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I cambiamenti nello spettro psicologico

Lavinia Lombardi

Psicologa, psicoterapeuta


Lavinia Lombardi

Negli ultimi anni il rapporto docente-discente è cambiato notevolmente, l’attuale compito dell’insegnante non si limita al semplice travaso nozionistico, ma richiede un ricorso continuo alle risorse psichiche oltre alle competenze e alle abilità specifiche. Un tempo, il docente era mentore di sapere e il discente era considerato una tabula rasa da riempire di contenuti; oggi, nella società dell’informazione con l’accesso libero e semplificato alla conoscenza, si modifica il ruolo dell’insegnante, da dispensatore di nozioni a guida propositiva. L’insegnamento, dunque, può essere considerato una professione di aiuto, in cui le qualità individuali diventano predominanti rispetto alle competenze e alle conoscenze tecniche ed occorre formare il personale docente al di là degli aspetti contenutistici. Tra le categorie lavorative maggiormente esposte a stress, si posizionano ai primi posti le professioni ad alto coinvolgimento umano, chiamate helping professions o professioni d’aiuto. Tra queste ci sono: le professioni sanitarie (medici ed infermieri), educative (insegnanti ed educatori), di sostegno e cura (psicologi, assistenti sociali, sacerdoti ecc.).

Ma che cos’è lo stress e quali sono i rischi ai quali si va incontro?

Lo stress è “una risposta aspecifica dell’organismo (piacevole o spiacevole), per ogni richiesta effettuata su di esso dall’ambiente esterno”. Il primo a coniare tale termine in ambito psicologico fu Hans Selye nel 1936, divenuto pioniere di gran parte delle ricerche su tale tema. Egli sottolinea che non è la natura dello stimolo a generare stress, ma la sua intensità. Inoltre, nella sua definizione, specifica che il soggetto di fronte agli stressor (agenti stressanti) può avere una reazione positiva chiamata eustress, ed una reazione negativa definita distress. Mentre la prima è una risposta funzionale al problema, ne sono esempi tutte le azioni che compiamo giornalmente per risolvere una situazione problematica, la seconda genera una risposta disfunzionale, che non aiuta ad uscire dalla situazione critica. Il distress viene vissuto attraverso tre fasi: la prima definita fase di “allarme”, la seconda “fase di resistenza” ed infine “esaurimento funzionale”.

Successivamente Lazarus and Folkman’s (1984) lo descrivono focalizzando l’attenzione sulla valutazione che la persona fa degli eventi critici, seguendo un approccio cognitivo. Loro non danno importanza allo stressor, in quanto affermano che non esiste un evento oggettivamente stressante, ma è fondamentale la valutazione soggettiva che l’individuo compie. Ciò significa che lo stress dipende dalla “valutazione” minacciosa che la persona fa quando è esposta ad un evento. Individuano due tipi di valutazioni: la “valutazione primaria”, attraverso la quale si considera la gravità dell’evento e la “valutazione secondaria”, che consiste nella stima delle proprie risorse e delle capacità che l’individuo ha per farne fronte (Strategie di Coping).

La persona sotto stress pensa alle strategie cognitive e comportamentali che crede di avere a disposizione e prevede che deve impiegare risorse ed energie superiori a quelle che utilizza normalmente. Ovviamente gli stressor sono sempre differenti, quindi cambiano le valutazioni e di conseguenza le risposte di coping. Gli “eventi critici” stimolano a trovare le possibili risorse interne ed esterne a cui l’individuo può attingere e più è flessibile, tanto più genera nuovi schemi mentali e comportamentali che lo fanno sentire in grado di affrontare nuove situazioni d’emergenza (autoefficacia percepita).

Una condizione di di stress lavorativo prolungata e intensa genera burnout (termine inglese che significa bruciato, fuso), che si manifesta attraverso demotivazione, disinteresse dalla propria attività lavorativa, deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro e inefficacia lavorativa. Ma come mai alcune persone sono più resistenti allo stress rispetto ad altre?

Esistono fattori di rischio e fattori protettivi connessi allo stress, mentre i primi aumentano la probabilità di percepirlo ed arrivare al burnout, i secondi ne riducono i pericoli, fanno da “ammortizzatore”. Per il ruolo dell’insegnante possiamo elencarne diversi sia personali sia organizzativi.

Tra i fattori rischio a carattere individuale troviamo:

  • un investimento eccessivo nella vita lavorativa;
  • disinvestimento e problematiche nella vita privata e familiare;
  • eccessivo bisogno di aiutare gli altri;
  • presenza di tratti nevrotici di personalità;
  • impulsività, ostilità;
  • eccessiva dedizione professionale;
  • rigidità del docente in merito alle norme, agli obiettivi, ai ruoli;
  • locus of control “esterno”, cioè attribuzione a cause esterne dei propri successi e a cause interne/proprie dei fallimenti. In pratica e la tendenza a colpevolizzarsi per gli insuccessi e a considerare i successi merito di qualcun altro.

Le variabili di rischio a carattere organizzativo sono:

  • le condizioni di lavoro difficili, come classi numerose che incrementano il carico emotivo dell’insegnante e la carenza di attrezzature e supporti;
  • l’organizzazione scolastica troppo burocratica e poco attenta a sostenere gli insegnanti con percorsi di aggiornamento;
  • le “politiche” scolastiche del Miur, che riguardano la precarietà, la mobilità, la ridotta possibilità di carriera e la retribuzione considerata insoddisfacente;

I fattori protettivi individuali, capaci di ammortizzare i distress sono:

  • il sostegno familiare e la rete sociale che l’insegnante riesce a creare;
  • l’esperienza lavorativa, spesso legata agli anni di servizio, che fornisce maggiori strumenti per affrontare gli imprevisti;
  • il livello di autoefficacia percepito, ossia sentirsi capaci di affrontare gli eventi critici;
  • la motivazione della scelta della professione di insegnante; chi ha scelto in base alla propria vocazione resiste maggiormente agli eventi stressanti rispetto a chi l’ha scelta per ripiego;
  • la capacità di resilienza in seguito ad un fallimento, ossia la capacità di riuscire a riorganizzarsi positivamente nonostante le situazioni difficili e le avversità;
  • le strategie di coping (di fronteggiare l’evento) che possiede il docente;
  • la capacità di regolare le emozioni, che consente all’insegnante di interagire positivamente con gli altri.

Tra i fattori protettivi organizzativi troviamo:

  • la comunicazione all’interno della propria organizzazione lavorativa e la circolazione di informazione, che aiuta a prevedere le difficoltà ed individuare le risorse;
  • il supporto dei colleghi e la socializzazione;
  • il riconoscimento del proprio lavoro e del ruolo di insegnante;
  • la percezione di un clima scolastico positivo. Un ambiente “equo”, in particolare caratterizzato da tre elementi come fiducia, lealtà e rispetto contribuisce a reagire positivamente agli stressor.

Interessanti sono i dati di una ricerca effettuata nel 2002 (Lodolo et al.) per i casi di inabilità al lavoro, che mostra come la categoria degli insegnanti sia fortemente colpita da stress con il rischio di incorrere in una patologia psichiatrica con una frequenza doppia rispetto ad altre categorie. Tale ricerca individuò i seguenti stressor, che generano con più probabilità burnout: lo scarso riconoscimento sociale della professione (55%), il numero elevato di studenti per classe (50%), l’inadeguata retribuzione (42%), la conflittualità fra colleghi (32%), il rapporto con i genitori (30%), il rapporto con gli studenti (26%) considerati dagli insegnanti sempre più indisciplinati, il rapporto con la direzione scolastica (9%), la presenza di studenti con handicap (6%) ed extracomunitari (3%), la scarsa disponibilità di supporti didattici (6%) ed infine l’avvento dell’informatizzazione (2%).

Gran parte degli stressor lavorativi derivano dalla relazione educativa con lo studente e spesso anche con i familiari. Tale rapporto é particolarmente esposto a incomprensioni e conflitti, ciò richiede al docente un investimento cognitivo ed emotivo elevato ed una competenza a gestire le proprie emozioni.

L’intelligenza emotiva dell’insegnante, ovvero la capacità di gestire le emozioni in risposta ad eventi stressanti, indubbiamente aiuta nella prevenzione di quadri psicopatologici, ma non può essere l’unica risorsa a cui il docente può attingere per prevenire il rischio di burnout. Il burnout genera svantaggi per l’insegnante, per gli alunni e per l’amministrazione in genere, in uanto genera conseguenze fisiche, cognitive e comportamentali importanti. I sintomi fisici maggiormente correlati ad esso sono: cefalea, gastrite, dolori muscolari, affaticamento. I sintomi emotivi più frequenti sono: ansia, depressione, senso di impotenza, disperazione, senso di inutilità. A livello cognitivo si percepiscono difficoltà di concentrazione e di memoria, un aumento del rimuginio sui temi personali di inutilità, inefficacia e un peggioramento nella capacità di spiegare, quindi nella qualità dell’insegnamento. La persona stressata quindi percepisce un sovraccarico cognitivo che non le da modo di ripianificare ed uscire dalla situazione stressante rende impossibile raggiungere gli obiettivi prefissati. Tra gli effetti comportamentali si manifestano elevati livelli di irritabilità e aggressività, evitamento delle situazioni sociali, fino ad arrivare all’assenteismo. Per tutti questi motivi, è fondamentale intervenire e supportare la categoria degli insegnanti, la quale ricopre un ruolo complicato, che non viene riconosciuto dal contesto sociale.

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