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In punta di dita

Ornella Martini

Professore associato


 

 

Dove, parlando di corpo e di digitale, propongo una visione aperta del mondo in cui stanno vivendo i nostri bambini, e noi con loro (veramente?)

Di domenica, all’ora di pranzo, in una ridente cittadina di mare, una famiglia è al ristorante. Hanno già ordinato; mentre aspettano i due figli, maschi, a occhio di nove e cinque anni, sono immersi nei loro tablet fatti apposta per i bambini. Presumibilmente giocano. Continuano a farlo durante tutto il pranzo, anche dopo l’arrivo degli spaghetti con le vongole. Una volta mangiate le vongole da solo, il più piccolo viene imboccato dalla madre mentre continua a giocare. Più o meno finiti gli spaghetti il pranzo è terminato e i due ragazzini passano dal tablet al telefono, e così fino alla fine.
Di sera, a cena in un bellissimo paesino di montagna con la neve, un bambino di circa tre anni guarda un video animato su un tablet; arriva la pasta e la madre toglie il tablet per imboccarlo meglio e quello scoppia a piangere stizzito e disperato. Per evitare che resti digiuno e, con lui, gli altri clienti storditi dalle urla, i due genitori cedono, risistemano l’apparecchio davanti al figlio e la madre lo imbocca dalla sua postazione, mentre imbambolato fissa lo schermo e apre meccanicamente la bocca.
Episodi del genere sono sempre più comuni e inquietanti, perché evidenziano la difficoltà e l’incapacità degli adulti di gestire i rituali e le regole dei pasti, un contatto vitale e piacevole con il cibo, il rapporto dei bambini con l’oggetto principale delle loro passioni, sempre di più e spesso, una macchina digitale. Gli adulti finiscono in balia di bambini onnivori di tutto quel che piace a loro, tranne il cibo.
Al rapporto dei bambini con il cibo ho dedicato un intero capitolo del mio lavoro Dare corpo. Idee scorrette per una buona educazione, e rimando a quelle pagine per chi fosse interessato a approfondire le implicazioni psicologiche e educative della corrispondenza tra la bocca e la mano, come chiave di percorsi di crescita più o meno liberi, autonomi, ricchi, avventurosi, vari.
La mano che porta alla bocca ed esplora il cibo è la stessa che esplora il mondo: più essa è curiosa, disponibile, dinamica, autonoma, e con essa tutto il corpo, più e meglio costruisce un rapporto fiducioso, interessato, armonioso, con il mondo circostante, con gli altri, con se stessa e tutto il complesso sistema a cui è collegata.
Questo è, dunque, un aspetto generale del problema educativo di fondo: come agire, oggi, un’educazione libera, dentro e fuori, promuovendo, direbbe Dewey, tanto il libero movimento ‘esterno’ del corpo, quanto quello ‘interno’ del pensiero.
In questo contributo, a partire dagli interrogativi che suscitano in me visioni sempre più diffuse, come le due che ho richiamato, provo a pormi una domanda un po’ diversa da quella che, forse, verrebbe spontanea riguardo alla presenza di strumenti digitali su quelle tavole; è una domanda che, ancora una volta, ha a che fare col rapporto tra bocca e mano, a partire da quel preistorico momento in cui gli antenati umani hanno attivato il pollice opponibile, e la domanda ha, ancora una volta, a che fare con problemi di pollice.
Ė: va bene, non dovremmo vedere scene come quelle sopra descritte, ma cosa c’è sotto? Cosa sta succedendo ai corpi e ai cervelli di questi bambini, dei ragazzi loro fratelli e sorelle, degli adulti che diventeranno; che si stanno trasformando per effetto di un uso tanto diffuso, specifico, costante, dei loro pollici per usare display di telefoni cellulari, tablet, computer?
“I ragazzi abitano dunque il virtuale. Le scienze cognitive mostrano che l’uso della Rete, la lettura o la scrittura dei messaggi con il pollice, la consultazione di Wikipedia o di Facebook non eccitano gli stessi neuroni né le stesse zone attivati dai libri, dalle lavagne o dai quaderni. I ragazzi riescono a gestire molte informazioni nello stesso tempo. Non conoscono, né integrano, né sintetizzano come noi, che siamo i loro genitori e nonni. Non hanno più la stessa testa”.
Così Michel Serres, in quel libro tanto piccolo quanto prezioso che in una scelta, tanto presuntuosa quanto fuori luogo dell’editore, in italiano ha per titolo Non è un mondo per vecchi e che, invece, nell’originale francese suona Petite Poucette. Ai Pollicini e, soprattutto, alle Pollicine, perché le ragazze sono le più presenti e le migliori nei luoghi dove s’impara e si fa cultura, Serres dedica il suo sguardo affettuoso e attento. Lui parla in particolare di ragazzi e ragazze, visto che il suo osservatorio privilegiato, oltre i suoi due nipoti maggiorenni, sono le università di mezzo mondo: dunque, il mondo in cui abitiamo oggi sta trasformando prima di tutto proprio i bambini, e più sono piccoli più sono diversi dai bambini piccoli di un pugno di anni fa.
“Lui o lei non hanno più lo stesso corpo, la stessa speranza di vita, non comunicano più allo stesso modo, non percepiscono più lo stesso mondo, non vivono più nella stessa natura, non abitano più lo stesso spazio” (Serres, 2102, 28).
Non hanno più, dunque, la stessa testa, lo stesso corpo, forse neppure più la stessa mano, e tutto dentro e intorno a loro è cambiato e sta cambiando: ho scritto più volte e fin qui che strettissima è la dinamica tra natura e cultura, tra corpo e cervello; dunque, se tutti gli elementi si modificano, è necessario tener conto di tali cambiamenti per poter pensare e praticare forme educative coerenti con essi. Inutile e insensato arroccarsi su false e pretestuose certezze; necessario e sorprendente, piuttosto, osservare i mutamenti con partecipazione competente.
Modificando il modo di guardare ai cambiamenti in atto, le cose appaiono sotto una luce molto diversa. Prendiamo ancora una volta il rapporto tra corpo, cervello e, dunque, mente.
I bambini, tutti, con una sorta di innata abilità anche quelli che ne vengono tenuti il più possibile lontani, sembrano troppo immobili quando e perché maneggiano con estrema competenza macchine digitali; allo stesso tempo, il loro cervello è estremamente sveglio e attivo.
Piper, autore (già citato in un precedente articolo) di un bel libro sul libro, descrive in termini di sonnambulismo la condizione del lettore-spettatore digitale.
“Con ciò non voglio suggerire che online perdiamo la nostra capacità di pensare (il cliché secondo cui diventeremmo stupidi). Il sonnambulismo differisce dal sogno perché esibisce una confusione tra categorie. Quando sogniamo, siamo ancora addormentati. Quando camminiamo nel sonno, diversamente, siamo mentalmente addormentati, ma fisicamente svegli” (Piper, 2013, 68).
Vorrei ragionare sull’opposto: la condizione sempre più diffusa oggi è quella di esseri che sembrano fisicamente addormentati ma mentalmente sveglissimi. Questa mi sembra la chiave per ragionare sul contesto culturale nel quale stanno crescendo le nuove generazioni.
Non sappiamo con precisione cosa accada dunque a questi corpi che sembrano immobili: è un campo incredibilmente affascinante di ricerca, ancora una volta di ambito neurofisiologico, sulle funzioni dei ‘neuroni specchio’; ad esempio, Lo schermo empatico (Gallese, Guerra, 2015) esplora il rapporto tra visione cinematografica e vissuto emotivo del corpo; dunque, una condizione di estrema motilità dentro un’esperienza di pressoché totale immobilità.
I corpi dei nostri bambini e dei nostri ragazzi sembrano addormentati perché passano la maggior parte del tempo in ambienti chiusi; addirittura, un articolo inglese sostiene che i carcerati passano più tempo di loro alla aria aperta (http://www.theguardian.com/environment/2016/mar/25/three-quarters-of-uk-children-spend-less-time-outdoors-than-prison-inmates-survey?CMP=share_btn_tw).
Ancora Serres (così come già Dewey) ci ricorda che la scuola tradizionale si fonda sull’immobilità assoluta, esterna e interna, dei corpi e delle menti.
“Una volta lo spazio dell’aula si configurava come un campo di forze il cui centro orchestrale di gravità si trovava sulla pedana, nel punto focale della cattedra, letteralmente un power point. Era là la densità pesante del sapere, pressoché inesistente alla periferia. Ma ormai sparso dappertutto, il sapere si espande in uno spazio omogeneo, decentrato, libero. L’aula di una volta è archiviata, anche se si vedono soltanto aule fatte ancora così, anche se non se sanno costruire di diverse, anche se la società dello spettacolo cerca ancora di imporle.
Allora i corpi si muovono, circolano, gesticolano, chiamano, scambiano volentieri ciò che si sono trovati in tasca. Dopo il silenzio arriva il chiacchiericcio, e dopo l’immobilità il baccano? Non è così. Un tempo prigionieri i ragazzi si liberano dalle catene della caverna plurimillenaria che li legavano, immobili e silenziosi, al loro posto, bocche cucite e culi fermi” (Serres, 2013, 30).
Oggi quell’immobilità imposta a fatica risulta ancora più insensata proprio a confronto con l’eccitazione e il lavorio delle menti impegnate in infinite attività digitali.
Ma le menti costruiscono la loro consapevolezza nell’interazione di cervello e corpo; dunque, si tratta di comprendere come avvenga la dinamica di queste menti sveglissime che abitano corpi apparentemente immobili: lo sono davvero? E se così non è, come avviene l’interazione? E lo stato di continua eccitazione cerebrale modifica e come la percezione e la consapevolezza corporea? Tutti fenomeni da comprendere, ancora.
Gli studi sulle caratteristiche e le funzioni dei “neuroni specchio” offrono un campo di studio molto interessante, partendo dall’assunto generale che tali neuroni si attivano anche laddove si osserva qualcuno compiere un’azione: attivano, cioè, uno schema di risposta simile a quello dell’azione concretamente compiuta (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006).
Studiando in questo modo le interazioni tra bambini e macchine digitali dovremmo poter meglio comprendere se e come ciò che si muove e agisce sullo schermo muove il corpo insieme al cervello tanto eccitato e partecipe. Qualche volta sono quasi ammirata dalla agilità mentale, percettiva e cognitiva, di cui i bambini anche piccoli sono capaci soltanto muovendo i loro pollici.
In questo contributo sembra che io affermi quasi il contrario di quanto argomentato nei precedenti, in particolare in quello subito prima di questo, proprio a proposito della necessità di ripensare l’educazione a partire dal corpo; e invece no, se, come è nella prospettiva di studio e ricerca che ho scelto, il corpo interagisce costantemente con il cervello e così reciprocamente, attraverso l’azione di tutto il sistema con l’ambiente in cui è immerso.
Sono convinta dell’urgenza di scelte educative finalizzate alla sperimentazione della libertà di movimento ‘esterno’ dei corpi che esplorano in ogni forma e modo ambienti diversi, e ‘interno’ delle menti che esprimono liberamente il proprio pensiero.
Da parte degli adulti è, dunque, necessario, da un lato, rinunciare all’immobilità dei banchi e scegliere il mondo fuori come aula, anche attraverso il riconoscimento del fatto che, attraverso le esperienze digitali, i cervelli viaggiano ovunque e in ogni tempo, molto al di là dei vincoli spazio-temporali di una scuola ancora rigidamente radicata alla cattedra e al libro di testo. Dall’altro, rinunciare alla paura dell’autorevolezza e affrontare il rischio del mondo, anche attraverso la consapevolezza che gli strumenti digitali non hanno un ruolo compensativo delle mancate scelte educative. Spetta a loro, infatti, promuovere e orientare nei bambini un rapporto aperto e curioso con il mondo, attraverso il movimento libero, dentro e fuori, e il rispetto di alcune regole: tra queste, ad esempio, quella che stabilisce che a tavola non si gioca con il tablet ma, al contrario, si gusta e si rispetta il cibo mangiando tutti insieme. Facile, no?

Bibliografia

Dewey John (2014), Esperienza e educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano
Gallese Vittorio, Guerra Michele (2015), Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze, Raffaello Cortina Editore, Milano
Piper Andrew (2013), Il libro era lì. La lettura nell’era digitale, Franco Angeli, Milano
Rizzolatti Giacomo, Sinigaglia Corrado (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano
Serres Michel (2013), Questo non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri, Torino

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