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Il sacro e il cibo

Raffaele Mantegazza


Un’idea

Un concetto, un’idea

Finché resta un’idea

È soltanto un’astrazione

Se potessi mangiare un’idea

Avrei fatto la mia rivoluzione.

Giorgio Gaber, Un’Idea

 

E’ difficile parlare del rapporto tra educazione e cibo nella prima infanzia senza riferirci alle mense scolastiche; purtroppo spesso queste sono un vero tempio dello spreco, una desacralizzazione dell’atto del mangiare: soprattutto nei territori a maggior tasso di benessere del nostro Paese vi vengono proposti assurdi menù con pietanze che cambiano ogni giorno, realizzando la logica rutilante dell’esibizione delle merci tipica della Grande distribuzione (quando ovviamente i bambini non vedono l’ora di mangiare la pasta al burro o la Pizza Margherita e si trovano obbligati ad assaggiare improbabili penne alla siciliana, previste per il martedì della seconda settimana del mese –perché alla terza ci sono i bucatini all’amatriciana). Per non parlare delle tonnellate di cibo che viene gettato, anche grazie ad assurde norme che non ne prevedono il riutilizzo nemmeno per i canili. La formazione del consumatore che si lascia incantare dalla proliferazione della quantità e che non pensa minimamente a un comportamento solidale nasce dunque in mensa, già a tre anni

Perché il rapporto tra sacro e cibo riguarda solo in un secondo momento la relazione con Dio, prima di tutto esso concerne il rapporto con il prossimo. Sacro non è solamente il cibo offerto agli dei ma quello condiviso; per questo motivo spesso le religioni insistono sull’attenzione da prestare ai commensali e al comportamento da tenere nei loro confronti. Il cibo è anche potere, i banchetti sono esibizioni tipiche del dominio: Quando siedi a mangiare con un potente, considera bene che cosa hai davanti; mettiti un coltello alla gola, se hai molto appetito. Non desiderare le sue ghiottonerie, sono un cibo fallace[1] e la tavola è una società in miniatura che riflette e rispecchia le leggi esplicite e soprattutto implicite di quella reale: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”[2] -Lc 14, 8-11)

Come stanno dunque a tavola i nostri bambini? Chi si serve per primo? Anzi, chi serve e chi viene servito? In molte scuole sono i bambini e le bambine a turno a fare da camerieri: uno spunto molto interessante che però non dovrebbe ridursi ad assegnare un ruolo, anche se a rotazione; servire qualcuno a tavola non dovrebbe essere una professione ma piuttosto un’attitudine di tutti; quanti di noi sanno far assaggiare un po’ del proprio cibo ai commensali che hanno ordinato qualcosa di differente da noi?

I bambini saranno anche viziati, saranno anche abituati al junk-food di moda, ma se a scuola il cibo viene limitato a un rimpiazzo delle calorie sprecate, se si mangia solamente per “fare benzina” come abbiamo sentito dire da una maestra, allora è molto difficile per la scuola diffondere la controcultura del cibo ritualizzato, sostenibile e condiviso. Ben venga la distribuzione della frutta nelle scuole ma ci chiediamo se obbligare qualcuno a mangiare la mela proibendogli di portare da casa la merendina al cioccolato non ottenga il risultato tipico di ogni proibizionismo, sia nei confronti della mela che della merendina.

E poi mense sovraffollate nelle quali non si riesce nemmeno a sentire quello che sta dicendo il vicino, turni di pranzo rapidissimo con i grandi che aspettano fuori dalla porta finché i mezzani non hanno concluso: problemi strutturali, si dirà, nei confronti dei quali gli/le insegnanti possono fare poco. Anzitutto possono iniziare a denunciarli con forza e poi possono provare a non aggravarli: per esempio, in molte scuole è diffusa la cosiddetta “regola dell’assaggio”: occorre assaggiare tutto prima di rifiutare un piatto. Abbiamo spessissimo visto questa regola trasformarsi nella parodia di se stessa, quando un bambino mordicchiava un maccherone e con questo aveva assolto alla regola: è questa l’educazione alimentare della quale tanto ci vantiamo nei Pof? E poi se un bambino per dieci venerdì di fila assaggia la spigola con fare schifato e con un conato represso, forse è chiaro che gli fa schifo. Qualcuno potrebbe illuminarci sul senso pedagogico del continuare a obbligarlo a questo rito sadico?

Tornando alla relazione tra sacro e cibo sembra chiaro da quanto abbiamo detto che questa non è realizzabile in alcune delle strutture per la primissima infanzia finché le mense scolastiche saranno gestite come abbiamo detto sopra e finché l’aspetto educativo del mangiare insieme non smetterà di essere uno slogan ma si trasformerà in comportamenti concreti. Un esempio potrebbe essere quello delle benedizioni che tutte le religioni e le culture fanno precedere al o seguire il pasto e in qualche caso lo accompagnano; in un contesto laico non si tratta di ringraziare Dio per il cibo che ci ha offerto ma di seguire le tracce di ciò che abbiamo nel piatto, di sapere da dove viene, chi l’ha prodotto, quanto lavoro ci sta dietro, chi ci lo ha donato. Conoscere la storia del cibo è dunque un rito di ringraziamento e anche un rito di memoria: il rapporto tra il cibo e la memoria è fondamentale. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne[3]. (Es 12, 8.14 Il seder pasquale, il pasto rito nel quale si ricorda la fuga dall’Egitto e dunque l’Esodo, libro che è un vero deposito di identità per ogni ebreo, è una usanza che caratterizza in modo specifico il popolo giudaico, forse una delle tradizioni più amate dagli ebrei di tutto il mondo; è un momento nel quale la memoria si fa cibo, accompagnata dal rito esplicitamente pedagogico delle domande attorno alla Pasqua che vengono poste dal figlio più piccolo. Nel nostro caso è utile ricordare cosa abbiamo mangiato oggi ieri, durante la settimana, pensare a cosa ci è piaciuto e perché, a cosa non ci è piaciuto, iniziare quella che alcuno colleghi pedagogisti definiscono autobiografia gustativa cercando di narrare qual è stata la prima cosa davvero buona (o davvero cattiva) che abbiamo assaggiato nella nostra vita i bambini, fino a fare del cibo il protagonista di una narrazione da inventare insieme, anch’essa solidale e condivisa.

Le mamme che sgridano i bambini che non mangiano dicendo loro che ci sono milioni di bambini che muoiono di fame si sentono rispondere “ma non è che se io mangio, allora i bambini non muoiono più”. Ci sembra che in questo caso la ragione stia tutta dalla parte delle mamme, ma in un senso che forse esse stesse non sempre hanno ben presente. E’ il nostro modello di consumo a creare la morte per fame, è ciò che abbiamo nel piatto, soprattutto grazie alle multinazionali, a garantire lo squilibrio alimentare nel mondo. Sentirsi in colpa non serve: modificare il nostro rapporto con il cibo sì. Iniziando a considerarlo sacro insieme agli spazi e ai tempi del nostro quotidiano incontro con esso.

 

 

[1] Prov 23, 1-3

[2] Lc 14, 8-11

[3] Es 2, 8-14

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