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Io sono uno specch-IO

Ornella Martini


Dove, parlando di corpo e di animalità, rifletto sulla necessità di usare ogni genere di specchio per potersi riconoscere come Io

Qualche settimana fa, è morto uno dei nostri gatti, il più anziano, il più di razza, era un persiano, il più malato, ormai da tempo dell’equivalente felino dell’AIDS umana. Ora è seppellito vicino a noi, sotto un cumulo delle pietre di questa campagna, nel cimitero dei piccoli animali tenuti in casa che, fin ora, hanno accompagnato la crescita di Irene: criceti, conigli più o meno nani, pettirossi e fringuelli caduti dal nido. Poi tutti gli altri, papere, galline, tacchini, sgozzati dalle donnole o portati via dalle volpi, e i cuccioli, un maialino, un asinello, un capretto, nati prematuri o troppo deboli per sopravvivere.
La vita in campagna espone continuamente alla morte di animali, domestici e selvatici; che muoiono per malattia o per incidente, o vengono uccisi per usi alimentari.
La morte di un animale, di uno dei nostri animali, del mio gatto e le umane reazioni di fronte a queste morti, è un’ occasioni per riflettere sull’animalità, sul rapporto tra animali e umani, sull’interrogativo relativo alla condizione animale dell’umano, sulla costruzione dell’umano a partire dal controllo dell’animalità, fino quasi alla sua scomparsa.
Nei miei contributi ho già affrontato il tema: l’educazione è una costruzione artificiale della condizione umana, nella dinamica tra natura biologica e ambiente socio-culturale.
In questo contributo metto in evidenza e approfondisco un passaggio cruciale del processo di artificializzazione dell’umano, nel suo definitivo separarsi, per cultura, dal mondo animale (perché per componente biologica il cervello conserva funzioni primordiali): la comparsa del linguaggio, dal momento in cui viene assegnato il proprio nome.
L’addomesticamento di un animale si completa con l’assegnazione di un nome; quello di un umano inizia appena il suo nome viene scelto: in entrambi i casi si attuano complessi processi di uscita dalla propria condizione originaria.
Nel caso di cuccioli umani l’entrata nel ‘mondo’ comporta la ‘perdita’ del corpo; la conquista del linguaggio la scoperta dell’Io fondato dalla presenza dell’Altro, a cui si racconta, nel quale si rispecchia. Straordinari risultati basati su altrettanto sconvolgenti perdite.
Provo a tessere il filo del mio ragionamento per arrivare dove voglio arrivare, in compagnia di un libro in particolare: Filosofia dell’animalità, di Felice Cimatti, già citato di passaggio in un mio precedente intervento, che ne ha richiamati altri, come il fondamentale e mai abbastanza citato testo di Norbert Elias, La società delle buone maniere, gli scritti di Lacan sullo specchio, un albo a fumetti sorprendente e un po’ inquietante, e anche il mio Dare corpo.specch_io
Il concetto di ‘animalità’ esprime una condizione di immanenza, nella quale non c’è sdoppiamento, scissione, uscita, dunque trascendenza: l’animale (non addomesticato, è evidente) vive in una sorta di “bolla invisibile” che coincide col mondo: non c’è nulla fuori di essa, dunque né noia, né nostalgia, né libertà. L’animale è il suo corpo in un ambiente e questo è il suo mondo. Un mondo chiuso, nel quale ha significato ciò che è biologicamente determinato: l’animale, irriducibile alle considerazioni e alle valutazioni umane come non libero, mancante di qualcosa, attua operativamente ciò che percepisce: questo è l’ambiente, ‘una totalità chiusa’.
Cimatti ragiona sul contributo di Jakob von Uexküll, zoologo e filosofo, del quale riporta molto efficacemente le considerazioni scientifiche sulla vita di una zecca, come esempio di animalità allo stato assoluto.
“In ogni momento la zecca è guidata dalla stimolazione che proviene dall’ambiente. La zecca è in uno stato di completo abbandono rispetto al suo ambiente; anche in questo caso è una strana soggettività, quella che von Uexküll le attribuisce, perché si tratta di una soggettività che non ha aspettative né progetti, rimpianti o desideri. La zecca dipende completamente dalla sua situazione ambientale”.
La vita della zecca è l’intreccio dinamico di ‘marche percettive’ che si traducono in ‘marche operative’. Non c’è altro fuori di questo.
“Ora è sul corpo del mammifero, ne tocca la pelle: ‘la nuova marca tattile attiva un movimento di esplorazione fino a che questo, a sua volta, non viene soppresso dalla marca percettiva termica nel momento in cui la zecca arriva in un punto privo di peli e comincia a perforarlo’. Inizia così un ulteriore ciclo operativo, perché il sangue che succhierà dal mammifero le permetterà di completare il processo della riproduzione. A questo punto, completato il ciclo, l’animale può lasciarsi morire, perché le uova che ha deposto ne inizieranno un altro” (Cimatti, 2013, 13).
La zecca, come ogni animale, è un corpo e il suo vivere è pieno, completo. Una visione che offre una chiave interessante per ripensare l’antropocentrismo delle concezioni attuali dell’animalismo, del naturalismo, dell’ecologismo e delle stesse concezioni educative legate alle sensibilità ambientaliste che, molto spesso, finiscono per antropomorfizzare il mondo animale.
Del tutto diverso da quello della zecca è il destino umano.
Un bambino appena nato è ancora un corpo.
“All’inizio c’è un corpo animale, di un piccolo mammifero dotato di capacità cognitive e comportamentali sostanzialmente simili a quelle degli altri mammiferi” (Cimatti, 2013, 35); ma già prima della nascita, con la scelta del nome che riceve e l’attivazione di cure parentali attraverso l’uso del linguaggio, il cucciolo d’uomo, lo ricordo, incompleto, immaturo, dipendente, è coinvolto in un processo di crescita al tempo stesso, biologico e culturale.
Il linguaggio è forse la tecnologia della comunicazione più articolata ed efficace di cui gli umani hanno imparato a dotarsi; attraverso il linguaggio s’impara a vedersi dal di dentro, a raccontare il mondo e se stessi, a comprendere le regole e controllare gli istinti e le emozioni, a tradurre la realtà in simboli (Lévy, 1997; Damasio, 2012. Da ricordare anche il contributo di Vygotskij e di Piaget).
Il linguaggio è una tecnologia straordinaria fondata sull’alienazione di sé, come pienezza del vivere animale, da se stessi come auto-coscienza e come racconto.
“L’antropogenesi è il processo che porta un vivente a dire ‘io’, ciò che significa uscire da sé, dal flusso del proprio vivere, e vedersi dall’esterno” (Cimatti, 2013, 41).
In questo lungo e complesso processo il bambino perde progressivamente il suo essere corpo, unità armonica di percezioni e azioni, e acquista un corpo di cui può disporre, a patto che l’ambiente in cui vive lo permetta, a patto che impari a controllarlo. Autocontrollo e autocoscienza sono le fondamenta di ogni percorso di crescita, individuale e sociale.
“Lo specifico processo del ‘divenire adulti’ psichicamente, che oggigiorno fa spesso riflettere pedagogisti e psicologi, non è altro che il processo individuale di civilizzazione cui nelle società civili, a seguito del secolare processo sociale di civilizzazione, ogni adolescente viene assoggettato fin da piccolo e automaticamente, in diverso grado e con diverso successo” (Elias, 1982, 103).
Attraverso l’acquisizione del linguaggio e il lungo apprendistato all’autocontrollo delle funzioni e dei richiami del suo corpo, il bambino addomestica se stesso: si afferma come un Io, che può dire sì e no, accettando e rifiutando regole e principi im-posti dall’ambiente, l’ambiente è aperto e si fa mondo; prima di tutto nel quale si scopre un Tu, e poi incontra e si scontra con altri Io che per lui sono dei Tu. Il fatto è che, nel poter dire sì e no, esercita un potere che non è assoluto perché dipende sempre dal sì e dal no dell’Altro: l’Io si specchia continuamente nell’Altro che lo guarda dall’esterno.
A pensarci bene, un bambino impara a parlare più o meno alla stessa età in cui scopre in modo consapevole la sua immagine riflessa nello specchio. Attraverso il linguaggio scopre l’altro dentro di sé, il senso del tempo, la separazione tra ciò che è e che ciò che desidera; attraverso lo specchio scopre il gioco della conferma di sé attraverso lo sguardo dell’Altro, la sua conferma, il suo giudizio (Lacan,1974, efficacemente rielaborato in Bechdel, 2012).
“Alla ‘bolla’ in cui vive la zecca nel suo ‘ambiente’ subentra ora la ‘bolla narcisistica’, all’interno della quale vive il soggetto che dice ‘io’, che tanto più ha bisogno di promuovere la propria immagine quanto più è separato dal proprio corpo. È la bolla che accompagna il vivente del ‘mondo’, che proprio perché privo di un ‘ambiente’ non sa letteralmente dove stare, né tanto meno come starci: vivere in un ‘mondo’ significa infatti non avere nessuno (per la zecca ci pensa l’‘ambiente’) che indichi quel che è necessario fare, e perché.
Solo rimirandosi nello specchio, infatti, nella propria immagine, questo ‘io’ può provare a riconoscersi; non essendo un corpo prova allora ad averne uno, ma l’unico corpo che può avere è quello immaginario che gli offre lo sguardo altrui” (Cimatti, 2013, 39).
In chiave antropogenetica e ontogenetica questo è quel che avviene alla specie umana. Ora, nel mondo in cui ci tocca la sorte di vivere la condizione di apertura, di confusione, di frammentazione, di disorientamento, è massima; mentre nei mondi precedenti era più chiaro individuare il riferimento autorevole e autoritario di regole e principi di comportamento e di autocontrollo del corpo e del linguaggio, oggi questi riferimenti fondativi sono costantemente frutto di aperture ulteriori a valutazioni personali, negoziazioni comportamentali (dentro la famiglia, soprattutto, ma anche in istituzioni come la scuola. Mi permetto di rimandare a Martini, 2015).
La perdita e l’arbitrio, l’apertura e la condivisione, nel bene e nel male, non sono causate dalla cultura digitale, certamente da esse sono straordinariamente amplificate, diffuse, moltiplicate. La moltiplicazione degli specchi attraverso i quali guardare la propria immagine riflessa nello sguardo degli altri, risponde a quel bisogno originario di conferma della propria identità; allo stesso tempo, questi viventi che non sono più corpo, nel senso dell’animalità originaria (che al proprio ambiente appartiene, che per questo è), giocano con le immagini del corpo che hanno, e da queste interrogano gli altri per dar senso al proprio stare al mondo. Ogni occasione di stare al mondo offre set per mettere in scena il proprio Io-immagine nel caleidoscopio di specchi concentrici proposti, integrati e condivisi in Rete (sotto l’egida di Google, l’imperatore di tutte le App. E sia chiaro, parlo anche di me, che Google e le sue app utilizzo con chiarezza, efficacia e grande utilità). Al ristorante si fotografa in un certo modo il piatto perché risulti gradevole e, soprattutto, invidiabile, allo sguardo degli amici che lo vedranno, senza mai comunicare se poi davvero era buono, caldo o freddo al punto giusto; durante un viaggio, i luoghi sembrano osservati più per individuarne la piacevolezza da catturare con una fotografia da pubblicare praticamente in tempo reale, piuttosto che per se stessi.
Che straordinario lavorio, anche creativo, dentro questo mondo di specchi!
Che perdita straordinaria di vita faticosamente vissuta per sé!
E che fatica per i nostri ‘Pollicini’ e le nostre ‘Pollicine’! (http://zeroseiup.eu/in-punta-di-dita) Tuffati nei loro specchi digitali, riparati da grandi ciuffi-tenda/sipario a domandarsi: ‘Qualcuno si accorgerà di me?’, ‘Mi apprezzerà e mi vorrà bene per quel che sono ora, così?’, ‘Che ci faccio qui in questo mondo?’. Ornati delle loro creste, a banana, a ricotta, a porcospino, a cipolla, sacerdoti e sacerdotesse di corpi da mostrare come icone, di questi corpi esibiti spesso non sanno cosa farne realmente; così si fotografano, si riprendono, si inviano, e si parlano a distanza. Si parlano, si parlano, si parlano. Ancora una volta linguaggio e specchio come strumenti dell’Io.
Che straordinario lavorio, anche simbolico, dentro questo mondo di specchi e di “parlessere”, per dirla con Lacan.
Che fatica straordinaria di vita emotivamente rimandata!
Al momento è così che la vedo, cercando di non esprimere giudizi trancianti, ma indicando, scegliendo, praticando, alternative possibili. Ho già avuto occasione di parlarne nei miei interventi precedenti sulla rivista (a esempio in http://zeroseiup.eu/dare-corpoun-titolo-e-una-prospettiva).
Una alternativa fondamentale è riportare i corpi il più possibile all’aria aperta, in ambienti naturali il più possibile tali, ovvero il meno addomesticati dagli uomini (su questo, il contributo del National Trust è chiarissimo ed efficace, https://www.nationaltrust.org.uk/50-things-to-do).
Altra possibilità, strettamente collegata alla prima, è permettere ai corpi di scoprirsi come laboratori delle emozioni, per imparare a riconoscerle, affrontarle, accettarle, quindi controllarle, attraverso esperienze avventurose, artistiche, drammaturgiche, anche digitali, perché no.
E ancora, universo da esplorare, fonte di paure, meraviglie, invidia, nostalgia, lo sguardo umano sul mondo animale, dalle zecche (e qui in campagna, lo sanno bene i nostri cani, ne abbiamo da non poterle contare), l’animale assoluto, alle innumerevoli varietà di animali selvatici, fino alle innumerevoli varietà di animali domestici, ponti un po’ cartoon tra l’animalità ibrida e l’‘humanitas’ nostalgica, con i quali instaurare relazioni capaci di nutrire sanamente l’animalità di entrambi.

 

Rimandi bibliografici
Bechdel Alison (2012), Sei tu mia madre?. Milano: Rizzoli – Lizard.
Cimatti Felice (2013), Filosofia dell’animalità. Roma-Bari: Editori Laterza.
Damasio Antonio (2012), Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente. Milano: Adelphi.
Lacan Jacques (1974), “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’ ‘Io’”, in Scritti. Torino: Einaudi.
Lévy Pierre (1997), Il virtuale. Milano: Raffaello Cortina.
Martini Ornella (2015), Dare corpo. Idee scorrette per una buona educazione, https://sell.streetlib.com/book/dare-corpo-idee-scorrette-per-una-buona-educazione-ornella-martini

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