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Il benessere dei bambini

Annalisa Casali


Intervista a Maria Pia Fini

a cura di Annalisa Casali

Il benessere dei bambini: in che termini il concetto di benessere è presente nella pedagogia montessoriana? Può offrirci qualche esempio molto concreto di cosa può significare nella giornata quotidiana perseguire e sostenere il benessere dei bambini?

Piuttosto che rispondere direttamente alle sue domande preferisco descrivere il clima, l’atmosfera che, secondo me, caratterizza una “Casa dei Bambini” (la nostra scuola dell’infanzia) e che concorre a determinare un benessere diffuso tra i bambini. In questo modo penso anche di poter rispondere alla richiesta di qualche esempio concreto di cosa può significare, nel corso della giornata quotidiana, perseguire e sostenere il benessere, la libertà. l’identità e l’autostima dei bambini.

*La prima cosa che colpisce chi entra in una “Casa dei Bambini” è il clima che vi si respira e il modo in cui l’ambiente è arredato e organizzato: un ambiente, un contesto educativoa misura di bambino”, dove le dimensioni dei servizi (l’acquaio, per esempio), dei mobili e gli spazi in cui essi sono dislocati e organizzati favoriscono la libera esplorazione dell’ambiente e la scelta individuale o a piccolo gruppo delle varie attività.

L’ambiente di una “Casa dei Bambini risponde, dunque, anche sul piano psicologico – proprio perché a misura di bambino nel rapporto con gli altri, le cose e lo spazio vissutoai bisogni più autentici dei bambini.

Possiede tutti gli elementi per essere uno “spazio vivo”, dove, oltre al calore di sane risonanze affettive, i bambini possono trovare stimoli continui per esperienze positive (sensoriali, cognitive,ecc.) che ne favoriscono lo sviluppo armonico.

Quali caratteristiche contraddistinguono una “Casa dei Bambini” e come è organizzato l’ambiente di una scuola dell’infanzia Montessori?

Ne evidenzierò alcune, quali ad esempio:

  • il numero dei bambini e la formazione del “gruppo-classe”

La “Casa dei Bambini” accoglie al suo interno circa venticinque bambini per ogni gruppo-classe: un gruppo numeroso ed eterogeneo, composto di bambini dai tre ai sei anni d’età. Non c’è una suddivisione per età o per capacità, ma un “raggruppamento verticale” nell’ambito di ogni gruppo (la “diversità” come elemento fondante).

“Bambini di età diverse – dice M. Montessori – si aiutano l’uno con l’altro… vi è fra loro un’armonia ed una comunicativa com’è ben raro esista tra adulto e bambini … vi è animazione, perché capiscono quello che fa il maggiore… non nascono complessi di inferiorità o sentimenti di invidia, ma ammirazione entusiasta per i più bravi” (esempio dei più piccoli ripresi nei video che osservano da vicino il lavoro dei più grandi).

La soddisfazione e la gratificazione non dipendono dal giudizio dell’insegnante, come accade nella scuola tradizionale (dove, mentre alcuni sono lodati, altri vengono rimproverati in modo scoraggiante).

Nella “Casa dei Bambini” il piacere e l’incoraggiamento vengono invece dal fare in prima persona, secondo i propri ritmi e le proprie capacità. Ogni bambino viene messo in condizione di dare il meglio di sé in un clima rassicurante e, allo stesso tempo, stimolante, praticando la libera scelta.

Altra caratteristica:

  • L’ambiente (spazi interni ed esterni)

La “Casa dei Bambini” è articolata al suo interno in più stanze ed è organizzata in zone per favorire l’esplorazione spontanea dell’ambiente da parte di ogni bambino.

    1. La prima zona (o stanza) é la zona spogliatoio, un ambiente di dimensioni contenute dove i bambini si spogliano, si vestono, cambiano le scarpe, si pettinano, ecc.

Questa zona è un luogo di incontro e di sosta, di “pausa”, sia per i genitori che per i bambini. Nei momenti di separazione al mattino e di ricongiungimento al pomeriggio ricchi e significativi sono gli scambi e le interazioni che vi avvengono.

    1. Dall’ambiente spogliatoio sono visibili anche altri locali: una stanza ampia (la zona soggiorno), possibilmente in comunicazione con l’esterno (il giardino), suddivisa in zone raccolte, ma che allo stesso tempo non spezzano la continuità degli ambienti e degli spazi. Ogni zona costituisce un centro di attività. I bambini scelgono cosa fare secondo i loro interessi e si distribuiscono perciò naturalmente nei vari ambienti.

Non c’è il rischio che tutti vogliano fare contemporaneamente le stesse cose, perché (questa è una precisa scelta educativa) la presenza di molte attività di tipo diverso pone ogni bambino nella condizione di poter lavorare individualmente o a piccolo gruppo.

Da quello che capisco, questa aula, questa “zona- soggiorno”, come lei la chiama, rappresenta un po’ il cuore della scuola, vuole descriverla più da vicino?

In questa stanza, ampia – come prima si diceva -, l’insegnante organizza varie zone , quali per esempio:

  • la zona per le attività pratiche, attrezzata perché i bambini vi possano lavare i piatti, i panni ed aiutare a preparare il pranzo o la merenda;
  • zona per le esperienze di educazione sensoriale, con il relativo “materiale di sviluppo”;
  • zona per la conquista del linguaggio scritto e della lettura. In questa zona è organizzato anche un angolo, ove si può sostare a leggere da soli o ad ascoltare, insieme ad altri, l’insegnante che racconta o legge una storia;

E ancora:

  • zona per lo sviluppo della “mente matematica”, con i relativi materiali;
  • zona per attività varie: piccoli esperimenti di biologia, geografia, ecc., ed i relativi materiali;
  • zona per le attività grafico-pittoriche e di manipolazione.
  1. Viene poi una stanza da pranzo, predisposta per consentire ai bambini operazioni di apparecchiatura, servizio tavola, sparecchiatura,, attività di cucina e riordino.

In altri momenti della giornata in questa stanza si possono svolgere anche altre attività. Ad esempio: la drammatizzazione, la falegnameria, la ritmica, ecc.

4. Il bagno dei bambini è posto vicino alla stanza delle attività. I servizi igienici sono in numero limitato per un utilizzo individuale o a piccolo gruppo.

5. Lo spazio esterno della “Casa dei Bambini”, sempre accessibile, dovrà essere delimitato e sicuro, “a misura di bambino”, per favorirne l’indipendenza e l’autocontrollo.

Oltre all’atmosfera, al clima della scuola, all’atteggiamento delle insegnanti, quanto incide l’organizzazione degli spazi perché i bambini stiano bene?

Un’opportuna dislocazione degli arredi e una distribuzione attenta delle attività favoriscono la creazione di zone fortemente connotate dagli stessi ambiti di attività che vi si possono svolgere. Non solo, ma gli spazi, proprio perché sono ben differenziati in base alle caratteristiche d’uso con le quali sono stati organizzati attraverso la realizzazione di zone attrezzate, costituiscono un sistema di riferimento forte che non teme contraddizioni se una o più parti vengono momentaneamente modificate.

Tanto che possono ospitare di volta in volta attività che vanno ben oltre l’originaria destinazione d’uso (vedi la zona laboratorio, per esempio, che può trasformarsi in una zona pranzo). Proprio come avviene in una casa progettata perché ci si possa vivere bene, a propria misura. Bisognerebbe infatti avere sempre la possibilità di riorganizzare gli spazi per scopi particolari o necessità temporanee, senza correre il rischio che l’ambiente perda la connotazione originaria o il sapore del proprio vissuto personale.

Tutto questo è molto importante per i processi di identificazione affettiva dei bambini e per il loro bisogno di continuità nei confronti degli stimoli e dei riferimenti spazio-temporali: continuità che viene peraltro rinforzata proprio dal fatto che le discontinuità, che abituano pian piano i bambini “al cambiamento” – così necessario per crescere -, vengono “compensate” ed “assorbite”, per così dire, dalla coerenza stessa del sistema ambiente nel quale sono collocati.

Ed a proposito di “cambiamento” e del “gusto” del “nuovo”, le zone così concepite non sono isole chiuse. Non lo sono né nel senso dello spazio (non ci sono confini a delimitarle o a separarle), né del tempo ( non ci sono orari da rispettare), né di opportunità (non ci sono limitazioni personali).

Le zone infatti entrano in relazione tra di loro attraverso “percorsi” potenzialmente sempre diversi: vuoi perché continuamente “reinventati”, da parte sia di ogni singolo bambino, i cui “interessi”, se non vengono mortificati, sono – lo sappiamo bene – “sempre cangianti”, sia dagli interessi di piccolo o grande gruppo, questi ultimi se opportunamente sostenuti e “accompagnati” dall’educatrice.

Lo spazio a “misura di bambino”, cosa significa, cosa comporta?

La presenza di spazi “privilegiati”, di angoli cioè dove fermarsi a riflettere o a pensare da soli, dove potersi concentrare in una attività di propria elezione, o di “luoghi” ove, da soli o a piccolo gruppo, possano essere portate avanti attività per tutto il tempo in cui rimangono vive la curiosità e la voglia di sapere e di apprendere, tutto questo fa sì che lo spazio riesca a strutturarsi significativamente secondo una scansione spazio-temporale “a misura” di bambino.

Per riempire di contenuti “significativi” per i bambini quegli spazi occorre “pensare” un ambiente di cui il bambino sia parte contestuale: un ambiente che può essere realizzato soltanto se si tiene conto dei bisogni più autentici dei bambini.

E’ lecito a questo punto porsi una domanda. A quale immagine di bambino rimanda chi progetta una scuola dell’infanzia Montessori? A quale bambino pensano le insegnantii quando organizzano gli ambienti?

Rispondo anch’io con una domanda, che è piuttosto una riflessione. A quale filosofia di vita corrisponde la loro visione dello spazio educativo? Quali bisogni privilegia?

I bambini hanno bisogno:

  • di punti di riferimento stabili, sia per quanto riguarda l’ambiente che le persone, per potersi “orientare” e avere una “base sicura” dalla quale muoversi verso un percorso evolutivo proprio;
  • hanno bisogno di fare in prima persona (“aiutami a fare da solo”, sembra essere la richiesta di ogni bambino);
  • hanno bisogno di costruire se stessi in situazioni individualizzate, con l’aiuto di un sostegno competente e continuo nel tempo;
  • hanno bisogno di sviluppare il proprio senso sociale in una situazione di gruppo che favorisce la nascita e lo sviluppo di quella che Montessori chiama “Società per coesione”, da lei ritenuta uno degli elementi fondanti di una scuola montessoriana
  • hanno bisogno di “orientamento” nello spazio fisico e affettivo.

In conclusione, qual’è il ruolo di un’insegnante Montessori?

L’ambiente di una “Casa dei Bambini” costituisce lo “scenario” capace di assecondare e favorire la spinta alla libera esplorazione degli oggetti, dei materiali e dello spazio insita nei bambini d’età compresa tra i tre e i sei anni. Una spinta che trova, da una parte, ulteriore valorizzazione dall’uso di materiali adatti alle diverse età e capacità, e dall’altra rinforzo e rassicurazione dal legame affettivo che si crea attraverso relazioni stabili tra bambini e adulti.

Dalle attività più semplici a quelle più complesse, a volte in apprendistato nei confronti dei coetanei di età diversa, le potenzialità di ognuno trovano possibilità di manifestarsi e di evolvere attraverso esperienze concrete che rafforzano i bambini nell’affermare la loro identità e la loro personalità.

La scelta degli oggetti e dei materiali che animano la scuola, richiamando l’attenzione dei bambini e favorendo la nascita di propri percorsi esplorativi, richiedono professionalità, capacità di osservazione e grande impegno da parte delle insegnanti.

Lavorare in questa direzione significa basare il lavoro delle insegnanti sull’osservazione dei singoli bambini rispettando i tempi e i ritmi di ciascuno. Quando i materiali sono frutto di osservazioni attente, ai bambini vengono garantiti successo, gratificazione e stimolo verso nuove conquiste.

L’osservazione rappresenta, in definitiva, la cornice metodologica entro la quale si esplica e si sviluppa l’attività educativa di ogni insegnante.

Le osservazioni diventano materiale di analisi, riflessione e confronto tra le insegnanti del gruppo di lavoro che, insieme, possono trovare il senso del loro fare e del loro stare nella situazione educativa.

Maria Pia Fini

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Documentazione:

Quando l’ascolto diventa progetto

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