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Dopo lo Zero/6 lo Zero/16

Amilcare Acerbi

Formatore, pedagogista


Parole chiave e pensieri per una nostra utopia educativa

Lettera aperta: Cari giovani educatori potreste non condividere …. ma se non siete d’accordo, ditemi che altro perseguite per i prossimi anni.

 

Ora che lo ZeroSei è diventato qualcosa di più che uno slogan credo che per il futuro che dobbiamo costruire e vivere sarà necessario acquisire la determinazione di andare al confronto con gli altri (individui e soggetti) che educano e che amministrano, per realizzare una elaborazione di strategie insieme e interrompere la deriva che sta trasformando tutto il corpo insegnante, di qualsiasi livello e grado, in un esercito di baby sitter e parcheggiatori per giovani e giovanissimi consumisti.

In un mondo complesso le strategie educative non possono articolarsi e durare il tempo di un solo ordine di scuola o peggio di un solo anno scolastico.

E non si tratta di coordinare materie, discipline, verifiche di obiettivi raggiunti; se è vero, come bellamente tutti si beano di sostenere, che la scuola è fondamentalmente formativa, l’educazione ai valori, ai comportamenti, all’essere cittadino consapevole non si esaurisce applicando di volta in volta stili e azioni, spesso improvvisati,anno per anno, scoordinati tra insegnanti e insegnanti.

Per far diventare “cittadini” i bambini e i ragazzi si debbono far conoscere profondamente la città, i luoghi di vita e le istituzioni, ovvero come si articola la società contemporanea, dove affondano le radici delle soluzioni adottate e come si regge l’economia del contesto.

In caso contrario significa che si vuole una scuola separata dalla società. Ovvero uno status privilegiato, dove non ci si assume alcuna responsabilità per il futuro degli allievi. Ruolo inutile e insulso. E purtroppo conversando con gli insegnanti sembra questo essere uno stato d’animo generalizzato.

Per questi e altri motivi più oltre richiamati vorremmo parlare di zero-sedici. Dobbiamo uscire da una logica settoriale che affronta il bambino a fette, che parte dalle strutture consolidatesi nel tempo che rispondono alle esigenze del momento in cui sono nate. La storia dell’istituzione scolastica in Italia è una costruzione a pezzi giustapposti nel maturare dei tempi e della cultura. Proviamo a ragionarne come un processo unitario a partire dallo sviluppo del bambino che non vede fratture al passaggio da un ordine all’altro.

O riusciamo a mettere al centro della nostra riflessione l’unicum dello sviluppo della persona nella crescita, o tradiamo la nostra stessa missione.

Definiti i valori, gli obiettivi, la visione di futuro, ragioneremo poi di edifici, di strutture, di contratti. Mettiamo per una volta al centro il bambino reale concreto, che ci interpella con la sua presenza (anche fisica).

 

Insieme con chi, dunque?

Facciamocene carico noi del settore prima infanzia, quello chiamato alla più consistente rivoluzione culturale e di costume oggi in campo, che sancisce che per i bambini nei primi sei anni di vita è fondamentale uscire da un’idea di assistenzialismo ed è necessario realizzare un accudimento educativo scientifico; infatti è la scienza che ci dice quanto potenziale di apprendimento sia presente in questa età, contro ogni buon pensare che basterebbe ninnare e mantenere pulito e saziato il pupo.

Perciò partendo dal basso e cercando, insegnanti, professori e tutti coloro che in qualche modo del “prendersi cura” dei minori hanno fatto una professione.

Cercarli e invogliarli, per confrontarsi e condividere lo scenario sociale e culturale in cui tutti si opera e opererà; per raggiungere la consapevolezza che fare scuola bene non è necessariamente una questione di soldi disponibili (i produttori di materiale didattico ovviamente tendono a farci credere questo), ma di contesto condiviso e accogliente, dove la qualità della convivenza è frutto di compartecipazione e non di elargizioni.

La scuola deve essere motore di una comunità territoriale di riferimento, di una idea di comunità ampia; né asilo, né sussidio. Così come, invece, è purtroppo la deriva attuale.

Il comparto Zero-Sei deve essere orgoglioso di come nei nidi e nelle scuole dell’infanzia (soprattutto comunali ma pure statali e in concessione) si sia stati accoglienti e accompagnanti con bambini figli di stranieri e i loro genitori, quando non anche bambini con disabilità gravissime (pur spesso in assenza di adeguate preparazioni tecniche e aiuti). Si è stati capaci di reinventare programmi e organizzazioni, insegnando la nostra lingua, realizzando ogni giorno il diritto all’educazione sancito dalla Carta internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. A dire il vero è di soddisfazione scoprire che anche insegnanti della primaria sono riuscite ad accogliere bene, pur nella rigidezza delle regole, o meglio, delle prassi.

È necessario misurarsi e interrogarsi con una visione culturale e politica ampia da cui derivare le scelte e le prassi pedagogiche e relazionali per il futuro.

 

Propongo una piattaforma di obiettivi  e di conseguenti esperienze

 Tutti dobbiamo porci una domanda: sino ad oggi siamo stati in grado di far si che ogni allievo elaborasse una propria idea di futuro, lungo i 16 anni (ben sedici!) di impegno scolastico d’obbligo?

C’è una nuova identità italiana da coltivare? Alimentare consapevolmente la conoscenza reale, effettiva, dei luoghi dove si vive ma anche da dove provengono i bambini, creare occasioni di scambio e di scoperta reciproca tra i genitori, con costanza e con gioia. Usare la fotografia, la musica, l’arte, la cucina, la moda. Alimentare l’immaginario con altro per arginare quello della pubblicità.

Se Europa deve essere … Se Europa deve essere la dimensione del nostro vivere futuro dovremo puntare a diventare bilingui se non trilingui; nelle nostre narrazioni dovranno entrare personaggi, vicende e contesti attribuibili a narratori europei, in primis narratori per l’infanzia degli altri popoli. Dobbiamo diventare curiosi e affamati di Europa.

Abbiamo una missione, o forse tre ….

La prima, far amare l’Italia, farla conoscere bene, a partire dai contesti e dai luoghi simbolo del suo sviluppo ed evoluzione nel tempo (non solo arte, ma anche lavoro, sacrifici, sconvolgimento naturali e di guerra, scoperte e soluzioni geniali). Un’opera di informazione da rivolgere ai genitori tutti, ma soprattutto alle mamme, grandi motori di emancipazione o di conservatorismo.

La seconda, tanto personalmente che come collettivo di operatori, sede per sede, diventare esempio e strumento di equità sociale, di sobrietà, di emancipazione delle persone e dei popoli con cui si entra ed entrerà in relazione.

La terza: i giovani del mondo più povero, di quei paesi soggetti al colonialismo o all’imperialismo di multinazionali di produzione e commerciali, hanno bisogno di conoscenze e di abilità, per affrancarsi dalle povertà e dalle interferenze. I nostri giovani possono trovare in ciò un fortissimo scopo di vita, puntare a cambiare le relazioni, imparando anche di come lo scambio delle merci possa essere trasformato in equo e le conoscenze tecniche diffuse possano innalzare la qualità del vivere di entrambi.

Si tratta di livelli distinti di obiettivi e di conseguenti esperienze, che un’abile regia dei docenti e degli educatori potrebbe progressivamente intrecciare, condividendo con gli allievi ricerca, approfondimenti, sperimentazioni.

Educare alla parità di genere. Il rispetto reciproco deve diventare un gesto e un riflesso automatico dell’individuo. L’affettività va educata ed esaltata come capacità di una relazione “superiore”. Il sentimento di possesso non è “naturale”. La trasformazione dell’amicizia e dell’affetto in amore è una conquista: si deve imparare a dominare la tentazione possessiva, a riconoscerla, a difendersene.

Educare con i genitori. Educare con i genitori e accompagnarli a capire i figli e crescere con loro. Che la coppia sussista oppure no gli adulti che accolgono e vivono coi bambini e coi ragazzi vanno aiutati a conoscerli, capirli, interagire con loro, evitando di diventare schiavi del si e del consumismo para-affettivo. Non è semplice ma è necessario per garantire ad ogni allievo il raggiungimento di un minimo di autostima e di sicurezza; sicurezza che non passa solo attraverso risultati scolastici buoni; anzi, utilizzare giudizi fasulli come compensazioni psicologiche risulta rischioso.

Aiutare i bambini a crescere senza genitori!! Molti genitori vivono “frastornati”, tra loro e coi figli. È grandemente positivo che nelle nuove coppie la relazione sia sempre più frutto e basata sull’affettività anziché sulla convenienza economica, una necessità per la sopravvivenza. Grazie all’emancipazione della donna e al suo pensarsi indipendente dal maschio il legame utilitaristico si è molto affievolito. Nella realtà odierna il legame affettivo nella maggior parte dei casi non dura a lungo. L’affetto va educato e alimentato perché i figli non sono automaticamente un collante sufficiente. Anche una strategia “scolastica” può essere utile ai bambini per raggiungere un equilibrio e una sufficiente autostima: quella parte di insegnanti che in prima persona vivono situazione analoga potrebbe fare di sé ricercatore ed esempio. La sfera dell’affettività in una realtà che sempre più vive solo di connessioni e rapporti virtuali e a distanza non può restare fuori dalla riflessione educativa.

Dominare o essere dominati? Dominare o essere dominati dal digitale e dalla robotica? La confidenza con la dimensione virtuale va seguita, educata, praticata. Compensata con equivalenti esperienze di realtà, verso cui accrescere la sensibilità di ciascuno. Dovrebbe essere una ricerca quotidiana progressiva con cui sperimentare la trasformazione dei contesti in cui si vive e opera.

Creativo sì, ma anche critico …. Creativo sì, ma per il mondo e per le persone, non per il potere. La capacità creativa è necessaria per ottenere benessere fisico e spirituale; dunque va esercitata, alimentata, valutata e resa utile in ogni contesto di vita quotidiana, individuale, comunitaria, sociale. Non è un processo da lasciare solo allo sviluppo spontaneo e personale.

La solidarietà e la sobrietà si imparano. Esse vanno scoperte ed esercitate nel percorso di crescita, praticate, incoraggiate. Ogni comunità scolastica dovrebbe offrire occasioni, riconoscerne la pratica, valutarle e premiarle. Non possiamo evitare di misurarci con principi etici e non fornire capacità di lettura critica ai nostri allievi prima che entrino nel mondo del consumo, degli adulti, del lavoro.

 

Conclusione operativa

Come perseguire e imparare tutto ciò? Non aspettiamo che le Università formino autonomamente i prossimi educatori. Sfidiamo le Università perché si preparino a colloquiare su questi temi e su di essi sviluppino ricerca, supportando i contesti scolastici ed educativi di chi sceglie di sperimentare, interagendo anche dove si presentano problemi nuovi o nodi teorici da superare.

Su ognuno dei punti elaboriamo percorsi pluriennali di confronto e di approfondimento; accumuliamo esperienze su cui riflettere per farne strumenti di avanzamento.

Conquistiamoci il tempo “professionale” e “retribuito” per questa formazione. Oppure regaliamocelo, per evitare frustrazione e rabbia autolesionistica.

Per contribuire allo sviluppo della società, di una società eticamente corretta, per accompagnare i bambini nel futuro, non basta volgere lo sguardo al passato o chiudersi nell’aula pensando che il compito sia quello di dare una “astratta formazione alla persona”: oggi è necessario interrogarsi costantemente verso quale futuro spingono la tecnologia, la politica e chi detiene il potere economico e dentro queste tendenze educare gradualmente alle consapevolezze.

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2 commenti su “Dopo lo Zero/6 lo Zero/16”

  1. Gent.mo prof. Acerbi,
    come forse ricorderà ci siamo conosciuti durante il Convegno Educazione Terra Natura a Brixen. Sono Cristina Lelli, da anni vivo e lavoro a Vienna dove, con pieno supporto della prof.ssa Dozza, oltre alla mia attività di ricerca, in questi anni ho coordinato un programma di collaborazione scientifica tra le Facoltà di Scienze della Formazione di Unibz e Univie. Quest’anno il programma ha avuto come punto di rilievo la creazione di una Winter school congiunta tra le due Facoltà. A novembre ci rivedremo a Bressanone dove sono coinvolta nella II sessione sulla ricerca con/per i bambini a scuola e in natura.
    In questi giorni ho riletto la sua lettera aperta su Zerosei. Ho apprezzato molto la sua apertura e tolleranza anche a commenti “non in linea”.
    Condivido pienamente con lei la necessità di dare a bambini e ragazzi cittadini una profonda conoscenza dei luoghi dove vivono e delle istituzioni che li regolano nel loro sviluppo storico.
    Il mio ambito di ricerca principale è lo studio del mentoraggio, soprattutto come categoria pedagogica. Il mentoraggio è tracciare una strada da percorrere e ripercorrere prendendo ogni volta deviazioni diverse.
    Rispondo al suo appello con una osservazione: se “Europa deve essere e dobbiamo diventare affamati e curiosi di Europa” a mio avviso bisogna anche insistere affinché i pedagogisti ed i formatori abbiano la capacità di trasmettere una dimensione internazionale.
    Vedo nel mio lavoro l’importanza di avere guide inserite in società e paesi diversi dall’Italia. Allo stesso tempo l’apertura internazionale del formatore ritengo non debba essere l’anticamera e il momento preparatorio per una ulteriore emigrazione qualificata. Trovare questo equilibrio è, a mio avviso, una delle sfide pratiche con cui si confronta l’insieme degli apparati formativi.

    Un’altra sfida è trovare delle modalità di formazione che recepiscano la struttura del rapporto diretto mentor-mente, specie nei sistemi formativi che non lo riconoscono o lo riconoscono di fatto con forme
    ibride basate sulla prassi.

    Sono solo spunti e la ringrazio moltissimo per la sua iniziativa, davvero molto interessante.

    A presto e cordiali saluti,

    Cristina Lelli

  2. Collegno, 04 gennaio 2019

    Condivido in gran parte le considerazioni e, soprattutto, le indignazioni per lo stato in cui versa l’educazione sia nell’ambito scolastico che in quello familiare, anche se non mancano insegnanti e genitori che rendono conto della necessità di mediare tra le caratteristiche spontanee dei figli e le istanze ambientali, in nome di criteri valoriali di alto profilo umano e civile. Le questioni sono complesse e necessiterebbero di tempo e spazio per una ricognizione approfondita. Mi sembra, in ogni caso, possa rappresentare un contributo per ulteriori riflessioni riferirmi alla mia attuale attività di pedagogista con l’incarico di giudice minorile.
    Tale incarico mi consente di confrontarmi con adolescenti, genitori, affidatari, servizi sociali, psicologi e neuropsichiatri, insegnanti, educatori, avvocati e magistrati, per cercare di comprendere i comportamenti difficili di tali adolescenti e per progettare il loro futuro. Ancora più significativo è l’ascolto delle coppie che presentano domanda di adozione e che hanno concluso l’anno di preadozione. In tutti i casi emerge la considerazione relativa al fatto che le azioni educative trovano fondamento in alcune idee generali quali quella di adulto che vive in un preciso contesto culturale e politico, di bambino o ragazzo che cresce in un determinato ambiente connotato socialmente ed economicamente, idee che, confrontate con un orizzonte più ampio di valori e ideali, comportano delle discriminazioni e delle scelte, affinché non siano predominanti esclusivamente gli interessi o l’utilità momentanea o la moda o le manipolazioni di vario genere. Come giudice minorile mi trovo molto spesso, e con piacere, nella situazione di progettare con gli adolescenti il loro futuro investendoli di responsabilità, quella responsabilità che i genitori non hanno preteso, accontentandoli in tutto ed assecondandoli in ogni desiderio. Un’altra situazione che vivo con piacere è quella della decisione, che risulta dal confronto con gli operatori, dal confronto con i colleghi, dalla stesura del provvedimento e dal chiarimento dello stesso agli operatori per trovare le soluzioni che , attraverso le prescrizioni ai genitori e ai vari servizi, accompagnino il minore nella sua crescita, ponendogli dei “contenimenti” e attivando delle “cure”.
    Sto seguendo alcuni casi di ragazze che attualmente sono in comunità per conflitti con i genitori, ragazze che sono molto brillanti negli studi e quindi hanno un buon rendimento scolastico, ma che sono fragilissime dal punto di vista affettivo e relazionale in generale, tanto da ricorrere ad autolesionismi o a comportamenti estremamente oppositivi. Gli approfondimenti psicologici mettono in evidenza dei familiari poco “attrezzati” nelle dinamiche emotive, molto richiedenti nelle prestazioni scolastiche e dediti a molte attività professionali per incrementare i guadagni. Gli insegnanti assecondano tali pretese prestazionali e sfugge loro il fatto che le ragazze non sanno affrontare frustrazioni ed eventuali insuccessi, sono molto competitive, sono incapaci di empatia e di condivisione.
    Ridare attenzione al processo educativo quale fondamento di ogni formazione presente e futura è quanto mai urgente ma necessita una convergenza tra tutti coloro che hanno responsabilità educative in quanto le istanze economiche e consumistiche sono fortissime, nell’ambito politico prevalgono interessi e tornaconti, tanto da indebolire chi vuole esercitare con serietà e con impegno tali responsabilità educative. Milva Capoia

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