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In fine e all’inizio Il dono povero del tempo di pandemia

Ivo Lizzola

 professore di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo.

Il lavoro e la carezza
Il dono in tempo di pandemia ha preso anzitutto la forma della messa in comune del tempo e della vita, delle risorse personali, delle competenze, delle conoscenze e anche delle sensibilità. Dono della presenza, persona a persona, pur nelle grandi cautele, dei vincoli, del distanziamento. Dono del e nel lavoro di tanti: nei servizi alla salute, certo, ma anche in quelli sociali, di garanzia dei beni essenziali (pane, acqua, energia, …), educativi. Ci sono state defezioni, certamente ci sono state titubanze, a volte vinte dalla generosità.
Si sono vissuti il lavoro, gli esercizi di ruolo, le capacità e le prossimità nel segno essenziale dell’offerta, della coltivazione della vita, dell’azione che costituisce senso e buona relazione. Da parte di donne e uomini non perfetti, non innocenti ma nella possibilità d’essere giusti. Dono senza restituzione, almeno senza una restituzione diretta. Generativo, piuttosto, di una possibile diffusione d’attenzione: una “restituzione” molto più ampia e aperta, in una sorta di fraternità, di dono fraterno, tra sconosciuti.
Oltre la logica di scambio e mercato, come dicevamo, cui non è lontana neppure la cultura del diritto (del soggetto, singolo o sociale) che, come bene nota Simone Weil in La persona e il sacro, si definisce dentro rapporti di affermazione, e di forza. Il dono riscoperto come cura tra vulnerabili rompe il circuito chiuso dono-debito, sicurezza in cambio di fiducia.
Dono adulto: cura del futuro d’altri e del fragile; dono genitoriale: lascito e consegna a figli e nipoti. Nella viva memoria (che è anzitutto memoria dei corpi) del dono ricevuto, della cura ricevuta perché offerta. Servire per l’aiuto ricevuto, tutela d’altri per la sollecitudine che ci ha costituiti. Ci si è offerti da accolti, da vulnerabili. Ci si può chiedere se sia una dimensione solo da “tempo d’emergenza”.
Certo, nell’emergenza è più evidente, chiamati come si è a un gioco in verità, che chiede una volta per sempre di togliere cosa portiamo in noi, il fondamento e il fondo nostro. Non è scontato, il dono, neppure in emergenza: il gioco di verità fa emergere anche l’ombra, la paura può attivare anche distanza aggressiva. D’altra parte anche in tempi senza emergenza le dinamiche del dono si aprono, a segnare strade attese e desiderate da dentro le contraddizioni e i conflitti.
Scrive Silvano Petrosino: “il dono è come se fosse connesso non solo ad un ‘dare’, ma più profondamente anche a un ‘ricevere’, un ‘ricevere’ nel ‘dare’, co-originario al ‘dare’ stesso” (Il dono, Il Melangolo, Genova, 2001, p 51). É una dinamica di legame-slegame: viene da un ricevuto o, meglio, da un accolto. Il dono non è lo scambio, è un “rapporto senza rapporto”; non costituisce un obbligo, uno scambio appunto, o un ritorno. Ma questo “rapporto senza rapporto” è l’opposto dell’indifferenza (che è l’altro polo di un rapporto senza rapporto).
È legame libero, che chiama ed elegge a libertà: è dono del dono. Quando “si è raggiunti da qualcosa proprio all’interno del gesto che, donando, lascia e abbandona.” (p 53) Allora il donatore è raggiunto dal dono (che lo ha ) accolto. Ci si è trovati al di là del dovere nell’attesa fraterna.
Abbiamo appreso, di nuovo, che ricevere un dono non è contrarre un debito, e che donare non è accantonare un credito. O giustificare un privilegio. Abbiamo appreso, a volte con la durezza della sofferenza e del distacco, a donare lasciando: lasciando liberi, riconoscendo. Come la carezza, come il sorriso. Preferenza data, che non esclude, accoglienza di ognuno a nome di tutti. Incalcolabile, non misurabile. Un dono senza debito, né credito.

Rabbia e perdono
Ogni gesto e ogni moto di coscienza nei mesi acuti della pandemia sono stati, se così si può dire, chiamati a una verità nuova. Come se si trovassero esposti, se dovessero trovare il loro fondamento, se dovessero essere offerti, e si trovassero ad essere destinati.
Le odierne distanze tra noi sono anche sensazione intima della comunità di destino che ci lega, ben sapendo che siamo presi da legami e slegami, per citare Paul Ricoeur. Viviamo lo slegame e il legame, tutti e due, con l’obbligo per le nostre coscienze di preservare l’altro dentro una zona di riguardo e di riparo. Che è la stessa zona di riguardo e di riparo che chiediamo per noi, di cui noi stessi abbiamo bisogno: le mascherine, le distanze, i distanziamenti, come li chiamiamo, in modo forse improprio. Sono distanziamenti che ci fanno sentire nostalgie, ci fanno sentire, addirittura, di abitare dentro il presente dell’altro che non è qui vicino, con un’intensità che quando era vicino non avvertivamo. È una specie di dono del riserbo, intriso della drammaticità del nostro tempo.
Tutto questo chiede una “capacità di sentire” che attraversi il nostro pensare e il nostro fare, e la loro inadeguatezza, per abitare questo tempo. Pur vivendo in un tempo che chiede ricerca di verità, dobbiamo ancora incontrarla del tutto la verità di un tempo drammatico, ma che po’ essere sempre intriso di tenerezza.
Mi raccontava una giovane infermiera di essere arrivata stremata dopo le prime due settimane; stava cedendo quando le è arrivata la notizia di un’infermiera che si è suicidata perché non reggeva più. Mi ha detto di aver avuto una grazia in quei giorni: una paziente, prima di morire, le ha chiesto di avvicinarsi e le ha fatto una carezza sul casco. Stiamo riflettendo molto sulle carezze delle infermiere ai nostri anziani che muoiono; qui è la carezza di un’anziana che muore a una giovane infermiera. Non poteva toccarla e l’ha accarezzata sul casco. Le ha ridonato la vita.
Nella verità del “fondo” del nostro tempo c’è da “sminare” l’atteggiamento verso il vivere, scosso dalle nostre paure e dalle nostre freddezze. Ma c’è anche la “delicatezza delle carezze” a cui abbiamo fatto cenno.
Nell’ultima parte de La rabbia e il perdono Martha Nussbaum si confronta con Nelson Mandela prigioniero, passato dall’ingiustizia, mosso dalla rabbia. Dalla sua autobiografia emerge un Mandela che per preparare il dopo si occupa dello sminamento di se stesso, della sua interiorità e delle sue rappresentazioni dell’altro, disciplinandosi. Intessendo atteggiamenti e gesti che lo educhino a essere aperto, attento e dialogante mentre ancora non sente di esserlo e dentro di sé percepisce la rabbia.
È un lavoro umile, pratico, per donne e uomini che hanno scoperto di avere in sé molta aggressività. Donne e uomini non innocenti che, tuttavia, con la rabbia possono riuscire a fare i conti perché si intestardiscono, anche contro l’evidenza, soprattutto a leggere i segni del dono e della bellezza attorno a loro, delle prossimità generose che rendono più buona la vita.
Il dono, la generosità del proprio lavoro, della propria attenzione ad altri, della propria cura e del proprio esercizio di responsabilità hanno segnato tanti giorni, tante persone, tante relazioni.
Resistere ha chiesto a tanti operatori, a tante persone un intenso lavoro, anche su di sé, per riscoprire la fiducia come tolleranza dell’esposizione reciproca. La fiducia è un rischio. Abbiamo costruito per decenni un legame basato su mercati e assicurazioni. Ora arriva un virus che ci fa sentire esposti gli uni agli altri, però non possiamo curarci se non avvicinandoci e, quindi, rischiando l’esposizione. Esposizione e rischio si danno insieme. La capacità di entrare in relazione tra noi è questione di “perdono”, offrendoci credito nonostante la scoperta del nostro limite.

La fiducia, e il dono, possono anche nascere dal sentirsi comunità di destino. Abbiamo per un tratto, almeno, attraversato una maturazione in adultità. È la preoccupazione che il mondo da lasciare dopo di noi a chiedere duramente un continuo lavorio sullo sguardo e sulla disciplina interiore. La disciplina che stiamo scoprendo di nuovo come valore è la capacità interiore di buon orientamento delle energie per cercare se stessi nel buono e nel giusto. Mandela lavorava su di sé per essere migliore per altri e lo faceva grazie ad altri, grazie ai nipoti a cui voleva consegnare un mondo più abitabile, in cui le paure non fossero il movimento iniziale della relazione.
La disciplina, e la generosità, la generatività. Oltre la misura, oltre il timore.
Il nascere e il morire stanno tornando ad essere ripresi in considerazione con una drammaticità mai vissuta, al punto che “far nascere” nei tempi del coronavirus sembrerà una specie di miracolo. Ma lo era anche nella ricostruzione del Paese dopo la guerra. Lo diceva Davide Turoldo: sembrerà un miracolo alle generazioni a venire che tante donne e tanti uomini, mentre stiamo finendo una guerra che ci sta ancora torturando, abbiano fatto nascere figli. Sarà bellissimo pensarlo. Sarà vissuto come dono tenace.

Il dono povero
Il tempo di pandemia ha svelato a molti la realtà del vivere un tempo d’esodo nel quale gesti, scelte, posture, legami e significati vengono rideclinati. Nella forza concreta, viva e dura, della realtà della vita e dei giorni, nei movimenti delle coscienze e negli sguardi: che sono chiamati a tornare all’essenziale, al fondamento, all’originario.
Un tempo d’esodo, come quello che si apre dopo le grandi fratture, i grandi disvelamenti, e le uscite dagli ordini di prima. Un tempo da tornare a sperimentare come un cammino, nel quale cercare e “provare”, anticipandoli, un orizzonte e una promessa: una promessa buona tra uomini e donne, tra generazioni, tra culture e popoli. Tra generazioni, anzitutto.
Il tempo della pandemia ha in molti avviato un’esperienza diversa del tempo. In tante storie di donne e uomini ma anche nelle comunità, nelle convivenze, nei loro funzionamenti e nelle loro rappresentazioni.
Un tempo che faticosamente è da riconquistare come un cammino oltre: fuori dai miti e dalle funzionalità, dagli “equilibri” e dai rapporti di ieri. Che erano, per altro, già svelati nella loro fragilità, nella loro pericolosità (per la sostenibilità e il futuro delle generazioni giovani e a venire), nella loro ingiustizia. Nella disequità che determinano nella distribuzione e nella accessibilità alle risorse, alle possibilità, alla cultura e alla salute.
E il dono – la sua pratica, la sua offerta e la sua attesa, la sua capacità di liberare e legare – ha attraversato, nei giorni e nei mesi del 2020, le sofferenze, i corpi, le biografie di tanti. Le “piegature” di risorse e saperi, le forme del legame sociale, le attese verso la politica, verso l’economia, verso la scienza sono state anche sorprendenti. Il dono, in tempo d’esodo, è come tornato all’origine. Ed è tornato al cuore della dinamica che apre vita come vita comune, e cammino possibile.
Questa la trasformazione profonda: la scoperta del legame essenziale tra dono e vulnerabilità, tra dono e cura, tra dono e offerta, e senso della vita. Come un nuovo apprendimento della condizione umana che si dà nel dono. Il dono è apparso, anzitutto, dono povero una risposta alla domanda di affidamento, di riuscire a vivere nell’esposizione, da vulnerabili e fragili. Povero e prezioso, come la cura del primo palmo della mano. Necessario nella condizione di bisogno, d’abbandono, di una fragilità e un’ansia che possono farsi angoscia.
In La persona e il sacro, Simone Weil scrive “Dalla prima infanzia fino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto che è sacro in ogni essere umano”. ( S. Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano,2018, p 13)
Si è svelata in questo tempo di contagio una dimensione tragica del dono, quella legata alla sua incerta efficacia, alla sua impotenza, al suo limite. E anche al rischio del rifiuto, o dello scherno. Il tragico, e la durezza del sospetto, della incomprensione: eppure è proprio nella sua povertà che si radica la forza trasformativa del dono della fiducia vulnerabile. Nelle settimane di primavera se ne è avvertito il sapore, se ne è avvertito il calore in migliaia di gesti e piccole iniziative imbastiti pur essendo poveri di mezzi, e ricchi solo di motivazione e generosità.
Questo dono ha a volte un poco permesso di distaccare gli occhi dalla paura, di attivare la capacità di immaginare. Facendoci sentire in una sorta di traboccamento (il desborde di cui parla il documento Querida Amazonia) più che di trasformazione.
Oltre gli argini e le forme dello scambio, del diritto, del mercato dei beni e dei servizi. Questi hanno toccato la durezza dei loro limiti. Quelli di uno scambio incapace di promuovere attenzione e sollecitudine, legame ai bisogni e alle attese, incapace di essere mosso da destinazione: solo una reciprocità asimmetrica e una logica dell’offerta può aprire a questo. Quelli di un diritto ottenuto in negoziato, in lotta e prove di forza poche volte intrecciati a obbligazione e riconoscimento. Quelli di un mercato di beni fungibili, disponibili solo all’acquisto, al di là di utilità, sostenibilità, promozione della vita.
Ci siamo ricordati il dolore, e la bellezza del vivere. La realtà di essere poveri, di nuovo in cammino. Homo viator dicevano i filosofi, sia donatore che donatario. Il dono del tempo, delle presenze, della voce, del lavoro fatto bene, della spesa, dei medicinali, degli sguardi, della salvaguardia, della domanda … è entrato nelle crepe dei giorni. Da poveri con nuove paure abbiamo imparato nuove gratitudini. Per farne un apprendimento capace di riorientarci nella vita comune dovremo ritrovare la nostra capacità di inizio, di rimessa in gioco, di costruzione della speranza.
Spesso ci viene ricordato che camminare nutre il cammino, ma il Salmo va oltre e canta di come sia chi cammina, chi è in esodo, chi osa l’attraversamento, a trasformare in sorgente la valle del pianto. Il dono, nel cammino in esodo è oltre la reciprocità, oltre la logica del ricambio e l’attesa di restituzioni. Le restituzioni si danno in circuiti ampi, indiretti, diffusi. Capaci di attivare continuamente una veglia attenta ad altri, ai più fragili.
Si dona perché vale, sapendo bene che non si sa se il dono, povero, basterà, se assicurerà o se risolverà. In una sorta di riseminazione di quanto ricevuto, di quanto lasciato a noi. Lo si fa perché vale, perché apre e genera, segna. Nell’età di una nuova povertà, si può dare la forza e la mitezza adulta della presenza, della “caparra” sul futuro di altri. Come benevolenza, come benedizione, come perdono.
Dopo una lunga stagione in cui molto dono è stato filantropia, messa a disposizione del superfluo, si è forse scoperto quanto la cura, la responsabilità e l’attenzione segnino la realtà delle comunità del lavoro, delle produzioni, degli scambi. Quanto la dimensione del senso, della cura generosa e della promozione della giustizia siano dimensioni decisive all’interno del fare impresa, con e tra i lavoratori, e con la città, con il territorio.
Un sistema diffuso di prossimità, di gratuità spesso “immediate” è fiorito nella primavera della pandemia e ha preso in carico povertà, precarietà e solitudini. Come se ci si sentisse in un debito reciproco inestinguibile, che non si cancella, che chiede e attiva risorse personali, e relazioni feconde.
Possiamo tornare, certo ai doni convenienti, consolatori, rassicuranti e un po’ falsi di un tempo, ma possiamo anche tenere vivo un confronto continuo con il possibile da costruire insieme. Perché aprendo un cammino fraterno ogni figlio e figlia d’uomo e di donna possa ritrovarsi nell’incontro con chiunque, e possa andare incontro a quanti pure non sono legati a lui o a lei da un credito o un vincolo di sangue. Nella distanza del rispetto, nel legame libero, nella vita (messa in) comune: nel dono. Possiamo trattenere in noi la riscoperta della grammatica fondamentale della condizione umana, quella ripresa in un piccolo libro, preziosissimo, di Michel de Certau: Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza. ( Qijajon, Magnago – Biella, 1993).

La vita comune
Il dono povero sa reagire, pur delicato e mite, quando la forza s’impone, quando fa vittime. I giovani ne sono capaci. Lo sono stati anche prima della pandemia.
Sul rapporto tra i giovani e il dono richiamerei un fatto accaduto prima del Covid, un anno fa. È il 13 gennaio 2019: iniziativa di solidarietà in piazza a Danzica. Tutti gli anni si tiene una festa con i bambini: i palloncini, la musica, le famiglie… A un tratto sul palco viene accoltellato il sindaco Adamowicz. Morirà due giorni dopo. Ebbene: per due giorni gli ospedali di Danzica sono strapieni di persone, e moltissimi sono i giovani, che donano il sangue.
Sì, lo donano per lui, però non c’è bisogno di tutto quel sangue per lui. Quel gesto si carica di altri significati: donare il sangue diventa gesto di prossimità, di legame, di risposta a una testimonianza di un uomo giusto e generoso, di continuità con una storia comune che si stava vivendo anche in quella piazza. Storia di tanti che per mille rigagnoli collaboravano a costruire una rete di solidarietà diffusa che nella piazza viveva un momento di festa. Il dono del sangue voleva dire che ognuno di loro c’era: si era tornati all’”ognuno”, la piazza era il “tutti insieme”; l’evento drammatico riportava a dire “devo prendere posizione io”. E ci si mette in coda a donare il sangue.
Sempre più nei giorni successivi emergerà la traccia culturale e politica del gesto: non solo la reazione al gesto di uno considerato, ma la corrente contraria al clima d’odio alimentato dal governo nazionalista. Era un simbolo Adamowicz, di una città che voleva continuare a viversi come solidale: donare il sangue viene proposto come gesto per conservare il sogno buono, per ri-alimentarlo. C’è il sogno di una città dentro quel gesto: di relazioni pacificate, di persone accoglienti le une delle altre.
In una società liquida le cure, le prossimità, i legami non sono già dati, devi farli rinascere continuamente. Allora prendono la forma della storia significativa. Ogni giorno accadono migliaia di minute storie che permettono a tante famiglie di reggere in situazioni di precarietà, di disoccupazione, di malattia e sofferenza. Grazie a piccoli coaguli che permettono di cicatrizzare, e tornare a camminare.
Negli ultimi 15 anni non c’è famiglia che non sia stata coinvolta in questa tessitura di prossimità. Che non abbia avuto bisogno di prossimità e non sia stata capace di «tirar fuori» presenze, vicinanze, rideclinazioni del tempo e delle risorse a beneficio di altri: fratelli, cugini; vicini, lontani. Regge il tessuto della vita comune. Poi, magari, non riesce a diventare cultura perché vincono le paure diffuse e silenziose che producono le distanze e le diffidenze. Una volta questa diffidenza c’era, ma non vinceva: era scontato che fosse buono il donare, anzi era quasi un dovere. Il dono era il circuito normale nel quale ci si sentiva coinvolti. Una sorta di naturale obbligazione a donare: non si donava tanto per generosità personale, si faceva parte di una comunità che viveva dentro un circuito di dono reciproco, tra fragili e vulnerabili.
Dentro questo circuito, dove non si capiva chi lo avesse avviato perché non c’era chi lo aveva avviato, ci si metteva in gioco, sicuri che prima o poi il dono dato sarebbe ritornato.
Anzitutto ci si sentiva donatari, proprio perché fragili. Si capiva che si era anzitutto ricevitori di un dono, per cui donare era ciò a cui si era chiamati. Ma non per saldare un debito immediato, anche se verso qualcuno sentivi riconoscenza personale. Si percepiva che “il legame precede”, come direbbe Sergio Manghi: il legame viene prima e ci accoglie, e in questa accoglienza si è messi in gioco, nessuno escluso, proprio perché fragili donatari, nella possibilità di donare.
Era l’evidenza concreta della vita insomma, non era una scelta filosofica. Non donavano, e non donano, i generosi, né quelli che si trovavano nell’abbondanza. No: donavano, e donano, i fragili, i normalmente
fragili, i normalmente donatari che si fanno donatori. Non donano i ricchi, donano i riconoscenti: coloro che riconoscono quanto la propria vita sia connessa a quella degli altri…
C’è una distanza che è nei corpi, e che è dei corpi che noi siamo. Distanza più forte dà distanziamenti subiti e assunti. La sentiamo mordere, radicale: ci sono corpi sommersi e corpi salvati, corpi esposti, tremanti e corpi forti. Corpi in mani d’altri, corpi liberi e corpi rinchiusi, corpi che si sentono di vivere vite senza riparo.
Nei giorni acuti della pandemia molti si sentono sommersi, presi dalla malattia non conosciuta e dagli apparati sanitari. Sentono di non appartenersi più. Gli altri, per ora salvati, da un lato temono di scivolare nel gorgo, dall’altro sentono il peso di una ingiustizia e di una colpa non imputabile.
Con studentesse e studenti, fascia d’età oggi un po’ più protetta, abbiamo riletto da I sommersi e i salvati (1986), ultimo libro di Primo Levi, le pagine sulla “zona grigia”, utili a guardarci dentro. Anche a trovare forme di disposizione e dedizione, semplici gesti buoni e giusti. Come quelli di Silvia che mi scrive: «Grazie per la lezione a distanza di ieri. Non ho preso parola perché ero un po’ in lotta con me stessa. Mi capita in questi giorni di sentire il peso della mia sensibilità, e un po’ di colpa. Come se fossi arrivata al limite, come se non potessi più sopportare di “sentire” o di “compatire”. Per uscirne mi sono dovuta inventare un modo per essere presente. Così mi sono svegliata presto, ho impastato le sfoglie e il pane, e ho portato pane fresco ai miei anziani vicini e i croissant ad una mia amica che lavora al Pronto Soccorso, nel reparto Covid. Mi sono sentita viva, bene. Credo lo farò anche domani».
Il gesto “inutile” di Silvia, il suo dono che prova a stare presso l’angoscia dei vicini, e l’esposizione rischiosa dell’amica, mi hanno ricordato la figura di Lorenzo, l’operaio italiano che Primo Levi ricorda in Se questo è un uomo. Gli aveva portato un pezzo di pane e avanzi di rancio per alcuni mesi, a lui, prigioniero nel campo, intoccabile. “Con il suo modo così piano e facile di essere buono, scrive Levi, Lorenzo raccontava che esiste un mondo altro, una possibilità di bene, di speranza, per cui metteva conto di conservarsi”.
Distanza, e profondo legame. Sì, il corpo ricorda il dono!

Iniziare
Con movimenti profondi inediti scopriamo che la nostra coscienza non è una specie di luogo della nostra solitudine, della nostra autenticità, come qualche volta ci rappresentiamo. La nostra coscienza è abitata continuamente dalle visite degli altri; la nostra coscienza è anche entrare in punta di piedi, pieni di responsabilità, nelle vite di altri. Dono di ospitalità. Tutto questo rende evidente il conflitto dentro le nostre volontà, e i nostri moti di coscienza. Perché nulla avviene pacificamente: desidero l’altro ma ho paura dell’altro, ho paura anche di alcuni moti interiori che scopro in me, perché in questo periodo stiamo scoprendo la parte in luce, ma anche quella in ombra di noi stessi. Sospettiamo sempre che ci sia qualcuno più protetto di noi, qualcuno privilegiato.
Non si dona, infine, tanto ciò che si ha, ciò su cui si ha possesso; piuttosto si dona ciò che si è accolto o ricevuto. E non si è trattenuto come “merito”. Durante la pandemia si è distribuita fedeltà al presente, e possibilità di futuro. Come fanno gli iniziatori, i passatori. Nel tratto di cammino che sta di fronte a noi, c’è da sperare che siano fortemente presenti gli iniziatori e non i nostalgici dai sentimenti mortiferi, cioè i nostalgici che proveranno a riproporre il triangolo merito-successo-competenza al quale affidare tutto e tutti, cui delegare il decidere.
Abbiamo bisogno di persone capaci di scegliere ma che siano, insieme, capaci di coinvolgere tante energie positive nelle scelte: capaci di una coralità di dedizione generosa, di attenzione disciplinata e coerente verso il futuro. Gli iniziatori veri non stanno da soli; i nostalgici sì, vogliono stare da soli, vogliono deleghe. Gli iniziatori somigliano ai coltivatori, ai perlustratori insieme ad altri, ai valorizzatori delle energie esistenti. Sono quelli che provano a chiedere di stare attenti gli uni gli altri perché i futuri possibili si facciano vedere, si annuncino, si anticipino. Arrivino come dono, anticipato dal dono.
Ci sono generazioni che a un certo punto sono chiamate a questa profondità di sguardo nel futuro. Devono “rimettere al mondo il mondo”, come dice Maria Zambrano, filosofa segnata dall’esilio.
C’è un piccolo frammento di un profeta minore dell’Antico testamento, Gioele, che ad un certo punto dice: I vostri figli e le vostre figlie profeteranno. I vostri vecchi racconteranno i loro sogni.
Sì, i vecchi consegneranno i loro sogni e i giovani saranno capaci di visione. Nei mesi a venire bisognerà che gli adulti e gli anziani consegnino più che la loro presa e capacità di controllo del mondo, i loro sogni, i loro moventi profondi, quelli buoni, quelli giusti, quelli segnati dalla attesa di lasciare dei semi generativi nella vita. Magari sono sogni che non si sono compiuti del tutto, che loro possono offrire come lascito a chi viene, a chi prova a riaprire la via, ad aprire un nuovo cammino per una carovana che speriamo coesa. Per un esodo che porti dentro nuove promesse buone e giuste tra le donne e gli uomini.
Un dono del “mancante”, del “non compiuto”. Di un fallimento? No, piuttosto, il dono dell’atteso, dell’augurio, della promessa e dell’ a venire! Dagli anziani e dagli adulti può venire, dunque, il dono dei sogni. Dai giovani soprattutto la capacità di immaginare, di profetare e di realizzare le immagini, di sognare ad occhi aperti, di ritessere il mondo, di dare inizio, di tornare a dare inizio. Assolvendo il loro compito generazionale che è quello di nascere, tornare a nascere e di fare rinascere.
Con un grande senso dell’armonia del creato, della fraternità universale. Con un grande gusto della diversità. Con un grande desiderio di sobrietà e di verità, di autenticità della vita. E con il respiro lungo della speranza, della passione. Con una grande capacità di dedizione.
Dai giovani e dalle giovani può venire il dono del futuro, dell’inizio, di un gioco di sé e della propria libertà. Dono di profezie concrete, in oasi di fraternità, scrive l’ultimo Edgar Morin: dono d’anticipo, d’inizio appunto.

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