un interrogativo che, prepotente, bussa alla porta di ogni genitore. Ho fatto abbastanza? Ho mostrato ai miei figli panorami sufficientemente alti, fulgidi e ambiziosi? Sono stata capace di regalare loro sogni e il desiderio di realizzarli? Oppure ho delegato alla scuola, ai nonni, ai libri che forse non leggeranno? Perché è più facile accomodarsi su una quotidianità placida e confortevole che portarli a caccia di cose più grandi.

Cosa vorrei per loro? Una coscienza che li tenga desti, passioni che li accendano, un’idea di mondo, l’energia per cambiare. E poi vorrei che avessero esempi alti a cui ispirarsi e tendere. Così, alla ricerca di modelli, mi sono imbattuta in Liliana Segre che partecipava a un incontro pubblico, a Milano, un sabato mattina. «Andiamo ad ascoltate una signora meravigliosa, sopravvissuta ragazzina ai campi di concentramento, una senatrice della Repubblica, una donna che ha scelto di parlare della sua storia soltanto quando è diventata nonna, dopo 45 anni di silenzio», ho detto a mio figlio minore, che ha nove anni e lo sguardo torvo e diffidente, domandandomi se avessi scelto il modello giusto.

Ci siamo ritrovati in una sala gremita, seduti per terra. Quando lei è entrata tutti si sono alzati in piedi e gli applausi sono stati forti, lunghi e solenni. Lui, gli occhi sgranati, mi ha preso la mano. Liliana Segre, con il talento prodigioso di chi sa trovare strade dirette e luminose anche per raccontare l”inferno, ha parlato della colpa di essere nati, dell’indifferenza, delle finestre chiuse di fronte all’orrore, del male altrui capace di distruggere, di un padre fragile e amatissimo perduto ad Auschwitz, della facilità del silenzio, della voglia di vivere nonostante tutto.

E quando ha finito, mio figlio, che ha la stessa età di Segre quando fu espulsa dalla scuola elementare, ha detto: «Mi è piaciuta tantissimo. Ma proprio tantissimo››. E si è messo in fila, per farsi fare il primo autografo della sua vita.

Qualche settimana dopo, per caso, l’ha riconosciuta in un ristorante. E, con un ardimento che non gli avevo mai visto prima, le si è avvicinato. «Io sono venuto ad ascoltarti, l’altra volta››, le ha sussurrato, le guance rosse e la voce piccola. «Avvicinati››, lo ha invitato lei. Si sono parlati, loro due, per qualche minuto. Quando si sono congedati, lei gli ha chiesto un bacio («Perché sono una nonna›>) e, in cambio, gli ha regalato un esempio, un ideale o, come scriveva Rodari, «una cosa più grande di lui».

Claudia de Lillo dal 2010 racconta su D la sua – e nostra – vita di donna, mamma, blogger (nonsolomamma.com). Il suo ultimo libro è Nina sente (Mondadori).

D 11 MAGGIO 2019

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