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I bambini e il sacro – Il sacro e l’educazione

Raffaele Mantegazza

Collaboratore


Come insegnerebbe a un bambino la felicità?

Gli darei una palla e lo farei giocare

Da una intervista a Dorothee Solle, teologa

 

Potrebbe sembrare quasi una provocazione affrontare da un punto di vista laico il tema del sacro nelle sue connessioni all’infanzia; un pregiudizio laicista che come spesso accade offre la mano a un complementare pregiudizio fondamentalista fa sì che il tema del sacro sia spesso considerato, soprattutto in ambito educativo, come esclusivo appannaggio di un pensiero credente o di una educazione confessionale. Basterebbe rimandare a un pensatore come Pier Paolo Pasolini per ricordare come il tema del sacro sia invece fecondo di suggestioni soprattutto per chi non confonde laicità con laicismo, e per chi non crede che secolarizzazione significhi ignoranza rispetto ai temi religiosi.

Il nostro proposito invece è mostrare come il tema del sacro sia qualcosa di specificamente pedagogico, come l’educazione ne sia pregna e soprattutto come esso aiuti a definirne i confini, i riti e gli strumenti. L’infanzia del resto è pensabile come territorio sacro, e tale è considerata, in senso ovviamente laico, da quello straordinario documento che è la Convenzione sui diritti del fanciullo; etimologicamente separata dal mondo adulto, e dunque bisognosa di essere protetta da questo anche nei confronti dei possibili abusi che può provocarle, l’infanzia si pone in una sorta di extraterritorialità che è propria di qualunque oggetto sacro, come gli antropologi della religione hanno mostrato. Il bambino e la bambina esibiscono una differenza qualitativa nei confronti dell’adulto che li rende abitanti di un territorio nel quale l’adulto non potrà mai più vivere, perché per lui il mondo dell’infanzia è letteralmente tabù. Molte delle rappresentazioni adulte del bambino e della bambina e delle pratiche da esse sostenute e condizionate si possono leggere in quest’ottica.

Ma anche l’educazione è una pratica che ha molto a che fare con il sacro: ritagliando spazi e tempi separati dalla quotidianità, immettendo i soggetti in un mondo “altro”da quello di tutti i giorni, pensando e organizzando riti specifici, modificando la percezione spaziotemporale dei soggetti in una direzione che possiamo addirittura definire estatica (nel suo portare-fuori -ex-ducere- che è anche un far-stare-fuori -ek-stasis-) l’educazione è forse una delle poche esperienze di sacralità laica che il mondo cosiddetto secolarizzato ancora prevede. Lo spazio di un nido o di una scuola dell’infanzia è dunque spazio sacro così come sacro è il tempo che i bambini e le bambine vi trascorrono; e di conseguenza i tentativi di imitare lo spazio esterno, di attenuare le differenze tra spazio educativo e spazio della quotidianità corrono il rischio di far perdere specificità all’educazione, letteralmente profanandola e facendole smarrire la forza che proprio nel suo essere “altro” dal quotidiano le deriva. Un “essere altro” che si sostanzia in arredi, attività, gesti: la mela che ti offre la maestra è differente da quella che hai mangiato ieri sera a casa, anche se viene dallo stesso fruttivendolo. Altrimenti, perché andare a scuola?

A partire dalle considerazioni di cui sopra, in questa rubrica parleremo dunque del rapporto del sacro con i bambini e le bambine, e viceversa, sotto il segno dell’educazione: inizieremo il nostro percorso chiarendo le dimensioni e i confini del sacro, il suo rapporto con la paura e con la speranza, la sua articolazione su quel senso del brivido e del terrore che Rudolf Otto definiva “numinoso”, l’articolazione tra sacro e il proibito tipicamente manifestantesi nel concetto di tabù. Studieremo poi gli spazi sacri e i tempi sacri commisurando su di essi gli spazi e i tempi dell’educazione dei bambini e delle bambine e vedremo come proprio l’idea di sacro ci può fornire una validissima cartina di tornasole per valutare la bontà degli spazi e dei tempi educativi.

Successivamente cercheremo di mettere il concetto di sacro a confronto con le pratiche della quotidianità, educativa e non solo; un confronto che tale concetto ha sempre dovuto affrontare, anzi un confronto che è inerente al concetto stesso di sacro (basti pensare alla materialità e alla quotidianità dei gesti sacri, dal rito al sacramento, dal simbolo alla liturgia): affronteremo allora i rapporti complessi e intricati tra il sacro e l’abbigliamento (l’accesso al spazio sacro prevede sempre una spoliazione e un vestimento, per demarcare la spazialità sacra da quella profana), tra il sacro e l’alimentazione (un tema straordinariamente ampio che potrà gettare una luce nuova su una attività che nei servizi educativi è sentita come una tra le più problematiche ma anche feconde di senso), tra il sacro e il gioco (e il gioco è sacro, così come è propria del sacro la dimensione giocosa e gioiosa, dimenticata da certe visioni oscurantiste e terrorizzanti del fatto religioso) tra il sacro e l’arte (dubitiamo che possa esistere una qualche forma d’arte che non sia, benjaminianamente, afferente ala dimensione del sacro).

Una attenzione del tutto particolare richiederà il tema della preghiera e del dialogo con il trascendente, perché, laicizzato e secolarizzato fin che si vuole, il sacro ha sempre bisogno di un rapporto con l’Altro e con l’Oltre, si nutre di una verticalità che non può essergli negata, pena il suo annullamento. In una situazione multiculturale o interculturale come quella che per fortuna caratterizza sempre più i servizi per l’infanzia in Italia, il dialogo interculturale deve sempre più declinarsi come dialogo interreligioso (e sia chiaro che per noi l’ateismo è un discorso su Dio che ha piena titolarità a sedere al tavolo di questo dialogo). Sarà dunque interessante sostituire alle discussioni di retroguardia sul “fare o non fare il presepe se in sezione ci sono bambini musulmani” (che per chiarezza potrebbero poi tradursi nella domanda sullo “studiare o non studiare Dante al liceo” e altre amenità simili) una seria riflessione sul tema della preghiera, del dialogo con l’Altro e con l’Oltre, delle differenti forme del contatto con la trascendenza e sul loro valore educativo al di qua di ogni dimensione confessionale.

Infine, dal momento che una delle caratteristiche del sacro è quella di attraversare e accompagnare tutte le età della vita soprattutto nella dimensione dei riti di passaggio, non potremo non interrogarci sul rapporto tra il sacro e la nascita, tra il sacro e la crescita e soprattutto tra il sacro e la morte, dal momento che è proprio per cercare una spiegazione o una risposta (o forse un fascio di domande) all’angoscia della morte che il sacro è nato e manifesta ancora oggi tutta la sua forza educativa.

La società secolarizzata non può spazzare via il sacro in nome di uno scientismo arrogante o di un pigro laicismo: anche perché il sacro scacciato dalla porta della scienza e della tecnologia trionfanti rientra dalla finestra dell’educazione, della cura, delle professioni pedagogiche: insomma, dalla porta dell’umano, che è sempre ricerca di senso e di ulteriorità, si concretizzino queste dimensioni in una verticalità che porta a Dio e a “cielo e terra nuovi” oppure in un modo più completo e profondo di vivere la nostra immanenza rimanendo, sacralmente, “fedeli alla terra”.

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