Login
Registrati
facebook
Google+

II bambino e le sue relazioni: in famiglia, al nido, alla scuola dell’infanzia

Cristina Riva Crugnola, Professore Associato in Psicologia dello Sviluppo

Simona Gazzotti, Dottoranda in Psicologia Sociale, Cognitiva e Clinica – Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Milano-Bicocca

La relazione pensata per questa giornata nasce dall’esperienza accumulata sul tema dell’osservazione del bambino e delle sue relazioni con adulti significativi – genitori, caregiver, educatrici di nido o di scuola dell’infanzia – da parte del gruppo di ricerca coordinato dalla Prof.ssa Riva Crugnola.

In questo ambito vengono presi in considerazioni alcuni punti chiave, che la ricerca e gli studi hanno evidenziato come centrali per lo sviluppo socio-affettivo del bambino.

Vengono poi esaminati alcuni bisogni fondamentali dei bambini, dei genitori e degli educatori, delineando possibili ricadute “applicative” per costruire sevizi educativi di qualità.

La psicologia dello sviluppo in base ai più recenti contributi si rappresenta il bambino in misura crescente come un soggetto attivo, dotato di una propria individualità, nonché di una predisposizione innata – presente fin dalle primissime fasi di vita – a interagire con gli adulti: genitori o altri adulti significativi.

Vi sono stati contributi diversi – in particolare da parte dell’Infant Observation e dell’Infant Research – che hanno descritto come fin dai primi mesi di vita il bambino cerchi l’interazione con l’altro, attraverso l’interazione faccia a faccia, lo scambio di sguardi, l’alternanza dei turni con la madre o la figura di riferimento.

Ulteriori studi hanno messo in evidenza come l’imitazione, intesa come la capacità del bambino di cogliere e riprodurre le espressioni che compaiono sul volto della madre favorisca il dialogo emotivo, attraverso il rispecchiamento e il supporto dell’adulto.

Tali precoci competenze comunicative – osservate nell’interazione a due (intersoggettività diadica), per esempio durante l’allattamento, nello scambio di sguardi con la madre, nel “dialogo” centrato sulla condivisione emotiva – vengono considerate alla base dello sviluppo relazionale successivo.

Con il passare dei mesi questo modello di interazione evolve, grazie all’emergere di nuove competenze del bambino nel corso del secondo semestre di vita.

L’intersoggettività diventa triadica, la coppia madre/bambino si apre verso il mondo esterno. In particolare il bambino comincia ad interessarsi in modo crescente all’esplorazione dell’ambiente circostante, rivolgendosi alla madre alla ricerca di significati e cercando da lei informazioni per valutare gli oggetti che incontra (riferimento sociale). In questa fase emerge lo sviluppo dei gesti di indicazione, non solo con una funzione richiestiva, ma anche con significato referenziale di condivisione di argomenti con l’adulto.

Madre e caregiver svolgono una funzione di “scaffolding”, cioè di sostegno, che ha la funzione di amplificare gli schemi di esplorazione e di gioco del bambino, introducendo elementi di novità; ciò si manifesta in alcuni giochi tipici come il cucù, il nascondino, il fare e disfare – in cui vediamo due movimenti: avvicinamento e allontanamento, costruttività e distruttività.

Negli studi recenti sulla prima infanzia centrale è l’attenzione sulla regolazione emotiva, intesa come un processo in cui non è soltanto la madre o il caregiver a essere coinvolto, ma la diade; anche i bambini fin dai primi mesi di vita mostrano competenze autoregolatorie precoci, una delle prime è ad esempio il distogliere lo sguardo di fronte a situazioni che sono fonti di disagio o stress.

Il ruolo di regolazione emotiva della mamma o dell’adulto significativo è comunque fondamentale, in quanto l’adulto riconosce, modula, attenua le emozioni negative o le trasforma.

Il caregiver ha una funzione riparativa delle emozioni negative, fondamentale affinché il bambino venga confortato, ma anche affinché percepisca che il suo segnale è stato percepito, e è stato efficace per attivare l’attenzione dell’adulto.

Dopo i due anni tali capacità autoregolatorie aumentano, il bambino è più autonomo, emergono nuove competenze sempre più sofisticate – il linguaggio, il gioco simbolico – alla cui base c’è l’interiorizzazione delle esperienze di eteroregolazione con gli adulti di riferimento e delle esperienze di autoregolazione.

Un’altra dimensione essenziale per lo sviluppo socio-affettivo del bambino è l’attaccamento. Fin dai primi mesi il bambino tende a stabilire dei legami di attaccamento per ottenere protezione e sicurezza, che si manifestano attraverso la ricerca del contatto e della prossimità con l’adulto di riferimento in situazioni di stress e attraverso segnali tipici, quali il pianto e il sorriso.

Se il caregiver è responsivo e disponibile emotivamente a sintonizzarsi con i bisogni del bambino, tenderà a svilupparsi un attaccamento sicuro nel bambino. Quest’ultimo cercherà con fiducia il caregiver, quando si trova in situazioni di stress, per essere consolato, per regolare le proprie emozioni e questa fiducia costituirà una base sicura per esplorare l’ambiente, per andare verso il mondo con curiosità e interesse, sapendo di poter tornare alla base sicura in caso di necessità.

Viceversa se il caregiver non è stato sufficientemente disponibile, avremo con maggiore probabilità il definirsi di un modello di attaccamento insicuro, il bambino non riuscirà a utilizzare pienamente il genitore o l’adulto per regolare le sue emozioni, non lo utilizzerà per trovare un riferimento e una base sicura. Metterà in atto delle strategie difensive, inizialmente adattive, per preservare la relazione con l’adulto. Per esempio un bambino tenderà a stare “incollato” a una mamma disponibile emotivamente in modo imprevedibile e discontinuo, oppure potrà essere utilizzata la strategia opposta attraverso l’evitamento del contatto e l’orientamento verso il mondo inanimato, nel caso di una madre rifiutante e poco responsiva.

Recenti ricerche mostrano inoltre modalità interazionali differenti a seconda che il bambino sia con la madre o con il padre. In particolare l’interazione con il padre appare maggiormente caratterizzata dal gioco fisico e dalla condivisione di emozioni positive, mentre in quella con la madre sono presenti emozioni meno intense sia positive sia negative, con aspetti di “incorniciamento” dell’attività.

Rispetto agli studi sull’attaccamento bisogna sottolineare come la ricerca evidenzi come nel primo anno di vita il bambino sviluppi legami di attaccamento con la figura principale, accanto ai quali andranno a definirsi i modelli relativi ai legami con altre figure. E’ possibile dunque parlare di attaccamenti multipli, indipendenti tra loro, per esempio, il bambino potrà avere un attaccamento sicuro con la madre e insicuro con il padre – e questo dipenderà dall’interazione tra le caratteristiche del bambino e dalla disponibilità emotiva delle diverse figure.

Ciò significa pertanto che anche con l’educatrice di riferimento potrà svilupparsi un legame di attaccamento, il bambino potrà utilizzarla come base sicura per farsi consolare fisicamente ed emotivamente. Condizione necessaria è che l’educatrice abbia una disponibilità emotiva verso il bambino e i suoi bisogni.

Una variabile altrettanto significativa è rappresentata dal contesto organizzativo, è fondamentale che vi sia stabilità della figura di riferimento al nido; perché se vi sono più adulti che si alternano, atteggiamenti discontinui, persone che cambiano da un anno all’altro o nel corso dello stesso anno, difficilmente potranno stabilirsi legami di attaccamento, anche nel caso l’educatrice sia emotivamente disponibile.

Altra condizione importante è che l’educatrice abbia la possibilità di rispondere, di interagire con il bambino in modo individualizzato, personalizzato nella sua mente, cioè che sia capace di pensare a ciascun bambino individualmente – oltre a pensare a strategie educative con il gruppo.

Occorre inoltre che ciò si traduca nel contesto educativo, dove occorrono tempi e spazi tali da consentire all’educatrice di giocare in alcuni momenti con ciascun bambino uno a uno.

Da sottolineare infine come lo sviluppo di un attaccamento sicuro nel contesto del nido sia importante anche perché favorisce l’esplorazione dell`ambiente, ma soprattutto l’interazione con i pari, facendo diminuire i comportamenti aggressivi. L’attaccamento con la madre è uno dei fattori maggiormente predittivi dello sviluppo socio-emotivo del bambino, favorisce, infatti, comportamenti empatici, accresce il livello di fiducia in sé, la capacità di comprendere le proprie emozioni, la capacità di esprimersi, di esplorare l’ambiente, la possibilità di mentalizzazione, andando a definire un modello guida per altre esperienze relazionali.

D’altra parte la ricerca ci dice anche che la rete di attaccamenti svolge un ruolo cruciale; in particolare attaccamenti insicuri verso i genitori possono essere compensati da attaccamenti sicuri verso altre figure significative.

Si può vedere che coloro che hanno avuto esperienze traumatiche nella prima infanzia potranno sviluppare un attaccamento sicuro se nel corso della loro storia avranno incontrato una nonna, una maestra, un’educatrice che ha permesso loro di vivere esperienze positive.

Un importante contributo allo studio dello sviluppo infantile è stato fornito da Brazelton e Greenspan (2001) rispetto ai bisogni irrinunciabili dei bambini, tra i quali hanno indicato il bisogno di essere in relazione con l’altro, per condividere emozioni positive e negative e regolarne l’intensità, ma soprattutto il bisogno di essere riconosciuto e rispecchiato nella propria individualità. Se le nostre caratteristiche personali vengono riconosciute possiamo interiorizzare la relazione con l’altro e sviluppare i primi nuclei del Sé.

Parallelamente possiamo anche considerare i bisogni dei genitori:

  • bisogno del supporto del partner per far fronte all’intensità dei bisogni del bambino;
  • avere a disposizioni reti di supporto adeguate (nidi, materne, consultori), a seconda delle sue caratteristiche e dei suoi bisogni;
  • servizi ad hoc per situazioni particolari, per esempio maternità a rischio, situazioni di disagio psicosociale, madri adolescenti, al fine di supportare le competenze genitoriali e la responsività di questi genitori. A questo proposito, da un anno e mezzo abbiamo avviato un progetto con l’Ospedale S. Paolo per madri adolescenti.

Prendendo in considerazione la realtà della scuola della prima infanzia, vediamo come il bambino necessiti di un’attenzione individualizzata e di una relazione individualizzata, per affrontare l’esperienza della separazione dai genitori, lo stress per l’inserimento nel nuovo ambiente, i rapporti con i pari, il confronto con altri bisogni e con emozioni diverse dalle sue.

È importante che in questo contesto si riconoscano le caratteristiche individuali del bambino e che venga sostenuto il suo sviluppo cognitivo, simbolico e linguistico.

Ci sono poi i bisogni degli educatori, che abbiamo così individuato:

  • condividere in équipe le proprie esperienze, le proprie ansie e le proprie fantasie in uno spazio condiviso;
  • poter approfondire le proprie competenze;
  • essere aiutati a leggere le emozioni del bambino attraverso l’osservazione;
  • una struttura organizzativa che garantisca una formazione permanente.

Rispetto al tema dell’osservazione è importante sottolineare la centralità di tale metodologia e la necessità per l’educatore di imparare a osservare il gioco, soprattutto quello simbolico, per es. nella “casetta della bambola”, in cui il bambino personifica le proprie esperienze.

L’osservazione aiuta le educatrici a “tenere in mente” il bambino, a pensarlo; cogliendo caratteristiche individuali altrimenti poco visibili, soprattutto nel caso dei bambini più tranquilli ed evitando che si lascino trasportare dalle proprie rappresentazioni e fantasie.

È rilevante infine una formazione che aiuti a “tenere insieme” il bambino e la famiglia, inquadrando il bambino nel contesto della propria esperienza familiare.

Per concludere, abbiamo provato a sintetizzare alcune caratteristiche che dovrebbe avere un “nido di qualità” rispetto alla relazione bambino educatore/educatrice:

  • Promuovere una relazione educativa che riconosca il bambino nella sua individualità, che lo sostenga nel gioco, nelle attività di esplorazione, che lo aiuti a fronteggiare lo stress che è insito nella relazione con i pari.
  • Favorire momenti di rilassamento. Recenti ricerche evidenziano infatti che nelle ore pomeridiane si riscontra un aumento di cortisolo (un ormone prodotto in condizioni di stress).
  • Far fronte attraverso la relazione educativa a eventuali situazioni di rischio associate, per esempio, attaccamento insicuro o situazioni sociali sfavorevoli.
  • Amplificare la sicurezza dei bambini, quando vi sia un legame di attaccamento sicuro con la madre.

Devono essere poi prese in considerazione alcune variabili contestuali e organizzative, fondamentali per la qualità di una scuola per la prima infanzia:

  • Garantire la stabilità delle educatrici.
  • Proporre attività formative di qualità.
  • Prevedere un adeguato rapporto numerico educatrici/bambini, in modo da consentire in alcuni momenti rapporti di gioco uno a uno.
  • Offrire un ambiente adeguato.

Se queste condizioni non sono soddisfatte, ciò può comportare dei rischi, quali comportamenti aggressivi o inibizioni comportamentali, che potranno influenzare lo sviluppo della personalità del bambino.

In questa prospettiva si evidenzia la necessità di politiche adeguate che sappiano tener conto di tutti questi aspetti scommettendo sui bambini e sul loro benessere.

Bibliografia:

Riva Crugnola C. (2007), Il bambino e le sue relazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano

Varin D.(2005), Ecologia dello sviluppo e individualità, Raffaello Cortina Editore, Milano

Brazelton T.B., Greenspan S.I. (2001), I bisogni irrinunciabili dei bambini, Raffaello Cortina Editore, Milano

La scommessa dei bambini, Milano, 2008

print

Documentazione:

Due importanti progetti di continuità educativa: la formazione con l’osservazione e le sezioni di raccordo nido-materna

Lascia un commento