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Dare corpo: un titolo e una prospettiva

Ornella Martini


 

Dove, parlando di infanzia e bambini, racconto perché abbiamo bisogno di ripartire dal corpo per essere quello che vorremmo

 

Nei miei contributi precedenti ho raccontato un po’ chi sono, dove vivo e come tutto questo contribuisca a determinare il come e il cosa di ciò che scrivo. Ho concentrato l’attenzione sul tema delle origini della specie umana per riflettere sulla relazione dinamica tra componente organica e componente socio-culturale del processo di regolazione della vita. Questa relazione dinamica presuppone l’unità della vita: naturale-culturale, interna-esterna, fisica-mentale, individuale-sociale; quella che Morin chiama ‘uni-dualità’, supportata e dimostrata ormai da studi e rilevazioni non più soltanto in ambito paleo-antropologico e socio-psicologico ma anche, e soprattutto, neurofisiologico: gli studi sull’interazione corpo-cervello confermano le intuizioni millenarie di approcci olistici di provenienza orientale, dall’India, dalla Cina, ad esempio.

Gli studi scientifici attuali (anche se stiamo parlando di un orizzonte temporale già ampio, diciamo a partire dagli anni Novanta del secolo che ha preceduto il nostro) ci propongono una chiave del tutto diversa per ripensare noi stessi e il mondo, superando ogni scissione provocata nella storia dalla filosofia, dalla religione, dalla psicologia, dalla stessa biologia: i principi sui quali tali ambiti di sapere si sono fondati comportavano il paradigma della separazione tra natura e cultura, corpo e anima, sentimento e ragione, sensibilità e intelligenza, finzione e realtà, e così via. A ciascuno di voi individuare altre delle coppie di opposti sui quali il nostro mondo umano è stato costruito, spiegato, tramandato fin ora e, ahinoi, continua ad esserlo.

Il rapporto tra naturale e tecnologico ha costituito una delle opposizioni più forti che ancora oggi persiste, se non nei fatti nelle visioni della nostra tradizione culturale, animata soprattutto dalla filosofie idealistiche e da visioni religiose, inevitabilmente fondate sul dualismo; più di ogni altro sul dualismo corpo/anima e sensibilità/intelligenza.

Nella prospettiva che m’interessa la relazione tra naturale e artificiale è dinamica e continua, una spirale nella quale la natura diventa cultura e così via: ‘organica’ e ‘socio-culturale’ sono le due dimensioni di di regolazione della vita degli esseri viventi, l’abbiamo già visto con Damasio, con Morin, con studi fondamentali di paleo-antropologia come quelli di Leroi-Gourhan sul rapporto tra mano e bocca, invenzione del linguaggio e scoperta delle interazioni comunicative e sentimentali, e di sociologia del comportamento come quelli di Elias sul processo di civilizzazione come artificializzazione della natura umana, attraverso il progressivo e implacabile apprendimento all’auto-controllo degli istinti e alla sublimazione delle pulsioni.

Siamo il frutto di costanti interazioni tra i due sistemi, quindi ci appartiene tanto la natura quanto l’artificio che la trasforma: questa la ragione fondamentale per la quale tutte le tecnologie devono essere considerate normali presenze all’interno di tale dinamica. In questo modo le studio e le utilizzo. Detto ciò, però, sono anche convinta che, avendo facoltà di discernimento, abbiamo il diritto e il dovere di renderci consapevoli di quel che scegliamo di dire fare e così via.

Faccio parte di un gruppo di lavoro e di ricerca, il Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (https://ltaonline.wordpress.com) dell’Università Roma Tre, i cui attuali cinque membri condividono il medesimo approccio teorico-pratico, e diversi gradi di inveramento di esso sul piano dei comportamenti e delle scelte personali: tra i cinque io sono l’unica donna e la persona più critica e inquieta, per quanto attratta e interessata, sullo scenario attuale. La mia doppia vita in città e in campagna, come ho avuto già l’opportunità di raccontare nel mio primo contributo, “Il cinghiale e la contadina”, su questa rivista, mi offre giornaliere occasioni di riflessione su quello che sta succedendo intorno a noi e dentro di noi.

Qualche giorno prima di Natale 2015 ho pubblicato un libro che s’intitola Dare corpo. Idee scorrette per una buona educazione: ne parlo qui per farlo conoscere e cercare di attivare, sia in presenza che a distanza, riflessioni da discutere sui tanti temi che ho affrontato studiando, ragionando, concretamente lavorando con bambini e ragazzi là, al Fienile di Orazio (http://www.fienilediorazioblog.com/?page_id=2) e, ovviamente, all’Università con gli studenti.

Non ho neppure cominciato a parlarne che già un interessante questione aperta si pone: l’espressione ‘ho pubblicato’ è da intendersi letteralmente: il libro è un e-book ed è stato pubblicato da me in persona in formato digitale sulla piattaforma editoriale di self-publishing Streetlib. A partire da questa pagina, il cui link è https://mybook.is/ornella-martini/dare-corpo-idee-scorrette-per-una-buona-educazione, è possibile acquistarlo al modico prezzo di dueeuroenovantanove (ho già scritto anche su questo qualche nota sul nostro blog, https://ltaonline.wordpress.com/2015/12/15/una-scelta-libera).

Editoria tradizionale e digitale, libro stampato e libro digitale, libertà dell’autore e limiti del mercato, dialogo tra autore-editore-tipografo e lettore-recensore: vedete, anche qui, un’altra volta, s’impongono delle coppie di termini (concetti e pratiche) opposti, che hanno bisogno, invece, di essere ridefiniti in modo nuovo, come noi stiamo provando a fare; con noi altri soggetti, se è vero che l’articolo che state leggendo può essere acquistato e letto sia in digitale che su carta. La tematica, insomma, è interessante e dinamica ma, al momento, intrattabile qui per ragioni di spazio; per ora mi limito a rimandare gli eventuali interessati ai tanti contributi già pubblicati sul nostro blog (https://ltaonline.wordpress.com).

Nel libro ho intrecciato tre dimensioni: la dinamica città-campagna, lo stato attuale della famiglia in Italia, la diffusione della cultura digitale, per ricostruire l’immagine attuale dell’infanzia e le sue condizioni reali, e confrontare le mie idee sull’educazione con questa realtà.

Dal mio ‘cucuzzolo’ ho osservato le famiglie cambiare, i bambini diventare sempre più rari e preziosi, sempre più ossessivamente protetti sotto il rassicurante e ricattatorio ombrello della medicina, in un generale clima di timore, se non di vera e propria paura, che al piccolo ‘cucciolo d’oro’ possa accadere qualcosa di male e di brutto. La letteratura scientifica, soprattutto in campo sociologico e psicologico, conferma la concretezza delle mie osservazioni; le statistiche gridano la più inquietante delle verità: la nostra è una società sempre più vecchia nella quale non nascono abbastanza bambini per poter rinnovare la popolazione; avremmo bisogno, dunque, di accogliere milioni di stranieri migranti per poter pareggiare il conto, più uno per invertire la tendenza da negativa a positiva.

I bambini sempre più rari e preziosi sono per lo più figli di genitori molto adulti, con poco senso pratico, molta paura e alcun senso dell’autorità; sono ‘bambini re’ ai quali i genitori offrono tutto quel che possono, non dicono quasi mai di no, garantiscono un controllo serrato sulla loro vita perché nulla ne turbi la crescita, protetta da ogni rischio di errore, fallimento, frustrazione. Il ‘bambino re’, nell’immaginario parentale, è un campione per natura e tale deve diventare.

I bambini sempre più rari e preziosi, nati e cresciuti in un mondo percepito sempre più pericoloso a causa, soprattutto, dei rischi ambientali e dei conflitti militari diffusi a livello planetario, vengono il più possibile tenuti lontani da ogni rischio, fisico e psicologico, ma, in questo modo, rischiano di più: di restare dipendenti, incapaci di essere autonomi, di affrontare, cioè, l’incertezza e l’errore, l’avventura e la frustrazione, elementi necessari di ogni crescita consapevole, di ogni esperienza portatrice di senso, di ogni apprendimento radicato nella passione.

“Vivere è un’avventura”, scrive Morin in uno dei suoi saggi più recenti, Imparare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, ma perché ciò sia realmente possibile è fondamentale ripensare l’educazione in termini di libertà di movimento, Dewey direbbe ‘esterno’, fisico, materiale, e ‘interno’, del pensiero e della creatività.

La libertà di movimento ‘esterno’ è la condizione perché si sviluppi ricca e armoniosa la libertà di movimento ‘interno’. L’‘uni-dualità’ della condizione umana, unione indissolubile di dimensione organica- naturale e di dimensione artificiale-culturale, corrisponde alla dinamica della libertà ‘esterna’ e ‘interna’; di più, tale dinamica viene confermata scientificamente proprio da studi di ambito neuro-fisiologico come quelli di Damasio e delle équipes che hanno scoperto i ‘neuroni-specchio’ e le loro funzioni. Il corpo e il cervello costituiscono un sistema complesso e dinamico in costante azione reciproca; ogni azione motoria, anche la più semplice, costituisce al tempo stesso un’azione visiva e esplorativa dell’ambiente circostante. La conoscenza e la coscienza di sé e del mondo, dunque, passano dall’esperienza del corpo: tanto più questa è ricca, varia, interessata, appassionata, adattabile, curiosa, libera fuori, tanto più creativa e consapevole, appassionata e libera sarà dentro, nel pensiero e nelle idee della mente, frutto in movimento della dinamica tra corpo e cervello.

Ci sono bambini che evidentemente sanno ciò di cui hanno bisogno e, per fortuna, sono stati messi in condizione di dirlo. “50 things to do before you’re 11 ¾” (https://www.50things.org.uk) è un progetto del National Trust (https://www.nationaltrust.org.uk), importante organizzazione inglese che si occupa della salvaguardia e promozione del patrimonio paesaggistico e storico-artistico della Gran Bretagna. Un comitato di 10 membri maschi e femmine, tra i 7 e 12 anni, ha stilato la lista delle 50 cose che i bambini devono poter fare prima di compiere 12 anni: il progetto è nato come reazione concreta ai risultati di Natural Childhood (https://www.nationaltrust.org.uk/documents/read-our-natural-childhood-report.pdf), studio curato da Stephen Moss nel 2012, pubblicato dal National Trust, corposa e documentata ricognizione sulla vita indoor della gran parte dei bambini inglesi e, quindi, sulla necessità di riconnettere i bambini non soltanto all’ambiente esterno (nel giardinetto sotto casa, per intenderci) ma all’ambiente naturale in senso ampio. Scivolare sul e nel fango, mangiare una mela colta direttamente dall’albero, esplorare una grotta, catturare insetti, accendere il fuoco all’aperto per cucinare, guadare un torrente, giocare nella neve, correre sotto la pioggia: sono alcune delle tante piccole avventure, presenti nella lista del Kid’s Council, che ogni bambino dovrebbe poter vivere per crescere curioso, autonomo, sano, quasi sicuramente, fuori e dentro.

I bambini lo sanno: che vivono sempre di più dentro casa, isolati gli uni dagli altri, spesso con la sola compagnia di strumenti digitali, compagni di ‘avventure’ vivaci e consolanti, finestre interessanti, specchi magici, per guardare sé e il mondo. Non ai ‘devices’ digitali dobbiamo dare la colpa di aver tolto il corpo ai bambini, ma a noi stessi. Siamo noi adulti a dover ritrovare il coraggio di ridare corpo alle nostre idee e azioni educative, magari scegliendo di praticare idee ‘scorrette’, fuori del coro, con sguardo obliquo per cogliere meglio le sfumature di un pensiero aperto e irriverente; così, forse, saremo capaci di sviluppare una prospettiva diversa di buona educazione.

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