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La nostra scuola non educa

Umberto Galimberti

Perché non è in grado di seguire i processi emotivi e sentimentali degli studenti attraverso i quali si forma un uomo.

Tre sono questioni di attualità ragionando di scuola.

1. Non sarebbe male se le cattedre fossero occupate da più insegnanti maschili, non perché gli uomini sono più preparati o più idonei delle donne nell’insegnamento, ma perché la loro assenza è un sintomo di una situazione ben più grave: lo svilimento della professione dovuto alla scarsa remunerazione. Il vero riconoscimento professionale, infatti, non passa attraverso l’elogio delle persone capaci, ma, come in tutte le professioni, attraverso quel dato oggettivo che ha nel compenso in denaro la sua misura, Pagare poco gli insegnanti significa non solo svalutare la loro funzione, ma anche consegnarla di fatto non a chi sostiene con uno stipendio significativo l’economia della casa che di solito sono i maschi, ma a chi la integra col suo modesto stipendio come fanno le donne che perciò, con maggior frequenza rispetto ai maschi, si dedicano all’insegnamento.
Dopo di che ci saranno anche insegnanti che non meritano neppure il modesto stipendio che ricevono. Ma questo problema può essere risolto affrontando la seconda questione.

2. I presidi dovrebbero essere eletti dal collegio docenti e restare in carica tre anni, con la possibilità di nominare i professori che ritengono più idonei e licenziare quelli incapaci.
Questo è possibile solo se si elimina il ruolo, perché non si capisce per quale ragione un insegnante ritenuto inadeguato dagli studenti, dai colleghi, dai genitori dei ragazzi, dal preside stesso debba continuare fino al giorno della pensione a demotivare gli studenti per il solo fatto che é di ruolo. Nelle nomine il preside dovrebbe guardarsi dal fare favoritismi, perché a sua volta può essere dimesso per decisione del collegio dei docenti. Cosi sorvegliata la sua funzione, il preside potrebbe promuovere insegnati di valore previo colloquio o, ancor migliore test di personalità, per vedere se il prescelto ha un’alta motivazione all’insegnamento, una capacità espressiva di comunicazione, di fascinazione e di coinvolgimento degli studenti.
Cosi facendo s’instaurerebbe una sorta di competizione tra gli istituiti scolastici, ciascuno dei quali sarebbe sollecitata ad esprimersi nell’eccellenza.

3. La scuola non dovrebbe riempirsi di strumenti tecnologici, computer, lavagne luminose, registri digitali, perché non si è all’altezza del nostro tempo grazie all’uso delle macchine, ma grazie alla cultura. Il fine della scuola, infatti, non è la competenza tecnologica che gli studenti già possiedono in abbondanza e meglio dei loro professori, ma la formazione dell’uomo che necessita di educazione. E l’educazione prevede che, fin dai primi anni di scuola, si accompagni lo studente in quel percorso che insegna a distinguere gli impulsi, dove si arrestano i bulli che non hanno linguaggio e perciò si esprimono con gesti, dalle emozioni che consentono di conoscere, attraverso la risonanza emotiva che accompagna i nostri comportamenti, la differenza tra insultare un professore e prenderlo a calci, tra corteggiare una ragazza o stuprarla. La risonanza emotiva, che fa avvertire immediatamente la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è grave e ciò che grave non è, è fondamentale nella formazione dell’uomo.

Ultima tappa è l’acquisizione dei sentimenti che non sono dati per natura, ma si acquisiscono attraverso la cultura.
Tutte le culture primitive raccontavano miti in cui in cui si apprendeva la differenza tra puro e impuro, buono e cattivo, giusto e ingiusto. Oggi non possiamo più tornare ai miti, ma abbiamo la letteratura che ci insegna cos’è il dolore in tutte le sue forme, cos’è l’amore in tutte le sue sfumature, e ancora cos’è la noia, L’entusiasmo, la disperazione, la gioia, l’angoscia, la speranza e via dicendo. Senza questa mappa dei sentimenti – e qui non dimentichiamo che il sentimento è anche una facoltà cognitiva – non riusciamo a cavarcela nella vita, soprattutto quando sopraggiunge il dolore e non possediamo tracciati culturali idonei a evitare la disperazione.

Per questo Eschilo scriveva: “Il dolore è un errore della mente”. Che fa la scuola per l’educazione dei sentimenti? Nulla.

D La repubblica 182 13 APRILE 2019

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