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I bambini sono i miei datori di lavoro

Alex Corlazzoli

Quando mi chiedono: “Tu cosa insegni?”, io rispondo sempre: “La vita”.
Le mie materie cambiano di anno in anno perché il precario deve essere sempre pronto a tutto. In cinque anni ho insegnato storia, geografia, informatica, educazione all’immagine, educazione motoria e scienze in quinta, in quarta, in terza e in seconda. Ho fatto l’insegnante di sostegno non specializzato per un bambino di prima elementare affetto da autismo; lo faccio ancora per altri due ragazzini, la cui diagnosi non mi è stata spiegata chiaramente. Ho fatto il docente con classi miste: quarta e quinta assieme. Ma soprattutto insegno la vita, perché in questo paese i bambini viaggiano poco, non sanno prendere i mezzi pubblici, usano male facebook e, anche se hanno il cellulare, non sanno leggere il giornale online o usare Google Maps per vedere l’Italia e dove abitano dal satellite.
La classe è il mio mondo, la mia piccola città. C’è il figlio dell’operaio, che dopo otto ore di lavoro in catena di montaggio non ha alcuna voglia di aiutare il bambino a fare i compiti, ma sogna per lui un’occupazione diversa dalla propria. C’è chi arriva dall’azienda agricola: il bisnonno faceva il mungitore, il nonno aveva qualche mucca e qualche pecora, gli zii hanno sempre fatto i contadini e ora il padre ha deciso per il figlio, ancora prima che nasca, che farà casearia alle superiori. Non può mancare quello che ha quattro soldi e arriva a scuola con il suv, la cartella, l’astuccio nuovo e le ultime figurine dei Pokemon: per lui c’è già l”iscrizione a medicina o a giurisprudenza. Ci sono da qualche anno i migranti: indiani, peruviani, albanesi, romeni, marocchini, tunisini. Sono i figli degli stranieri arrivati con i barconi.
Non sanno nemmeno come il loro padre sia venuto in Italia. Parlano l’arabo e l’italiano. Mangiano il kebab e gli spaghetti. Pregano Allah o Ganesh, ma non s’infastidiscono per il crocefisso in classe. La scuola è il mondo.
I bambini sono i miei datori di lavoro. Sono loro a dettarmi il programma. Certo, c”è quello ufficiale con la terminologia didattica: obiettivi formativi, standard e contenuti di apprendimento, metodologia, mezzi, soluzioni organizzative, tempi, monitoraggio competenze, prove di verifica, tempistiche. Lo compiliamo ogni anno. Una copia nel registro per i genitori. L’altra nel cassetto. Alla fine della scuola, a volte, sono stato “obbligato” a scrivere: “Il programma è stato svolto per il 73 per cento”, come se si potesse misurare la quantità ma non la qualità dell’insegnamento.
Oltre il programma, chi resiste alla burocrazia lo fa tutti i giorni guardando negli occhi i ragazzi. Al di là dei tempi dettati da quattro fogli compilati. Ho sentito un dirigente affermare, a un’assemblea con i genitori, che “il bambino si deve adeguare al programma”. Sono balzato sulla sedia. Nella “mia” scuola il programma lo costruisce, giorno per giorno, il maestro con i ragazzi.

La scuola che resiste, Chiarelettere, 2012, Milano

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