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Il primo giorno di scuola

Francesco Tonucci


La scuola per il bambino

Che cosa è la scuola per il bambino? È prima di tutto l’inizio di un’esperienza sociale. Un’esperienza che oggi la famiglia non riesce a far vivere al bambino. La città viene vissuta sempre di più come un grande nemico, le famiglie si chiudono negli appartamenti sempre più piccoli, sempre più comodi, sempre più autosufficienti: contengono le macchine per lavare, per cucinare, per stirare, per conservare a lungo i cibi, per divertirsi… si potrebbe uscire anche solo una volta al mese. Bisogna proteggersi dalla strada, dal rumore, dal gas, dai vicini…

Nella scuola il bambino può incontrare finalmente altri bambini, conoscerli, vivere insieme a loro. Non possiamo correre il rischio di perdere questa occasione, come è ormai nella tradizione della nostra scuola elementare dove i bambini entrano anonimi, nascosti nei grembiuli, restano seduti in silenzio… Per loro la scuola rischia di non essere mai un’esperienza sociale.

Dobbiamo quindi considerare la socializzazione come la caratteristica fondamentale dell’incontro fra bambino e scuola dell’infanzia. Dovremo far sì che la ricchezza delle proposte educative nasca e cresca dentro questa dimensione sociale e no per negarla in nome di un falso ordine e di una falsa disciplina.il primo giorno di scuola

Nella scuola il bambino deve continuare la sua grande ricerca, quella che ha cominciato il primo giorno di vita. Ma ora deve continuarla assieme agli altri, socializzando le scoperte, organizzandosi con loro per affrontare i problemi, usando i materiali per esprimersi, ecc. Tutto questo non è facile. Va garantito da un adulto che creda nei bambini, che sappia lasciarli e farli lavorare, che li aiuti a lavorare insieme, che permetta a tutti di esprimersi, che tuteli i più deboli, che garantisca la crescita di ciascuno.

Quindi non una seconda mamma ma un vero, sereno, positivo superamento della mamma, un aprirsi nel sociale.

In questo senso l’ingresso a scuola è una grossa verifica per bambino e famiglia del loro reciproco livello di autonomia.

Da quando nasce il bambino tende a diventare autonomo: impara ad afferrare, a girarsi, a parlare, a camminare, a controllare cacca e pipì, a cercarsi il cibo ecc.; più tardi vorrà vivere da solo, farsi una sua famiglia, una sua vita.

In relazione a questa tendenza noi genitori dovremmo porci come scopo del rapporto educativo la nostra scomparsa, o meglio la nostra non indispensabilità. Sembra che il tenere il bambino il più possibile dipendente da noi ci garantisca rispetto ad un distacco futuro che ci mette paura, ma sappiamo che è vero il contrario. Forse nella stessa nostra storia abbiamo verificato come un rapporto coi genitori basato sulla dipendenza finisce drammaticamente, con distacchi dolorosi e definitivi, laddove un rapporto tra persone autonome può durare e mantenere una grande correttezza fondata sul rispetto reciproco. E questo non potrà avvenire quasi per miracolo quando nostro figlio avrà diciotto anni; dovrà avvenire giorno per giorno, fin dall’inizio, in un rapporto di fiducia, di crescita. Purtroppo questo non è facile e non è facile specie per la madre che, avendo spesso rinunciato alle sue aspirazioni di donna, alla sua realizzazione sociale, per la famiglia, per il marito, vede il figlio come la sua (di lei) realizzazione. È per questo che il bambino deve rimanere piccolo, deve restare attaccato alla sua mamma: il giorno che se ne andrà la madre dovrà domandarsi drammaticamente: “Chi sono io senza un figlio?”.

In questo quadro naturalmente molto più complesso di quanto qui accennato, l’ingresso nella scuola materna, per i bambini che non sono andati al nido, diventa un grande test, una verifica dell’autonomia che nel rapporto famiglia-bambino si è riusciti a realizzare. Che cosa può fare la famiglia per permettere e favorire un buon inserimento del bambino a scuola? Questa domanda di nuovo è scorretta. Dovremmo invece domandarci, noi genitori, cosa dovremmo fare per non disturbare la naturale tendenza del bambino a stare con gli altri. Questo non si ottiene parlando bene della scuola dieci giorni prima che inizi, significa invece vivere bene la scuola, e cioè vederla come la logica continuazione di una serie di comportamenti che hanno visto il bambino guadagnare sempre più autonomia nei nostri confronti. Significa quindi non considerare e non far vivere la scuola come un doloroso distacco: «poverino, se la mamma potesse ti terrebbe con sé… ma non può… fai il bravo, vai a scuola e vedrai che la mamma viene presto a prenderti…». Non farla vivere come qualcosa di strano e di diverso significa sostanzialmente partecipare e viverla assieme al bambino. Nel caso contrario costringeremo il bambino ad interpretare le nostre ansie: il bambino piangerà, chiederà di noi, per permetterei di riprenderlo, per giustificare l’impossibilità di questo importante e positivo distacco.

Nel momento in cui il bambino si presenta al cancello della scuola si incontrano quindi tre realtà che debbono sapersi comprendere, accettare e completare:

– il bambino che ha bisogno di incontrarsi con altri bambini;

– la famiglia che deve saper vedere nella scuola un completamento della sua opera educativa;

– la scuola che deve saper accogliere il bambino e diminuire al massimo le eventuali ansie che possano insorgere.

E giusto quindi concludere chiedendoci cosa è per la scuola il primo giorno?

Se da una parte il bambino porta con sé i risultati del suo rapporto più o meno dipendente con i genitori e con l’ambiente, non dobbiamo sottovalutare quello che incontra e come l’incontro possa favorire o impedire un buon inserimento.

Vi sono certamente alcune caratteristiche della scuola che possono sconcertare il bambino e quindi vanno presentate correttamente.

l. La novità, la grandezza, la stranezza dell’ambiente fisico, dei locali. I grandi spazi, le aule certamente più grandi delle camere di casa, i tanti gabinetti, i grandi refettori, le grandi finestre… Indipendentemente dalla ricchezza o dalla povertà della costruzione, questa, per il bambino di tre anni è certamente grande, strana. Penso che molti ricorderanno con angoscia i primi giorni in una scuola elementare molto grande di cui conoscevamo solo la nostra aula senza sapere cosa c’era sopra e sotto, di qua e di là, dove conduceva quel corridoio, da dove veniva il caffè del maestro o il gessetto, cos’era «la direzione»…

La scuola quindi, come primo segno di amicizia nei confronti del bambino, deve sapersi far conoscere. Nei primi giorni i bambini dovranno percorrere la scuola, conoscerne tutti i segreti, toccare tutto: dalla grande cucina alla caldaia, dall’infermeria alla cantina. Il bambino deve stare in un luogo familiare, che conosce.

2. Un secondo grosso problema per il bambino che arriverà è l’incontro con altri adulti. Per esperienza personale sappiamo bene che i bambini stanno volentieri con chi ha tempo e voglia di stare con loro. È utile quindi che nei primi giorni gli adulti siano disponibili, tutti gli adulti, anche il personale non insegnante. Il bambino potrà conoscerli e loro conoscerlo. L’incontro nel rapporto fra due persone è un momento molto importante e da curare.

3. Il terzo aspetto sono i coetanei. In molte scuole, perché il secondo e questo terzo punto potessero svilupparsi al meglio si è preferito un inizio graduale della scuola con un periodo aperto solo ai nuovi iscritti (In altre esperienze, per rispondere allo stesso problema, si è preferito aprire inizialmente la scuola ai bambini di tre anni e a quelli di cinque, in un secondo tempo anche a quelli di quattro). Arrivare in un ambiente dove i rapporti sono già stabiliti, dove i bambini più grandi sono già affiatati e organizzati potrebbe essere una difficoltà per il nuovo arrivato. Se gli diamo la possibilità di acclimatarsi, conoscere l’ambiente, gli adulti, i coetanei, questo forse semplifica un rapporto con tutti gli altri.

4. Il quarto aspetto è naturalmente il distacco vero e proprio, cioè se è bene o no che i genitori restino a scuola. Credo che sia un problema in parte risolto dai punti precedenti: se il bambino troverà un ambiente sereno, disponibile e accettante sentirà meno il distacco, ma se il problema sussiste ovviamente va affrontato senza rigidità. Che il genitore accompagni nella scuola il bambino è certo una cosa buona e lo è anche che resti con lui. L’importante è che ci stia per aiutarlo ad inserirsi e non per confermarne le ansie e per convincerlo sempre più che la loro separazione è impossibile. Questo è un primo accenno ad un grosso problema da riprendere sulla presenza dei genitori nella scuola: presenza come educatori, come operatori e non come la mamma e il babbo (o papà) del proprio bambino. Il distacco poi potrà essere graduale studiando che nei primi giorni la permanenza a scuola sia di poche ore senza pranzo, poi col pranzo e infine a orario completo. Questo, se da un lato semplifica i problemi dei bambini e dei genitori, dall’altro permette agli operatori della scuola di trovarsi insieme per precisare le attività, i programmi, la conoscenza coi nuovi bambini.

5. Rimane il grande problema dell’organizzazione interna della scuola, delle sezioni.

La scuola deve essere completamente attrezzata, organizzata, tutta predisposta oppure vuota e tutto da fare coi bambini? Deve essere decorata e piacevole o spoglia? ecc. Pur riconoscendo che sono affermazioni limite, probabilmente non si possono dare ricette valide sempre e in ogni caso. Forse è più corretto limitarci a qualche osservazione generale:

a) non è certo bene che il bambino trovi la scuola decorata da disegni, figure ritagliate, fatte dalle insegnanti magari copiandoli da Walt Disney o da Attilio o da Schultz. Che siano spontanee o che siano copiate queste decorazioni sono generalmente brutte e nello stesso tempo si pongono come modelli per il bambino che cercherà di copiarli limitando la sua creatività;

b) è bene che il bambino trovi a scuola i materiali che aspettano da lui di diventare qualcosa come la creta, come i colori;

c) è bene che trovi un ambiente dove potersi muovere e dove poter stare con gli altri anche in modo nuovo: un tappeto, lo specchio, qualche grosso elemento con cui giocare in più persone; e forse anche delle cose da poter usare da solo se vuole.

Sarà comunque bene per quanto sopra detto che i primi giorni si vivano insieme per conoscere e conoscersi, per fare, per giocare.

Conclusione

Concludendo allora come possiamo definire il rapporto fra scuola e famiglia perché possano utilmente concorrere ad un sereno e corretto sviluppo del bambino?

Non dovrà essere un rapporto di continuità se con questo si intende la scuola come continuazione della famiglia o meglio della «mamma». Se così fosse la scuola farebbe suoi tutti i limiti e i difetti o comunque pericoli che tutti riconosciamo nel apporto genitore-bambino, aggravati dal numero dei bambini e dall’assenza di quell’intuizione segreta, di quell’affetto che nonostante tutto spesso salva il rapporto genitore-figlio da errori irreparabili.

Non dovrà essere un rapporto di alternatività, di contrasto. Queste corse a chi è più bravo fra famiglia e scuola vengono subite drammaticamente dal bambino che finisce per non sapere più a chi riferirsi.

Dovrà essere invece un rapporto – come si diceva per quello fra madre e bambino – fondato sulla fiducia e sulla collaborazione. Si dovrà tendere all’elaborazione di atteggiamenti educativi di fondo comuni, che troveranno nelle due istituzioni realizzazioni diverse, complementari. Non quindi un compromesso riduttivo: rinunciare il più possibile sia famiglia che scuola, fino ad essere tutti e sempre d’accordo, ma un compromesso di crescita e di massima realizzazione. La scuola godrà del contributo sensibile ed esperto dei genitori, la famiglia godrà delle esperienze che, nate nella scuola alla luce della socializzazione e della crescita, potranno utilmente modificare un rapporto familiare che ha urgente bisogno di ossigeno.

Certamente famiglia e scuola, mirando alla felicità e allo sviluppo ottimale del bambino, finiranno per ricevere un grande beneficio da questa collaborazione che sicuramente contribuirà alla loro stessa crescita.

Francesco Tonucci ha scritto questi appunti alla fine degli anni ’70 (Appunti sulla scuola dell’infanzia, Fabbri editori, Milano, 1982 –articoli da Zerosei 1978).

Li riproponiamo perché ci paiono una proposta sempre attuale non come indicazione di lavoro da adottare a somiglianza di una classica guida didattica, ma per interpellare le insegnanti di oggi e invitarle a una riflessione e alla messa in comune dell’esperienza:come avviene oggi il primo giorno di scuola? Come lo avete vissuto e come lo hanno vissuto bambini e bambine della vostra scuola?

Qui si apre lo spazio per il racconto e il confronto delle esperienze.

A voi la parola.

Questi discorsi di bambini di tre anni, tratti da una copiosa e interessantissima registrazione raccolta nelle prime ore di frequenza della scuola, sono un documento significativo e rivelatore della varietà degli stati d’animo, dei bisogni, dei sentimenti, delle richieste dei piccini:

• È una scuola grande, grande. C’è una maestra per uno, una sedia per uno, un gabinetto per uno.
• Io non piango mica; qui c’è da giocare.
• Posso telefonare alla mamma?
• Domani porto con me mio fratello, ci dico di venire.
• Ho fame, dove vado?
• Anche domani io vengo?
• Posso stare con Pietro che è mio amico?
• La nonna mi aveva promesso di stare qui invece è andata via. La picchio io.
• Te sei come la mamma?
• È mio questo gioco, non lo dò a nessuno.
• Posso andare al gabinetto quando voglio, anche per aprire i rubinetti?
• Te fai da mangiare?
• Quello lì piange, io no, è piccolino.
• È vero che ci vengo tutti i giorni?
• Veh io vado fuori a vedere se c’è il papà.
• Veh vieni a farci giocare.
• Io sto qui e non mi muovo.
• A me non piace dormire; anche a casa non dormo mai.
• Io non vengo con te. Vado con Alessandro.

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