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Jean-Jacques Rousseau e il suo ruolo ispiratore nel rapporto tra natura ed educazione

La natura influisce sul metodo educativo di Jean-Jacques Rousseau.

Ne costituisce un mezzo essenziale, che si declina in più dimensioni in particolare nella sua opera Emilio o dell’educazione.

La sua rappresentazione del bambino e del metodo che ne deriva possono ancora essere fonti di feconda ispirazione.

 

Jean-Jacques Rousseau

La vita di Jean-Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e filosofo francese, è degna di un romanzo d’avventura, piena di insidie.
Esercita diversi mestieri: precettore, domestico, segretario d’ambasciata a Venezia, copista e musicista.
Scrive e compone opere tra cui Le Muse galanti e L’indovino del villaggio. Soprattutto è uomo di lettere. Pubblica trattati di filosofia, di politica, di educazione, di morale, nonché romanzi.
Filosofo illuminista, dà inoltre alle stampe lavori come Il contratto sociale e Emilio o dell’educazione.
Entrambe uscite nel 1672, queste ultime opere sono complementari dal momento che l’educazione di Émile dovrà produrre il buon cittadino tratteggiato nel Contratto sociale.
Nelle Fantasticherie del passeggiatore solitario esprime un rapporto fusionale con la natura che, per lui, è anche un rifugio.
Erborista, gran camminatore, ha spesso criticato la città, la sua sporcizia e la superficialità dei suoi abitanti. Soggiorna spesso in campagna, passeggia per i boschi e per i sentieri francesi e trascorre alcune settimane su di un’isola svizzera in mezzo a un lago.
Muore nel 1778 a Ermenonville, nell’Oise, dove la sua tomba si trova in un parco.

 

 

Bernadette Moussy

Rousseau, la natura e l’educazione

Dopo la sua pubblicazione, Emilio o dell’educazione ha influenzato i pedagogisti per secoli. Rousseau vi tratteggia il contesto in cui il suo allievo dovrà vivere e le varie tappe dell’educazione che vengono svelate nel corso dei quattro “libri” o capitoli del testo, scanditi secondo i periodi dell’infanzia e della giovinezza. Il quinto e ultimo capitolo è dedicato all’educazione della donna che il protagonista dovrà scegliere: Sophie. L’articolazione del testo in diverse tappe anticipa l’approccio che sarà seguito più tardi dai pedagogisti che descriveranno i vari stadi dell’evoluzione del bambino. Un’articolazione non immotivata, dal momento che Rousseau inserisce il bambino in una dimensione naturale che, come una pianta, si sviluppa gradualmente in un contesto adatto. Durante l’infanzia Jean-Jacques esprime la felicità dello scoprire la natura quando viene raccolto dallo zio: “La campagna era per me così nuova che non potevo stancarmi di gioirne. Vi presi un gusto tanto vivace che non si è mai più spento” (J.-J. Rousseau, Le confessioni). Ma a questo incontro con la natura si aggiunge quello che avverrà con il cugino. “La semplicità di quella vita campestre mi fece un bene di un valore inestimabile, schiudendomi il cuore all’amicizia”. Il suo avvicinarsi alla natura è quindi legato ad un rapporto felice. È possibile altrimenti? “Mandate i bambini […] in mezzo ai campi” (J.-J. Rousseau, Emilio o dell’educazione), ci dice, per lottare contro l’influsso negativo della città.

Precursore dell’ecologia, Rousseau critica l’uomo che distrugge la natura, che “mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il cane, il cavallo, lo schiavo; […] nulla accetta come natura lo ha fatto, neppure il suo simile: pretende ammaestrarlo per sé come cavallo da giostra”. Così si apre il primo capitolo dell’Emilio. Non solo l’uomo distrugge la natura, ma rifiuta la dimensione naturale del bambino. Émile verrà allevato in campagna presso dei contadini. I consigli per l’alimentazione della balia di Émile sono incredibilmente attuali: perché il latte sia più dolce, dovrà consumare più ortaggi che carne.

 

La natura del bambino

Che ci dice Rousseau di questo?

Quando nasce, “il bambino è già discepolo, non del precettore, ma della natura” (J.-J. Rousseau, Emilio o dell’educazione). Si riferisce alle sue forze interiori, quelle che lo spingono a crescere, a conoscere, ad adattarsi. L’idea che il bambino abbia in sé delle sue possibilità di sviluppo non è nuova. Comenio, pedagogista ceco (1592-1670), ci dice che il bambino è come un seme che ha in sé tutte le sue potenzialità di sviluppo. “La forma della pianta non esiste in atto, ma l’erba o l’albero esiste già in sostanza, non v’è dunque alcun bisogno di fornire all’uomo elementi esterni, basta dispiegare le qualità di cui ha in sé il seme” (G.A. Comenio, Grande didattica).

L’educazione consiste quindi nello sviluppo dello slancio vitale del bambino con tutte le possibilità che albergano in lui. Per Jean-Jacques Rousseau, l’educatore diventa giardiniere, argomentando in questo modo la necessità di rispettare la natura del bambino nell’azione educativa. Conoscendo la pianta – il bambino –, la mette in un contesto in cui può crescere da sé. Detto questo, il precettore, che Rousseau chiama Jean-Jacques, è sempre accanto ad Émile per spiegargli le cose che scopre. Da sé non significa da solo.

È un rovesciamento totale rispetto alla pratica educativa in cui il bambino è considerato “un vaso da riempire”[1]. Ma per Rousseau obbedire alla natura è una priorità perché l’educazione abitualmente seguita altera l’essenza del bambino: “Le buone istituzioni sociali sono quelle che meglio sanno snaturare l’uomo, togliendogli la sua esistenza assoluta per dargliene una relativa e per trasportare l’io nell’unità comune” (Emilio, libro I).

 

Quali strumenti educativi propone Rousseau?

“Non sappiamo nulla dell’infanzia […], i più saggi si attaccano a quello che per gli uomini è importante sapere, senza considerare quello che i bambini sono in grado di apprendere” (Emilio, libro I). Osservare il bambino per conoscere i suoi bisogni e le sue possibilità, è questo che a Rousseau sta a cuore più di ogni altra cosa. Occorre “conoscere il soggetto”, come è necessario conoscere il seme o la pianta di cui si attende la crescita.

Di cosa ha bisogno il bambino per sviluppare le proprie forze? Di libertà. A cominciare dalla culla: “Niente cuffiotti, né fasce, né bende, ma pannolini comodi e sciolti, che lascino in libertà tutte le sue membra […]. Ponetelo in una grande culla, bene imbottita, ove possa muoversi a suo agio e senza pericolo. […] Lasciate che si trascini carponi per la stanza”. Sembra di leggere Emmi Pikler (pedagogista ungherese, 1902-1984) e il suo testo sul movimento in libertà, dove l’ambiente che circonda il bambino gli garantisce al tempo stesso sicurezza e spazio per muoversi senza intralci.

L’obiettivo di Jean-Jacques è “produrre” un adulto che sappia dar prova di autonomia e discernimento, cioè di libertà intellettuale. Émile scopre da sé le leggi della natura. Si tratta della natura cosmica, gli alberi, gli animali, i minerali, l’acqua, la terra, l’aria, gli astri… l’origine e gli elementi costitutivi degli eventi, per farsene una propria idea.

Qual è lo strumento per scoprire la natura? L’esperienza. Jean-Jacques è sempre accanto ad Émile per dare senso a ciò che accade, spiegare, nominare, concludere…

Non dategli alcun comando […] che senta tosto sul suo capo altero il duro giogo che la natura impone all’uomo, il pesante giogo della necessità”. Così il bambino è posto di fronte alla realtà delle cose e non a belle frasi che insegnano cosa si debba pensare. Se obbedisce, obbedisce alla natura delle cose. L’educatrice è la natura.

 

Un giorno… Jean-Jacques decide di dare ad Émile il senso della proprietà, che per Rousseau è primordiale. Émile vuole farsi un giardino perché vede intorno a sé seminare, piantare, raccogliere ortaggi. Jean-Jacques lo lascia fare, addirittura ara il terreno con lui. Émile è fiero di piantare e annaffiare i semi. “Tutto questo è vostro”, insiste Jean-Jacques, “per fargli ben sentire che c’è qualcosa di lui!

Ma il giardiniere della proprietà protesta: Émile gli ha rubato i semi. Emerge nel cuore del ragazzo il primo senso di ingiustizia: “Ma io non ho un giardino!” Il giardiniere gli ricorda che bisogna rispettare il lavoro degli altri. Si viene a un patto: il giardiniere mette a disposizione del terreno e avrà in cambio metà della produzione. Rousseau ha lasciato che l’esperienza si sviluppasse fino alla presa di coscienza politica del suo allievo. Il bambino impara che il diritto spetta al primo occupante e scopre il valore della negoziazione e dello scambio.

Altre esperienze dalla dimensione più scientifica vengono a segnare la vita di Émile. Il ragazzo impara la geografia non tramite mappe ma tramite il suo ambiente naturale. Osserva il corso dei fiumi, distingue le praterie e le foreste e scopre la topografia del territorio circostante.

Prendendo nota della posizione del sole in diversi momenti della giornata e dell’anno giunge a porsi delle domande. La sua curiosità sfocia in una lezione di cosmogonia. Émile impara ad osservare, a costruire da solo i suoi ragionamenti, a dedurre e a stabilire nessi. Impara insomma ad alimentare la propria curiosità anche per il futuro. Per la maggior parte dei pedagogisti, la base dell’apprendimento sarà l’esperienza.

Per John Dewey (pedagogista americano, 1839-1952), per esempio, diventa un modo di procedere fondamentale. E va ricordato che ne aveva già parlato Comenio, aggiungendovi l’importanza dell’educazione sensoriale che è per Rousseau un supporto importante.

Nei principi educativi di Jean-Jacques Rousseau, la natura è non solo un ambiente da conoscere, un supporto, uno strumento pedagogico, ma è anche un approccio al bambino nella sua essenza.

Questa percezione del mondo infantile è fondamentale, induce atteggiamenti pedagogici che portano il bambino alla conoscenza, all’apprendimento della propria libertà e alla scoperta della propria responsabilità.

Tutto noi, bambini e adulti, siamo connessi al cosmo e originari del cosmo. Siamo in un cerchio di energia vivente. L’educazione non è forse rispettare questa energia?

 

Bernadette Moussy

Nata nel 1941, B. Moussy si è formata come educatrice di asilo nido, ha lavorato con bambini con disabilità motorie e ha fatto una tesi in storia dell’educazione. Attualmente si interessa all’importanza del rapporto del bambino con la natura. Ha pubblicato Les pédagogues dans l’histoire (2016) e La beauté, les enfants et nous (2018).

 

[1]   Il riferimento è a Montaigne, Essais: “Educare un bambino non è riempire un vaso, ma è accendere un fuoco.”

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