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I bambini e il sacro – Il senso del sacro

Raffaele Mantegazza

Collaboratore


Il numinoso è il sentimento

di essere creatura

che affonda nella propria nullità,

che scompare al cospetto

di ciò che sovrasta ogni creatura

Rudolph Otto

 

Parlare ai bambini del nulla, del sentimento della propria nullità? E magari perché non mostrare loro “Il settimo sigillo” di Bergman o fare loro studiare qualche pagina di Kierkegaard o Schopenhauer? Ovviamente non si tratta di questo; ma non possiamo non comprendere come proprio i bambini siano più vicini di chiunque altro al nulla da cui emerge ogni vita, a quello spazio bianco e inaccessibile che giace dietro ogni nascita. Anche se dopo la nascita una censura naturale ha sbarrato ogni accesso sia alle esperienze prenatali (che semmai vengono rivissute nei sogni e nelle sensazioni quali quella di stare sotto le coperte o di immergersi in un bagno caldo) sia al problematico “prima”, proprio la vicinanza cronologica all’origine e al pre-origine conferisce ai bambini una straordinaria sensibilità per le sensazioni somatiche che a questa dimensione sono collegate.

Il che significa che i bambini rabbrividiscono, tremano, provano profonde sensazioni di sgomento e di angoscia; e se noi adulti lo abbiamo dimenticato, sostituendole con una immagine edulcorata di infanzia solo felice, ciò non significa che un educatore non debba prenderle in considerazione.

Il senso del brivido dunque è strettamente legato alla prima infanzia: quello stato d’animo definibile “tremendum”; ovvero ciò davanti a cui si trema e che noi cerchiamo di restituire con le parole “mi si è ghiacciato il sangue nelle vene”, “mi sono sentito accapponare la pelle”, che da adulti associamo magari ad esperienze artistiche o a una paura razionale, da bambini è legato a dimensioni prerazionali. La vista del cadavere di un gatto sulla strada, per esempio, riempie il bambino di un terrore che non esitiamo a definire sacro perché è lo stesso brivido che sta alla base di qualunque successiva elaborazione religiosa; e che si caratterizza tra l’altro come un misto tra terrore e fascinazione, tra attrazione e repulsione, esattamente come il senso del Numinoso che chiama Mosè verso il roveto ma al tempo stesso lo allontana.

Le religioni sono il tentativo di addomesticare il numinoso e il terrore che lo accompagna: il cerchio sacro, il perimetro del tempio, lo spazio all’interno del quale si dà il rito sono tutti esperimenti che tentano questo addomesticamento. E la stessa cosa è possibile a livello educativo: la percezione del terrore e dell’orrore di cui abbiamo parlato sopra con l’esempio del gatto non si lascia certo razionalizzare facilmente (la risposta “il gatto è morto perché un’auto l’ha investito” da sola non lavora certo sulle dimensioni che a noi interessano qui, anche se ovviamente è fondamentale): occorre anzitutto creare attorno al bambino uno spazio (fisico e mentale: per noi queste due dimensioni non sono mai disgiunte) all’interno del quale fare i conti con l’esperienza del brivido, lasciare che essa scorra e sia legittimata (senza eccessivi interventi rassicuranti: ricordiamo che ogni volta che un bambino si sente dire “non devi avere paura” aggiunge alla sua paura la vergogna per il fatto che si veda che ha paura!), e successivamente sia comunicata agli altri e razionalizzata. Lo spazio educativo diventa dunque, soprattutto per i piccoli, un ambito di legittimazione ed eventuale (e comunque successiva) condivisione delle paure e delle emozioni profonde; solo in un secondo momento, anche se non troppo rimandato (per evitare gli eccessi del libero fluire delle emozioni) interviene l’approccio razionalizzante.

Lo stesso discorso può essere fatto per altre dimensioni antropologiche che Rudolph Otto e i suoi allievi attribuiscono al numinoso e al senso del religioso o del pre-religioso.

Quella che viene definita la Majestas, ossia il sentimento dell’assoluta inaccessibilità e sovrappotenza, ciò che proviamo di fronte a montagne inaccessibili o monumenti particolarmente enormi, è un sentimento che viene provato quotidianamente dal bambino e che certamente non è legato solo alle dimensioni fisiche: è un senso di sproporzione e a volte, come dice Otto, di “affogamento” che può essere educato attraverso il disegno o la teatralizzazione e che è utilissimo per iniziare a comprendere quel che esiste di “più grande di noi”, che è tra l’altro una delle caratteristiche della divinità.

Il Mistero è una forma del divino che affascina e atterrisce contemporaneamente; nel mistero è presente lo stupore, il restare senza parole, l’ assoluto sconcerto di fronte a ciò che è altro: lo straniero, l’estraneo, il nascosto, il “fuori dell’ordinario” fino al vuoto, al nulla, al sorprendente e al paradosso (che ovviamente interviene in seguito, quando la ragione logica è maggiormente strutturata). Il bambino che gioca a nascondino e trema quando il compagno passa di fronte al suo nascondiglio senza vederlo, la bambina che si nasconde dietro la tenda e ha paura di rimanere per sempre fusa con la stoffa, il piccolo che gioca alla caccia al tesoro nel bosco e teme e spera al contempo di vedere sbucare fuori una volpe dalla sua tana: si tratta di esperienze con il nascosto, parte essenziale del mistero. Troviamo che troppo spesso insegnanti e genitori provvedano a una precoce demitizzazione del mondo, a una abrogazione di quel mondo magico che non è relegabile all’infanzia (né del singolo né della specie) ma semmai va fatto crescere incanalandolo nella dimensione dell’arte, della creatività, della ludicità.

Ma nessuna religione sarebbe mai nata se il divino avesse avuto solamente il volto del tremendo e del numinoso: troppo spesso si insiste su questi aspetti dimenticando invece il lato che possiamo definire del Fascinans, la “misteriosa esperienza beatifica del divino” per dirla con Otto. Si tratta della espressione della felicità traboccante, della assoluta beatitudine ovviamente connessa con le sensazioni provate nei mesi di vita intrauterina; si tratta dunque di una percezione del divino che si colloca “dopo” (posto che le indicazioni temporali abbiano un senso) il “prima” dell’origine e che sono legate al senso della gioia fisica assoluta. Ci sembra che una educazione alla gioia e alla felicità sia urgente, purché però sia trasformata da sensazione individuale e incomunicabile a dimensione collettiva. In questo senso l’educazione al sacro antropologicamente fondata permette di iniziare a mostrare ai bambini come la gioia traboccante sia più intensa se viene condivisa: come sempre l’arte, il gioco, il teatro, i percorsi corporei sono i media fondamentali per questa socializzazione della felicità, ma è anche importante collocare tutto questo sullo sfondo di dimensioni antropologiche profonde che, nate con l’umano, si rinnovano ad ogni infanzia.

Abbiamo lasciato per ultima la dimensione del Sanctum che è propria dell’esperienza religiosa ma che non crediamo possa essere relegata semplicemente nei confini di una confessione e men che mai di una catechesi o pastorale: il sanctu, è la bellezza totale, la pienezza di valore, l’esperienza irripetibile. Proprio ciò di cui i nostri bambini sono deprivati in una società che moltiplica le occasioni formative e animative senza però permettere l’esperienza dell’unicità e irripetibilità. Se le religioni affermano “tu solum sanctum” non è per ribadire un aggressivo monopolio della verità, ma per proporre una esperienza di unicità che servirebbe così tanto, laicamente intesa, ai nostri bambini, così stritolati tra le varie, monotone e tutt’altro che uniche offerte di un mercato tutt’altro che sacro.

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