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Duetto di visi

Tratto da Diario di un bambino di Daniel N. Stern

Il mondo delle relazioni sociali immediate: Joey a quattro mesi e mezzo

Quali sono i processi che guidano gli scambi tra adulto e bambino piccolissimo, fondamenta della nascita dell’interazione sociale e base del processo di attaccamento?

Essere un buon genitore o adulto di riferimento dipende in gran parte dalla capacità di cogliere e rispondere ai segnali del bambino e sapere quando è il momento di modificare il proprio comportamento.

 

Concetti chiave nel brano di Stern:

  • la “danza” delle primissime interazioni sociali tra adulto e lattante
  • processi d’identificazione e contagio emotivo nel lattante
  • il contatto di sguardi
  • la capacità dei lattanti di cogliere i segnali comunicativi
  • il sorriso sociale: il “gioco” delle alternanze e turnazioni tra adulto e bambino
  • le regole intuitive dell’interazione: l’equilibrio, le variazioni e il controllo dell’intensità delle stimolazioni da parte dell’adulto
  • gli errori necessari

 

9.30 del mattino….

Joey è seduto sulle ginocchia della mamma e la guarda.

Lei lo fissa attentamente, senza un’espressione particolare, come se fosse preoccupata o assorta: in chissà quali pensieri. Dapprima lui studia i vari elementi del suo viso e infine la guarda negli occhi.

Rimangono a fissarsi a lungo, in silenzio, quindi la mamma accenna a un sorriso e Joey è lesto a sporgersi in avanti e a sorridere a sua volta. Ora sorridono entrambi, o meglio, si scambiano tutta una serie di sorrisi.

Poi la mamma dà il via ai un`interazione giocosa: atteggia il viso a un’espressione di sorpresa e si sporge fino a toccare col proprio naso quello di Joey, mentre intanto sorride ed emette dei vocalizzi. Joey esplode in una risata, però chiude gli occhi quando i loro nasi si toccano; poi lei si ritrae, resta immobile un attimo, per accrescere la tensione, quindi si sporge di nuovo a toccargli il naso. La sua voce e il suo viso sono sempre più allegri c scherzosamente minacciosi. Questa volta Joey è teso ed eccitato, il sorriso gli si gela sulle labbra e il suo viso esprime un misto di piacere e paura.

La mamma sembra non aver notato questo mutamento e, dopo un’altra pausa, torna a toccargli il naso col suo per la terza volta. sempre più allegra, esclamando anche “oooohh!”. Il viso di Joey si contrae, il piccolo chiude gli occhi e gira la testa. La mamma capisce di aver esagerato e pone fine a sua volta all’interazione. Resta per un attimo immobile, poi gli sussurra qualcosa con un dolce sorriso. Joey accetta di riprendere il contatto.

Entro nell’universo del suo viso. Il volto e i suoi lineamenti sono il cielo, le nuvole, l’acqua. Il brio e la vivacità di lei sono l’aria e la luce. Di solito è un’esplosione di giochi d’aria e di luce, ma questa volta, quando vi entra, quel mondo è opaco e immobile. Sono immobili le linee curve e i volumi rotondi del suo viso. Dov’è lei? Dov’è finita? Ho paura. Sento il gelo di quella immobilità insinuarsi dentro di me. Mi guardo attorno alla ricerca di una scintilla vitale a cui aggrapparmi.

E la trova. Tutta l’animazione è concentrata nel posto più dolce e ricco di energia del mondo: i suoi occhi.

Essi mi trascinano sempre più giù, verso un mondo lontano. Alla deriva in questo mondo, mi lascio cullare dai pensieri che increspano lo specchio limpido dei suoi occhi. Fisso lo sguardo nelle loro profondità. E là sento scorrere le correnti selvagge e invisibili della sua eccitazione. Risalgono impetuose da quelle profondità e mi trascinano con sé. Io le invoco. Voglio rivedere la vita sul suo viso.

A poco a poco la vita rifluisce sul suo volto. Il cielo e il mare si trasformano. La superficie ora scintilla luminosa. Nuovi spazi si schiudono. S’innalzano archi fluidi di luce. Piani e volumi danno inizio alla loro lenta danza. Il suo volto diviene una brezza leggera che mi sfiora, accarezzandomi. Mi animo. Spiego le vele a quel vento e 1ibero la danza che è dentro di me.

Adesso giochiamo a inseguirci. Lei soffia sullo specchio d’acqua che mi circonda e che si increspa danzando alla sua brezza. Scivolo su di esso guadagnando velocità eccitato. Uscendo dal raggio d’azione della sua brezza, costeggio soletto in acque profonde e tranquille. Mi muovo ancora, ma sempre più piano, privato

Io la chiamo. Lei risponde e torna verso di me. Atterra come un vento fresco proprio davanti a dove mi trova. Sospinto da quel vento riprendo velocità. La chiamo perché mi segua e mi sospinga. Giochiamo alla cavallina, coinvolti nella nostra danza.

Improvvisamente il ritmo del vento muta. L’universo del suo viso si inclina, nuovi spazi si schiudono e lei mi si fa incontro in una fresca brezza rinnovata. Vola verso di me sulle ali di una canzone selvaggia e mi avviluppa. Trascinato dal suo abbraccio scivolo felice in avanti, senza sforzo. Lei si ritrae e il vento si placa per un attimo, ma solo per guadagnare nuova forza. Le sue folate mi investono ancora una volta. Le affronto con eccitazione crescente. Il vento mi colpisce. Mi sbilancia, sospingendomi in avanti, sulla cresta di un’onda di pura gioia. Anche questa seconda folata passa e il vento si attenua di nuovo, momentaneamente. Mi muovo ancora a velocità pazza, un po’ incerto nell’equilibrio. Approfitto della pausa per cercare di riprendere il controllo. Ma già il turbine ritorna impetuoso, in un crescendo di spazi e di suoni. Mi è addosso. Colpisce. Cerco di sostenere la sua violenza, di assecondarlo, ma mi ritrovo sballottato qua e là. Tremo. Tutto il mio essere si ferma, sospeso. Esito. Poi mi ritiro. Volto le spalle al suo vento. E torno a cullarmi in acque placide, da solo.

La quiete di quel 1uogo riporta la pace dentro di me. Il caos cessa, placato. Riprendo coraggio.

Dopo un po’ in quella quiete riappare uno zefiro a sfiorarmi la guancia. Una sensazione di fresco. Mi giro e lo vedo increspare dolcemente le acque sotto un cielo tranquillo.

Non appena Joey si ritrova sulle ginocchia della mamma e la guarda, il viso di lei diventa 1’elemento dominante del suo mondo; è una fonte di stimolo tanto potente che quanto vi accade. diviene per Joey la totalità dell’universo. È entrato “nell’universo del suo viso”.

All’inizio il volto della mamma è praticamente privo di espressione: la sua mente è altrove, persa in chissà quali pensieri. Non ha ancora dato inizio all’interazione con Joey, anche se lo sta guardando. Lui sorvola con lo sguardo 1`insieme dei suoi lineamenti: ormai li conosce a memoria, ne conosce i movimenti caratteristici e sa cosa dovrebbe succedere. Il fatto che lei rimanga per un attimo inespressiva, mentre lo guarda e sì trova faccia a faccia con lui, è insolito, anche se può capitare, di tanto in tanto, e Joey si sente turbato perché il volto di lei è “opaco e immobile” e i lineamenti sembrano cristallizzati. Questa inespressività deve apparire inquietante al piccolo, assorto nella contemplazione di quel viso che, per lui, rappresenta la totalità dell’universo. Sente che lei – la sua vitalità – è assente e si chiede dove possa essere finita.

Dopo i tre mesi, i bambini, dato che ormai sanno cosa aspettarsi dall’interazione faccia a faccia con la madre, si sentono turbati se il comportamento di lei esce dagli schemi usuali e, in particolare, rimangono perplessi se lei, all`improvviso, pone fine all`interazione, assumendo un’espressione neutra, o se non riescono a suscitare in lei una scintilla dì interesse. Nel noto esperimento detto della faccia immobile, si chiede a una madre, nel bel mezzo di un’interazione, di cancellare ogni espressione dal proprio viso e di limitarsi a fissare il bambino. I piccoli, a partire dai due mesi e mezzo, si mostrano turbati di fronte a quel viso inespressivo: si guardano intorno, il sorriso si spegne sulle loro labbra e assumono un’aria corrucciata. Cercano ripetutamente di interessare la madre, sorridendo, agitando le braccia c chiamandola ma, se non hanno risposta, finiscono per voltare la testa infelici e confusi.

La mamma di Joey, assorta nei propri pensieri, ha involontariamente assunto, per un attimo, una posa inespressiva e questo turba Joey per vari motivi; mentre infatti si era aspettato di entrare nel magico mondo di suoni e di luci del suo viso animato ed espressivo (“un’espressione di giochi d’aria e di luce”), trova solo opacità e immobilità. Non solo quindi reagisce al mancato stimolo, ma può giungere a identificarsi con la madre, imitandola e adeguandosi al suo stato emotivo. Incapace di interpretarne l`espressione, si limiterà a percepire in maniera vaga e confusa la sua lontananza mentale e, dal momento che si identifica con lei, sente che quella opacità emotiva comincia, suo malgrado, a farsi strada dentro di lui.

Il meccanismo di identificazione grazie al quale il bambino piccolo – al pari di tutti gli altri esseri umani – è in grado di sentire e agire come un’altra persona, rendendo cosi quella persona, in un certo senso, una parte di sé, è affascinante. È un processo che, benché poco conosciuto, ha una grande importanza dal punto di vista clinico, perché molti dei problemi psicologici del bambino derivano proprio dal fatto di identificarsi con un genitore generalmente depresso, ansioso, psicotico o violento. Può anche darsi che il bambino non sia in grado di identificarsi (o questo gli venga impedito per qualche motivo) con gli aspetti positivi della personalità di uno dei due genitori e che quindi sia incapace di assorbirli. Questo si verifica spesso nel caso di divorzi traumatici, quando uno dei genitori cerca di scoraggiare nel figlio i tentativi di identificarsi coni l’altro.

Ai fini di questo processo Joey possiede già due capacità essenziali. Innanzitutto imita quasi automaticamente le espressioni e i gesti degli altri: è una cosa che ha cominciato a fare sin dalla nascita. Inoltre, come gli adulti, anche lui è suscettibile al contagio emotivo. Per questo, quando qualcuno sbadiglia, anche noi tendiamo a sbadigliare, o se sorride (anche se non sappiamo il perché), ci sentiamo automaticamente più allegri e siamo portati ad imitarlo. Quando un’altra persona piange, ci sentiamo salire le lacrime agli occhi, cosi come i neonati strillano quando sentono strillare ì vicini di culla nella nursery. Questo contagio va al di là della semplice imitazione: lo stato affettivo dell’altro individuo, in un certo senso, ci pervade, suscitando in noi una risposta emotiva.

Imitazione e contagio permettono a Joey di identificarsi rapidamente con la condizione emotiva di turbata preoccupazione della madre, anche se poi lei si riprende subito c torna a sorridergli. Provate però a immaginare una madre che sia costantemente distratta (da problemi di carriera suoi o del marito, per esempio) tanto da essere “presente” solo raramente quando lei e il figlio si ritrovano a tu per tu. Oppure una mamma (o qualunque altra persona si occupi di un bambino) perennemente depressa e raramente disponibile anche quando è presente. I bambini di questo tipo di mamme sono costretti a formarsi delle aspettative diverse e a costruire 1’immagine di una madre che, pur essendo fisicamente presente, rappresenta una fonte di stimoli debole o discontinua. Questi bambini, per raggiungere o mantenere un alto livello di interesse e di eccitazione sono costretti ad evitare il contatto diretto con lei, anche in sua presenza, e imparano quindi a cercare altrove gli stimoli che lei non offre. Oppure si sforzano disperatamente di affascinare la mamma e di coinvolgerla, tentando di agire da antidepressivo nei suoi confronti, di modo che è lei ad essere sollecitata in realtà. Joey invece ripone ben altre aspettative in sua madre e per eccitarsi non ha bisogno di far ricorso ai propri mezzi, può rivolgersi direttamente a lei, invece di sfuggirla, per trarre una scintilla dalla sua carica vitale.

Questa scintilla la trova nei suoi occhi, che lo attraggono proprio per quelle loro caratteristiche stimolanti a cui ho già accennato: il contrasto chiaro-scuro, le linee curve, gli angoli, la brillantezza, la profondità e la simmetria. Negli ultimi due mesi, sin da quando ha compiuto sette settimane, gli occhi della mamma sono diventati per Joey l’elemento dominante del viso di lei, sono la cosa che più attira il suo sguardo e, tutto preso da quel muto colloquio, il piccolo entra nel “mondo lontano” dei suoi occhi.

Il contatto di sguardi rappresenta in effetti un mondo a parte: guardare negli occhi una persona e venirne ricambiati é un’esperienza unica; sembra di riuscire a percepire la vita mentale dell’altro. In una circostanza del genere, noi (e anche Joey) spostiamo lo sguardo alternativamente dall’occhio destro dell’altra persona al sinistro, mentre lei farà la stessa cosa (altrimenti vuol dire che non è veramente coinvolta). Ognuno di questi rapidi spostamenti, alterando leggermente la prospettiva di chi guarda, altera anche – a volte drasticamente, altre solo leggermente – l’immagine percepita, e questi aggiustamenti di focalizzazione e di direzione appaiono a chi guarda rivelatori del pensiero dell’altro. “Mi lascio cullare dai pensieri che increspano lo specchio limpido dei suoi occhi.”

“Le correnti invisibili della sua eccitazione”, che Joey percepisce vigorose, riflettono l’eccitamento provocato dal contatto di sguardi. L’eccitazione è una forma crescente di tensione interna, un aumento dell’animazione e dell’interesse, una maggior disponibilità ad agire, sia in senso ostile che in senso affettuoso. Se nulla viene a turbare questo muto scambio di sguardi, la tensione interna cresce rapidamente. Per questo, di solito, noi controlliamo questa tensione facendo qualcosa che ci distragga, come parlare, gesticolare, o distogliere temporaneamente gli occhi. Si può percepire l’aumento o la diminuzione della tensione interna di un’altra persona basandosi su piccoli indizi: i mutamenti del respiro, gli aggiustamenti di focalizzazione, le piccole contrazioni degli occhi o della bocca. Anche i bambini piccoli sono pronti a cogliere questi segnali.

È nel corso di questo crescere e allentarsi della tensione tra lui e la mamma che Joey percepisce le “correnti invisibili” che lo “trascinano” e che lui “invoca” ed è con questo profondo sondare la madre che Joey cerca di richiamarla in vita.

E la mamma risponde, riporta la sua attenzione su di lui e sorride. Le correnti vitali ritornano a fluire in lei e Joey percepisce il suo viso come un mare e un cielo “trasformati”. In particolare osserva i movimenti dei singoli lineamenti mentre un sorriso le illumina il viso.

In fondo, per Joey, ogni tratto del volto rappresenta ancora una forma nello spazio, con la propria architettura, luminosità e movimento, e, man mano che la coreografia del sorriso della mamma si dipana, la tensione della pelle cambia e compaiono le rughe caratteristiche del sorriso: “La superficie ora scintilla luminosa”, le guance si allargano e la bocca si apre: “Nuovi spazi si schiudono”. La curva delle guance si alza e così pure gli angoli della bocca: “S’innalzano archi fluidi di luce”, mentre tutto l’assetto del viso muta, “piani e volumi danno inizio alla loro lenta danza”.

Joey vede in questi mutamenti la dimostrazione che la forza vitale rifluisce nella madre e questo riflusso ha effetti immediati anche su di lui. “Il suo volto diviene una brezza leggera che mi sfiora, accarezzandomi.”

Il sorriso della mamma, che lo sfiora, esercita su di lui un fascino naturale e innesca una reazione contagiosa che gli strappa a sua volta un sorriso e gli infonde nuova vitalità. Joey si sente pervadere dall’animazione che lei dimostra, la sua felicità aumenta e sono proprio i sorrisi di lei a farla aumentare. Poi Joey si abbandona alla gioia: “Mi animo. Spiego le vele a quel vento e libero la danza che è dentro di me”. A questo punto non si limita più a reagire, ma si identifica con la mamma.

Ogni volta che una mamma e un piccolo di questa età si scambiano un paio di sorrisi ha inizio un processo che si può descrivere così: il sorriso di Joey e quello della mamma sono leggermente sfasati, e questo è normale, perché un sorriso richiede un certo tempo per accendersi e poi spegnersi. Quando il sorriso della mamma raggiunge il suo culmine, strappa a sua volta un sorriso a Joey, così come il sorriso del piccolo riaccende quello della mamma che andava affievolendosi. Il fatto che i sorrisi non siano sincronizzati permette ai due protagonisti di prolungare il duetto, ed è questo entrare e uscire dal campo di animazione dalla mamma che dà a Joey l’impressione di muoversi dentro e fuori le brezze create dalla sequenza dei sorrisi di lei. Questo è “l’inseguirsi” che percepisce Joey e, poiché ogni sorriso è causa ed effetto del sorriso dell’altro, finisce che i due sembrano giocare alla cavallina “trascinandosi a turno”.

Questo schema di alternanza diventa naturale tra mamma e bambino dopo i tre mesi di età e si ripresenta anche nello scambio di vocalizzi. È la prima lezione che il bambino apprende sui turni che regolano la conversazione tra due persone. Anche questo semplice scambio giocoso serve dunque a porre le basi di uno dei fondamenti dell’interazione sociale.

A questo punto, inoltre, Joey capisce di essere in grado di prendere l’iniziativa per raggiungere uno scopo: sa di essere l`autore delle proprie azioni e che queste hanno dei risultati prevedibili e sente di essere un protagonista nella catena delle cause e degli effetti. “Io la chiamo”, dice, “lei risponde e torna verso di me.”

Questa nuova coscienza di sé come soggetto e protagonista si è andata formando in lui nel corso dell’ultimo mese, dal momento che ha potuto sperimentare ripetutamente eventi del tipo succhiarsi un dito o vocalizzare, ottenendone in risposta sorrisi e parole. Per esempio, quando si succhia il pollice, avverte la volontà di succhiarsi il dito (desiderio), il realizzarsi di quel desiderio dovuto al movimento del braccio (esecuzione) e il raggiungimento del risultato desiderato: il dito in bocca (scopo). Tutto questo concorre a formare un`unica catena di eventi (le costanti di cui ho già parlato).

Inoltre ha cominciato a capire che la mamma è un soggetto-agente separato e distinto. Di solito Joey distingue perfettamente tra chi è l’autore di una determinata azione e chi ne è l’oggetto. Per esempio, quando la mamma gli sorride spontaneamente, uscendo dalla sua inerzia, è chiaro che è lei l’agente e lui l’oggetto. In seguito, però, sarà lui a sorridere, dando inizio a un’azione di cui è chiaramente l’unico autore. Comunque, durante questo momento particolare, fatto di uno scambio reciproco di sorrisi, Joey avrà probabilmente la sensazione che quei sorrisi sgorghino da un’azione congiunta: la mamma è responsabile dei propri sorrisi, ma è lui che li ha provocati, cosi come è lui l’autore dei propri sorrisi anche se è lei ad averli sollecitati. Occasioni come queste di mutua creazione e stretta sintonia sono molto frequenti e sono proprio questi momenti in cui si “è con un altro” a costituire le basi dell’attaccamento. Infatti l’attaccamento è dato in gran parte dai ricordi e dagli schemi mentali suggeriti da quanto accade tra voi e una certa persona: come vi sentite con lei, cosa vi dà che altri non vi danno, cosa vi potete permettere di fare, pensare, desiderare, osare, ma solo con lei, cosa potete compiere con il suo aiuto e quale parte di voi ha bisogno di trarre sicurezza dalla sua presenza.

“Improvvisamente il ritmo del vento muta.” È in questo momento che la mamma di Joey si trasforma. Invece di limitarsi a ricambiare il suo sorriso, accelera il ritmo, rompendo il tranquillo schema dello scambio di sorrisi e mostrando chiaramente l’intenzione di aumentare l’intensità dello scambio coll’assumere un’espressione esagerata di finta sorpresa. Le mamme, in genere, usano quell’espressione proprio a questo scopo, dato che essa ha un effetto galvanizzante sul bambino. Di solito la mamma accentua scherzosamente la sorpresa alzando la testa e inclinandola all’indietro (“l’universo del suo viso si inclina”), poi solleva le sopracciglia, spalanca gli occhi e apre la bocca (“nuovi spazi si schiudono”) e nello stesso tempo, avvicina il viso a quello di Joey con questa nuova espressione. Questi movimenti coordinati appaiono a Joey come “una fresca brezza” che ”vola verso di me”, mentre i vocalizzi in crescendo che la mamma emette e che accompagnano quest’espressione di finta sorpresa, sono la “canzone selvaggia” della brezza che avviluppa Joey.

L’effetto prodotto da quest’azione della mamma è solitamente notevole: il bambino ne è elettrizzato e più stimoli riceve un bambino, più si mostrerà eccitato e attento. Questa relazione diretta tra l’intensità dello stimolo esterno (offerto dalla mamma) e l’eccitazione in risposta del piccolo è una regola generale nelle interazioni madre-bambino. In questa caso la mamma di Joey ha innalzato il livello di stimolazione da quello dei sorrisi ben modulati, a quello della finta sorpresa, accompagnata da vocalizzi e dal contatto fisico. Joey quindi, non solo prova un immediato aumento dell’eccitazione, ma non deve far altro che lasciare che l’accresciuta animazione della madre susciti degli echi nel suo sensibile sistema nervoso: “Scivolo felice in avanti, senza sforzo”.

L’espressione di finta sorpresa della madre, in effetti, è solo il preludio a un gioco speciale, quello dei nasi che si toccano. Con veloci slanci in avanti, il viso animato e la voce giocosa, la mamma tocca col naso quello di Joey, poi si ritira e resta un attimo immobile, preparandosi allo slancio successivo. Ripete questi slanci per tre volte, ogni volta con maggior drammaticità ed eccitazione. I giochi di questo tipo sono numerosissimi e conosciuti in tutto il mondo: “Adesso ti prendo”, “Arriva il topino”, “Piazza bella piazza” eccetera, e tutti seguono uno schema interessante e complesso. Infatti, anche se il loro fine è quello di divertire, lo scopo viene raggiunto adeguandosi a determinate regole.

Le varie fasi del gioco dovranno quindi rivelarsi abbastanza stimolanti da alimentare l’eccitazione del piccolo, senza però esagerare, o il bambino cadrà in preda all’agitazione e alla disorganizzazione. D’altro canto il gioco non dovrà essere neppure troppo monotono o altrimenti il bambino si annoierà. È necessario quindi che il livello di stimolazione resti entro un arco ottimale perché il bambino possa mantenersi in uno stato altrettanto ottimale di eccitazione e piacere. In realtà la cosa non è poi così semplice; i bambini si abituano presto a tutto ciò che comporta delle ripetizioni e quello che diventa abituale finisce anche per annoiarli. Per questa ragione la mamma non può ripetere troppe volte di seguito gli stessi gesti, ma deve variarli ogni volta. Così, d’istinto, introduce nel gioco variazioni sul tema, in modo che ogni gesto sia abbastanza diverso da quello che lo ha preceduto e il piccolo non si abitui e resti interessato.

La mamma di Joey fa tutto questo senza pensarci, grazie al suo innato istinto materno ed è incredibile la quantità di cose che i genitori sanno istintivamente. Molti di loro, per esempio, quando parlano col bambino, cambiano automaticamente il timbro della voce, assumendo delle tonalità acute e rallentandone il ritmo. In questo modo rendono più pronunciata la cadenza delle parole, trasformandole in una specie di cantilena, inoltre modificano alcuni suoni, addolcendo le consonanti. E tutto questo è fatto d’istinto, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato: persino i bambini di quattro o cinque anni, che non hanno fratelli o sorelle, adottano lo stesso comportamento coi bambini piccoli. Questo atteggiamento infatti non solo è intuitivo, ma ha anche una giustificazione biologica. I bambini piccoli hanno una naturale predilezione per i suoni emessi in falsetto, che non siano troppo rapidi e che abbiano un ritmo melodioso e ricco di consonanti addolcite, e l’evoluzione non ha fatto altro che uniformare il comportamento dei genitori alle preferenze uditive del piccolo.

L’uso di uno schema di variazioni sul tema per regolare il livello di eccitazione del bambino è un’altra forma di intuizione istintiva. È questo che cerca di fare la mamma di Joey quando accelera il ritmo variando ogni successivo slancio. Alcuni bambini – e Joey è uno di quelli – amano arrivare molto vicini alla soglia di tolleranza dell’eccitazione: è un po’ come scherzare col fuoco. In questo gioco del “naso contro naso” ogni nuovo slancio in avanti della mamma, accompagnato da un’espressione e da un tono giocoso, investe Joey come una frizzante folata di vento. Finché lui riesce a assecondarla, la velocità e l’eccitazione che accompagnano lo slancio risultano emozionanti (come accade col primo o col secondo), ma poi, alla terza volta, la violenza dello slancio diventa eccessiva per Joey che è rimasto “incerto nell’equilibrio” dopo il secondo: vale ai dire che non ha ancora ripreso il controllo del suo livello di eccitazione. Cosi, quando il terzo slancio “colpisce”, Joey non è più in grado di affrontare lo stimolo, si sente “sballottato qua e là” e cerca di opporvisi. Poiché è uscito dalla zona ottimale di eccitazione, si trova sul punto di essere sopraffatto ed è impaurito e disorientato.

A questo punto Joey ha di fronte a sé alcune alternative per evitare un potenziale disastro. La più semplice è di voltare la testa e distogliere lo sguardo dalla madre; ed è quello che fa: “Mi ritiro. Volto le spalle al suo vento”. Questo gli permette di raggiungere un triplice risultato: innanzitutto, dal momento che la fonte della stimolazione non è più in vista, viene anche a cessare la sua influenza su di lui. In secondo luogo ora può scegliere cosa guardare e trovare qualcosa di meno stimolante, così che la sua eccitazione e il battito cardiaco possano ritornare ai livelli accettabili: “Torno a cullarmi in acque placide, da solo”. In questo modo può riguadagnare un equilibrio che gli consenta di riaprirsi alla stimolazione esterna. Infine, invia un messaggio alla madre suggerendole il comportamento da adottare. E la mamma capisce. I genitori o chi ne fa le veci, hanno un bisogno costante di questo tipo di indicazioni per sapere cosa fare e quando. Essere un buon genitore dipende in gran parte dalla capacità di sapere quando è il momento di modificare il proprio comportamento.

La mamma di Joey ha esagerato nello stimolarlo, e non sarà certo la prima né l’ultima volta che questo accade: può succedere nel corso di una qualsiasi vivace interazione tra genitore e bambini, dato che entrambi cercano di spingersi fino al limite. D’altra parte, non si possono espandere i confini dell’esperienza senza spingersi in avanti e, quando questo accade, è inevitabile che si commettano degli errori. Questi errori necessari sono potenzialmente molto utili al bambino, che impara così a far fronte alle persone e alle esperienze più diverse. Joey ha appena superato felicemente un eccesso di stimolazione e di eccitazione con le sue sole forze, e questa non è una lezione da poco. Oltretutto, l’errata valutazione che ha dato la mamma del suo livello massimo di tolleranza non costituisce una tragedia o un trauma: Joey ha affrontato la situazione brillantemente, tanto che, dopo un po’, è di nuovo pronto a riprendere l’interazione. L’invito ad essa, però, avrà successo solo se sarà molto delicato, vale a dire se esprimerà un livello minimo di stimolazione.

La mamma ha capito subito quello che è successo e, dopo una pausa appropriata, torna a sollecitarlo con un sorriso e un dolce sussurro. Joey, dal momento che è pronto, percepisce il suo invito come uno “zefiro” che gli accarezza il viso, mentre il sorriso di lei gli appare una “ increspatura sulle acque”. È di nuovo coinvolto nell’interazione sociale “faccia a faccia, qui, adesso, tra noi” e ben presto, dato che entrambi sanno come segnalare all’altro i necessari cambiamenti di comportamento, riprenderanno il loro rapporto e cominceranno un altro gioco improvvisato.

 

(D.N.Stern, Diario di un bambino, Oscar Mondadori, 2011, pag. 65-80 )

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