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Il populismo e la scuola

Cinzia Mion

Dirigente scolastica, Formatrice, Psicologa


Sto pensando al bellissimo articolo di Maurizio Muraglia sul “populismo e la scuola”, in cui si dichiara appassionatamente che questa Istituzione dovrebbe essere deputata a contrastarne l’emergere. Sono perfettamente d’accordo con Maurizio desidero soltanto aggiungere qualche riflessione ulteriore. Partirei da alcune premesse esplicitate da Steven Pinker e consistenti nel tentativo di individuare le cause del sorgere del populismo attuale. Egli fa partire questa svolta dalla Grande recessione e dalla forte corrente migratoria su cui è stato enfatizzato il rischio che ha fomentato la paura e il pregiudizio. “I populisti stanno dal lato oscuro della Storia” dice Pinker. Si sentono spaventati ed inquieti rispetto al cosmopolitismo, graduale ed inesorabile, che porta a galla i diritti delle donne, dei gay, delle minoranze, ecc. I maschi adulti bianchi (quelli che hanno votato Trump, la Brexit, i partiti xenofobi europei, ecc) hanno in comune una mentalità tribale, cercano un leader naturale “che esprima la purezza e la verità della tribù”. Bisogna non assecondare questa natura umana ancestrale ma usare la natura umana stessa per frenarla. Questa forza contrastiva è “culturale” ed è rappresentata dall’illuminismo, dalla sua razionalità, scienza ed umanesimo.

 

La scuola

Ecco allora il valore della scuola. Non una scuola all’insegna della ripetitività e delle risposte esatte ma una scuola che sappia sviluppare il dubbio, la ricerca, la formulazione di ipotesi interpretative su “domande essenziali” che riguardano le correlazioni tra la storia del mondo e dei saperi e la loro ATTUALIZZAZIONE, attraverso percorsi scolastici ideati appositamente per arrivare a ciò. Questi percorsi devono offrire ai ragazzi “ il senso” ODIERNO di questa Istituzione, devono sollecitare delle “comprensioni profonde e durature” utili ad illuminare e attivare il desiderio di co-costruire risposte ai problemi del mondo attuale; devono far Incontrare così “diversi punti di vista” che non devono disorientare chi invece cerca la risposta “giusta ed esatta”ma devono insegnare IL PENSIERO RIFLESSIVO e la competenza dell’argomentare e contro-argomentare da mettere in atto per un CONFRONTO FERMENTATIVO ED EFFICACE. Queste considerazioni ci inoltrano nel paradigma culturale della complessità che prevede la coniugazione delle logiche diverse, anche contrapposte, per mezzo di operazioni mentali caratterizzate da una intensa “riflessività”, prevedendo il supermento della logica binaria del paradigma precedente detto della linearità che si esprime solo attraverso le posizioni “giusto o sbagliato, vero o falso, bianco o nero”. Sono queste operazioni riflessive complesse che spaventano e vengono rifiutate dai populisti che ragionano secondo parametri molto semplificati, non in grado di leggere la complessità del mondo d’oggi , sempre più   interculturale , multietnico, multi religioso, che prevede e legittima orientamenti sessuali diversi ed identità di genere diversificate, compresi i transgender e i transessuali.

 

Lo stile cognitivo “dicotomico o manicheo”

Tra i diversi stili cognitivi che utilizzano i bambini per categorizzare il mondo, ne esiste uno che deve destare preoccupazione e che , a differenza degli altri, che vanno rispettati, deve essere invece contrastato perché molto rischioso. Si tratta dello stile “dicotomico o manicheo” che è alla base della formazione e del mantenimento degli stereotipi e successivamente dei pregiudizi. Si manifesta e si riconosce, fra gli altri aspetti, soprattutto perché i soggetti che ne sono portatori, riconoscibili fin dalla scuola dell’infanzia, non sopportano le situazioni caratterizzate dalla cosiddetta “ambiguità cognitiva”. Entrano perciò in ansia, si irrigidiscono, riducono il campo percettivo e cognitivo, fino a non riconoscerne alcuni aspetti e tendono a ricondurre il tutto alle situazioni “già note”, rifiutando le diversità, se ciò che si presenta loro non è riconducibile subito ad una “chiarezza”indubitabile. Arrivano ad escludere e filtrare le nuove informazioni , che potrebbero far cambiare la primitiva percezione, cognizione, idea. Non sono in grado perciò di assumere la complessità del pensiero. La nuova categoria deve risultare identificabile subito come “O” questo “O” quello, senza ombra di dubbio. Risulta a colpo d’occhio che questi soggetti, se non presi in carico immediatamente, rassicurandoli, con giochi vari di tipo percettivo, cognitivo, ecc che qui non è il caso di affrontare, accompagnandoli nell’esplorazione del mondo che non è mai dicotomico, diventeranno adulti a rischio di seguire le sirene del populismo e del razzismo.

 

Cittadinanza o sudditanza?

Permettetemi qualche breve osservazione anche in merito all’educazione alla cittadinanza utilizzabile, come sottolinea benissimo Muraglia, per contrastare il populismo. Penso che in questa impresa molto impegnativa e difficile non sia sufficiente, anche se indispensabile, avviare i soggetti a gestire i conflitti perché è al loro interno “nelle interpretazioni e nell’argomentazione dei punti di vista, infatti che si annida la possibilità di smascherare pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Tutto ciò di cui si nutre il discorso populista”. Questo è un ottimo livello “razionale e consapevole” di buona educazione alla cittadinanza democratica. Esiste però anche un livello meno consapevole che rischia di indurre nei ragazzi un senso di “sudditanza” invece che di “cittadinanza”. Chiariamo subito intanto la differenza tra sudditanza e cittadinanza.

Il suddito offre un “servigio” (per esempio oggi potrebbe essere il voto) in cambio di protezione o di un privilegio; è così de-responsabilizzato (rispetto alle scelte che farà chi gestisce il suo voto); usa il “consenso” e il servilismo per avere “vantaggi”.Non è disposto a pagare prezzi per la propria autonomia di parola e di azione; tende a raggiungere il massimo dell’interesse personale aggirando gli ostacoli.

Il “cittadino” si assume la responsabilità delle “conseguenze delle proprie azioni” senza cercare protettori; si attiva per il bene de Paese; sa rinunciare ai privilegi e affronta i disagi se ciò gli permette l’autonomia di giudizio, il pensiero critico e la realizzazione dei suoi IDEALI. E’ ORGOGLIOSO DI PAGARE QUALCHE PREZZO PUR DI NON “ASSERVIRSI”.

 

Scuola, valutazione e sudditanza.

A scuola cosa accade senza che ci sia sempre la consapevolezza? In merito per esempio al problema della “valutazione” se si fa coincidere, come spesso accade, la “misurazione” con la “valutazione”, ignorando la creazione e poi il rispetto di veri e propri “criteri” da applicare per questa raffinata competenza che qualifica la professionalità del corpo docente, può succedere che questi criteri non vengano applicati o spiegati accuratamente agli alunni/studenti. In questo momento comincia a costruirsi nei ragazzini l’idea che l’AUTORITA’ PUBBLICA E’ ARBITRARIA, INAPPELLABILE, però MANIPOLABILE soltanto attraverso comportamenti OPPORTUNISTICI DI “ACQUIESCENZA E SOTTOMISSIONE”( quando invece, essendo saltati i freni inibitori e l’educazione genitoriale al rispetto, non si scatena l’aggressività!). Non è sudditanza questa? Non è la predisposizione alla fascinazione verso il populismo di turno e l’abdicazione alla fatica della riflessività? Non è così la negazione della Cittadinanza?

Per concludere : la scuola è fondamentale facendo però molta attenzione alla formazione di qualità dei docenti invitati ad accettare la sfida perché è in ballo il destino del Paese.( o del mondo intero?).L’ultima osservazione : la cittadinanza intesa come “schiena dritta” è un esempio contagioso, non solo si vede ma si “sente” come se avesse un profumo particolare. Ho conosciuto persone così, lontane dalla supponenza, anzi umili ma luminose. Vorrei che la scuola traboccasse di questo senso di cittadinanza.

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