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La programmazione in asilo nido

Augusta Foni

La programmazione educativa si impone come uno dei nuclei centrali dell’attuale dibattito sul nido, con una onnipresenza nei contesti più diversi che rende spesso difficile l’identificazione di quello che è in realtà realizzata, aspirazione, prospettiva culturale, operazione tecnica ed esperienza di lavoro.
Mi propongo di dare qualche elemento per cogliere questi aspetti nella realtà del nido, a partire dall’elaborazione che negli anni scorsi ha portato gli operatori a enucleare alcuni temi e contenuti tipici e ad abbozzare gradatamente in rapporto ad essi un approccio più sistematico, in cui hanno incominciato ad articolarsi finalità, strumenti e procedure, modalità di verifica.
La riflessione degli operatori sulla propria esperienza è stata corroborata e in certa misura prodotta dalla ricerca psicologica e pedagogica che in certi anni è entrata in forze nel nido a illuminare nuovi aspetti e nuovi nessi, mettendo in risalto le potenzialità educative di questo servizio. Attraverso tutti questi contributi si è delineato un profilo di asilo nido che dà forma alla programmazione educativa di un numero sempre più ampio di nidi (Becchi, Bondio1i 1985; Gay 1985; Frabboni 1985; Dallari, Bulgarelli, Restuccia Saitta 1984).
Il termine programmazione non è univoco: viene qui usato con la gamma di significati compresenti e complementari con cui attualmente nei nidi indica l’elaborazione e la formalizzazione da parte degli operatori di un progetto globale o parziale sull’attività e sulla funzione del nido. Benché l’esperienza della programmazione educativa sia piuttosto diffusa, si farà riferimento solo alle elaborazioni pubblicamente presentate e discusse.

La programmazione del servizio
Quanti sono gli aspetti e i problemi del nido che hanno le loro radici fuori e prima del nido? Perché alla programmazione educativa elaborata dagli operatori non fa quasi mai da quadro di riferimento una programmazione del servizio nel suo complesso?
La pura e semplice programmazione educativa come comunemente viene intesa non raggiunge da sola tutti gli effetti che si propone e corro il rischio di rimanere una testimonianza di impegno pedagogico a un tempo ottimistica e miope (Bronfenbrenner 1979).
Non mancano le prese di posizione sull’importanza del rapporto tra il nido e il contesto sociale più ampio, o le dichiarazioni d’intenti; manca in generale la concreta formulazione operativa del nesso tra il dentro e il fuori del servizio. C’è insomma un vuoto tra le affermazioni di principio, la programmazione intesa da tante amministrazioni come semplice computo numerico del rapporto tra bambini e nidi e tra bambini al nido e operatori e la percezione di un tutto un po’ lontano e confuso che si ha dentro il nido di quello che c’è all’esterno.
In realtà, gli argomenti da inserire in questa programmazione sarebbero assai numerosi: mi limito a fare qualche cenno agli aspetti che più da vicino hanno attinenza alla funzione educativa e presentano agganci operativi con le elaborazioni, fatte dal personale del nido.
L’impegno della programmazione del servizio spetta ovviamente all’ente gestore. E inutile nascondersi che è un impegno difficile perché presuppone una documentazione su temi molto specifici e delle capacità tecniche non surrogabili da un generico entusiasmo. L’impegno sarebbe estremamente gravoso per i piccoli comuni, ma nulla, o almeno nulla di fatale e di invincibile, vista l’attivazione di forme di sostegno da parte delle regioni o consorziali tra comuni che finora sono state inutilizzate o inesplorate. Del resto, non avrebbe senso che un’amministrazione comunale partorisse di testa sua una programmazione del servizio trascurando tutte le possibilità di uno scambio sui contenuti con gli operatori del nido, altri operatori interessati, i genitori, i cittadini ecc. che fornirebbe la materia prima per la programmazione stessa. Anche per gli operatori questo scambio sui temi di fondo del servizio sarebbe un”ottima esperienza formativa, poiché permetterebbe loro di portare il senso della propria esperienza educativa e delle proprie richieste direttamente nella sede in cui emergono anche le istanze degli utenti e dell’amministrazione. Va da sé che il Comitato di gestione potrebbe rivitalizzare i propri interessi e le proprie funzioni contribuendo alle elaborazioni su questi temi.
Evitando di partire dai problemi più generali, vale la pena di affrontare concretamente gli spunti che la pratica quotidiana del nido evidenzia con maggior frequenza. Gli esempi non mancano, anche sul filo delle considerazioni svolte fin qui. L’esistenza e la frequenza di interventi di sostegno psicopedagogico, già visti come determinanti per qualità dell’elaborazione pedagogica e il grado di autostima del collettivo, non sono frutto di una decisione presa dentro al nido. Alla decisione da parte dell’amministrazione si possono affiancare valutazioni sulle priorità da seguire a proposito delle richieste presentate dal personale, sul tipo di lavoro che il nido comporta, sugli aspetti del servizio che intende potenziare; tutti contributi decisivi alla programmazione del servizio. Persino la messa a punto di una procedura snella per l’acquisto dei materiali e per le piccole riparazioni possono essere canale di scambi sui contenuti con l’amministrazione e di accordi significativi per l’intero andamento del nido.
C’è un rapporto con un “fuori” che incomincia dentro il nido stesso e che va affrontato con una strategia congiunta di tutti gli operatori e l’amministrazione: il rapporto tra l’attività del nido e l’intervento sanitario. Da situazione a situazione, la sua frequenza e la sua articolazione variano grandemente, ma è raro che si rapporti funzionalmente all’attività educativa del nido.
Ormai saldamente affermata la funzione educativa, risulta ingiustificata una separazione in qualche modo sentita come necessaria ai tempi dell’emancipazione dall’impostazione sanitaria dell’ONMI, o meglio, risulta paradossalmente un’accettazione del carattere assoluto e immodificabile dell’intervento sanitario più corrente. Con tutte le cautele del caso, questa accettazione non va fatta: sia nel senso di richiedere all’intervento sanitario una logica di collaborazione sulle condizioni più adeguate alla crescita dei bambini, sia nel senso di portare gli educatori a una percezione più globale dei problemi che affrontano quotidianamente. Ci sono mille occasioni per approfondire a più voci il rapporto dei bambini con il “dottore”, il significato che hanno per i genitori l’esperienza del nido e gli orientamenti dati dalle figure sanitarie, ecc.
Anche collocare quanto fa il nido nel contesto dei servizi per la prima infanzia, sarebbe tema molto concreto da affrontare nella programmazione del nido stesso. Per il momento sembra solo materia futuribile, anche se gli utenti, bambini e adulti, sono direttamente colpiti da questi ritardi.
C’è un altro “fuori” che ha un legame particolare con il “dentro” del nido. E il rapporto con la scuola materna. Nelle situazioni in cui l’impegno pubblico ha portato all’organizzazione del nido e materna nel progetto unitario della scuola d’infanzia, questo rapporto è costruito con un’attenzione specifica, tale da costituirlo come irrinunciabile punto di riferimento per tutti. Là dove invece, e si tratta della maggior parte delle situazioni, nido e materna sono gestiti da enti diversi, il problema è ben più arduo. Non basta certo a risolverlo lo sforzo degli educatori per contattare gli insegnanti della materna, aderendo alle loro iniziative o evidenziando nella propria programmazione gli elementi che possono avviare un progetto di continuità pedagogica. La consistenza organizzativa e istituzionale di questo progetto viene dall’impegno da parte degli enti gestori delle due istituzioni per momenti di scambio, di formazione comune, ecc.
Il nucleo centrale della programmazione del servizio non può non riguardare l’utenza. Per la sua complessità, il tema richiederebbe anche un approccio sociologico, ma spunti da sottolineare emergono dagli stessi problemi citati a proposito dei genitori utenti del nido.
Dal momento che il nido rimane per tanti versi ancora poco conosciuto alla generalità della popolazione, va attentamente programmata la sua pubblicizzazione. Non si tratta ovviamente della pura e semplice informazione della sua esistenza e dell’orario di apertura, ma di mettere le basi per la conoscenza di un servizio per il quale modalità di accesso e partecipazione sono elementi costitutivi (Becchi, Bondioli 1983). Sarebbe il modo più corretto per rilanciare su una scala più ampia e istituzionale gli sforzi fatti nella stessa direzione dagli operatori del nido con mezzi più esigui. Tutte queste possibilità vanno coordinate in modo da coprire una pluralità di occasioni molto diversificate, tenendo conto dei canali di informazione più utilizzati dai genitori con figli piccoli. A questo proposito è utile non dimenticare la mappa degli interventi sanitari obbligatori, come le vaccinazioni, o altamente praticati dalla popolazione in età, per non sottovalutare l’importanza dei messaggi sull’educazione e il nido che inevitabilmente passano attraverso di essi.
L’aspetto più complesso della programmazione del servizio è senza dubbio la verifica. Ignare di questa complessità, le amministrazioni la fanno puntualmente sui numeri, che fotografano drammaticamente la situazione finanziaria del comune e la politica nazionale sui servizi, ma che rendono molto parzialmente la realtà e la potenzialità del nido. Là dove c’è la motivazione culturale e politica a una verifica più ampia, esse emergono invece in modo più rilevante e concreto.
Un primo esercizio di verifica potrebbe consistere nel mettersi nei panni dell’utente adulto/bambino e ripercorrere i suoi passi nell’iter che incomincia dalla prima richiesta di informazioni sul nido fino all’inserimento e al passaggio alla scuola materna. E un metodo ben poco dispendioso per capire che cosa succede concretamente a chi va al nido e verificare l’effetto finale dell’intreccio di aspetti burocratici, sanitari e educativi che sono quasi sempre organizzati separatamente.
L’analisi dell’utenza porta al nocciolo centrale della verifica e immette in una prospettiva molto ampia di valutazione della realtà asilo nido.
I problemi di rapporto tra educatori e genitori evidenziati nella pratica quotidiana potrebbero essere affrontati in quest’ambito in una chiave più complessa, privati della carica emotiva più immediata e prospettati sullo sfondo più ampio del significato di mediazione culturale del nido. E questo, infatti, l’ambito in cui tutte le istanze “interne” e “esterne” al nido sono presenti e possono raggiungere una sintesi più alta in un progetto condiviso e articolato.
Tutti gli elementi sui tassi e i modelli di utenza, la stratificazione sociale e la struttura della famiglia, il grado di partecipazione e motivazione vanno letti alla luce di una questione di fondo che riguarda il rapporto tra i contenuti e l’organizzazione del nido e l’utenza (Ciorli, Tosi 1982). Qual è la funzione che svolge il nido? Soddisfa la domanda? Più che la risposta è interessante definire quali siano gli elementi del problema e come legarli in modo corretto. Vanno scelti i criteri con cui cogliere i molteplici livelli che compongono la domanda, ma va anche chiarito in che misura la risposta, data attraverso l’organizzazione e l’impostazione adottata dal nido, ha “richiamato” una determinata fascia di utenza invece che altre. Insieme a questo effetto feedback nel rapporto tra domanda ed erogazione del servizio, va tenuta presente una dimensione evolutiva che risulta determinante. Quanto c’è di innovativo e originale nella recente trasformazione educativa del nido sembra metterlo in grado di elaborare contenuti più complessi e forme organizzative più articolate, e quindi di attivare a sua volta un’utenza con domanda diversa dall’attuale.
Questa prospettiva dall’”interno” non dà tutti gli elementi per una valutazione della funzione del nido. Essa va infatti costantemente rapportata a un orizzonte di riferimento più generale, costituito dalla domanda di servizi per la prima infanzia che chiede, insieme al nido, altri tipi di risposta. Verosimilmente, è molto utile che il nido si confronti con queste esigenze e ricerchi, mettendo a frutto il patrimonio accumulato in tutti questi anni, la sua funzione in una rete di servizi più articolata.

Da A. Bondioli e S. Mantovani, Manuale critico dell’asilo nido, Franco Angeli, Milano, 1987

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