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La valutazione nei servizi educativi rivolti alla prima infanzia: la percezione di educatrici ed educatori, tra diffidenze e opportunità

Luisa Capparotto

PhD in Scienze dell’educazione e della Formazione Continua, attualmente ricercatrice presso l’università agli Studi di Verona


La ricerca presentata, che ha coinvolto 7 Nidi d’Infanzia di Verona e provincia, mette in luce i modelli impliciti dei quali i professionisti dei Servizi educativi sono portatori rispetto alla valutazione, facendone emergere alcuni caratteri intesi con accezione negativa quali il giudizio, il controllo e il potere. Anche i sistemi di accreditamento e certificazione sembrano promuovere miglioramento solo in alcuni casi circoscritti. Affiorano, dalle interviste, alcune opportunità della valutazione: la funzione cognitiva della valutazione che richiama la riflessione sull’azione e la partecipazione dei genitori, ancor più cruciale per il Nido, nel processo valutativo.

I servizi rivolti alla prima infanzia ormai da tempo si occupano delle questioni legate alla valutazione. Sin dagli anni Novanta istituti di documentazione a livello europeo hanno elaborato concettualizzazioni e strumenti atti a sostenere una valutazione ispirata ad un concetto di qualità come costrutto multidimensionale, frutto di un processo dinamico, continuo e partecipato.

Nella realtà italiana, uno dei momenti cruciali è stato il percorso di ricerca e sviluppo sulla valutazione avviato dal gruppo di ricerca dell’Università di Pavia, che ha portato alla definizione di un modello di valutazione “formativa” e “trasformativa”[1], quindi da un lato collegata ad esperienze di ricerca-formazione capaci di coinvolgere gli operatori e dall’altro in grado di sviluppare consapevolezza da parte dei pratici in merito a possibili questioni latenti.

La peculiarità dell’approccio è il riferimento a quei caratteri micro del contesto dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia, per andare a discutere criticamente della qualità del contesto educativo nella sua misura più quotidiana. Allo stesso modo va riconosciuto ai nidi il peculiare orientamento valutativo non centrato sui risultati ottenuti dai bambini in ottemperanza a programmi e curriculum, bensì su criteri in grado di definire la qualità del servizio nel suo complesso [2].

Tuttavia, ad una ragionevole distanza di tempo dalla loro istituzione, alcune caratteristiche dell’attuale momento storico invitano a muovere uno sguardo approfondito sulla cultura valutativa nel contesto dei nidi, ovvero:

  • la diversificazione, in termini economici e socio-culturali del servizio sul territorio;
  • l’aumento e la diversificazione dei soggetti che se ne occupano;
  • le politiche valutative emergenti, volte all’accreditamento e certificazione della qualità dei servizi, quindi anche dei nidi, che pongono gli stessi di fronte alla sfida di integrare valutazione esterna ed interna.

In questo panorama, con una ricerca mirata, si è inteso focalizzare l’attenzione sulla valutazione non come applicazione di strumenti o rendicontazione, quale sembra essere la limitante visione delle attuali politiche valutative, bensì come percorso che coinvolge in prima istanza i soggetti che gravitano attorno al servizio. Si crede infatti che lo sviluppo di un processo valutativo significativo debba innanzitutto considerare la cultura e i modelli spesso impliciti dei professionisti, anziché concentrare l’attenzione sullo sviluppo di strumenti avulsi da uno specifico contesto [3].

Coinvolgendo sette servizi rivolti ai bambini dai zero ai tre anni e loro genitori situati nella città di Verona e provincia, si è quindi condotta una ricerca di tipo qualitativo, che ha interpellato il pensiero e le riflessioni di 44 professionisti sulla valutazione, principalmente tramite interviste semi-strutturate, proprio perché: “…il modo con cui un’ organizzazione sviluppa una cultura valutativa, è leggibile dal modo in cui i suoi membri parlano della valutazione, dalla loro inclinazione nel porre domande di tipo valutativo, dal loro interesse nell’utilizzare dati per prendere decisioni, e dall’impegno complessivo nel condurre valutazioni.”[4].

 

Il quadro emergente

L’analisi del materiale ha portato innanzitutto a considerare quanto la cultura della valutazione nei singoli servizi sia legata alla cultura più ampia del servizio, mostrando delle coerenze tra identità organizzativa/pedagogica e l’insieme di idee e significati attribuiti alla valutazione. In modo esemplificativo, un’educatrice, in risposta alla domanda sul come si valuta al nido, risponde: “dipende da come è impostato il nido, ogni nido ha dei metodi differenti”. Seppur vero infatti che ciascuna realtà di servizio prende vita a partire dalle medesime normative e da una cultura teorica di riferimento, ognuna si mostra come contesto unico.

È possibile quindi tracciare una sorta di parallelismo tra quello che può definirsi focus pedagogico del servizio e il focus valutativo, ovvero la dimensione della valutazione che più di altre segna la cultura del nido coinvolto, così come viene riassunto nella seguente tabella:

 

Focus pedagogico del servizio Focus della cultura valutativa
Presa in carico del bambino, dei suoi bisogni e con la sua storia famigliare Oggetto principale di valutazione è il bambino, nella dimensione individuale (sviluppo cognitivo, affettivo, comportamentale), e di gruppo, la cui osservazione è strumento di valutazione sulle proposte educative
Esperienza quotidiana del bambino come contesto di apprendimento e crescita Oggetto principale di valutazione è il “fare educativo”, ovvero la predisposizione di spazi e tempi adeguati e stimolanti da parte degli educatori, per lo sviluppo dell’autonomia del bambino. Si rifiuta categoricamente di mettere in atto una valutazione del bambino in termini di sviluppo cognitivo e comportamentale.
Gruppo di lavoro, come imprescindibile risorsa e caratteristica qualitativa del servizio Oggetto principale della valutazione è la programmazione, in particolare tramite il confronto in gruppo
Il nido è concepito maggiormente come un’organizzazione complessa, che in quanto servizio, risponde ai bisogni di bambini e famiglie del territorio La valutazione trova forma nel sistema offerto dall’ accreditamento
La partecipazione da parte delle famiglie costituisce l’identità del servizio La valutazione vuole essere al più possibile partecipata, ovvero capace di coinvolgere quanti coinvolti nella vita del servizio, direttamente e indirettamente

 

I caratteri negativi della valutazione

Al di là della precedente considerazione, emersa da un’analisi approfondita del materiale, il primo impatto con la proposta di trattare il tema valutativo ha tuttavia suscitato alcune resistenze da parte delle educatrici coinvolte. Allo stesso modo infatti delle colleghe di alcuni nidi bolognesi intervistate da Truffelli [5], educatrici ed educatori sembrano affermare in prima istanza che la valutazione al nido non esista, nel senso che il termine valutazione, carico di significati prevalentemente negativi soprattutto in quanto legato al vissuto scolastico, sembra non essere adatto al contesto di nido, dove le azioni di cura di bambini piccolissimi sembrano poco avvicinabili da un termine che rimanda al giudizio. Sostengono infatti alcune delle intervistate: “ La valutazione, per me è un termine che proprio lavorando qua, non usiamo, cioè non ci appartiene tanto”; “ Io lo chiamo più percorso , perché valutazione mi viene più l’idea della scuola che valuta negativo o positivo, cioè, è un giudizio quasi”; “Per me il senso di valutazione vuol dire: sei bravo, non sei bravo, sei capace non sei capace, come termine non ci appartiene“.

La concezione che ne emerge in primo luogo, è quindi negativa, infarcita di timori e preconcetti che si agganciano ad alcuni termini chiave, quali: giudizio, soggettività, potere.

 

In buona parte delle interviste le educatrici individuano in sé stesse le principali autrici di valutazioni, con la preoccupazione di non essere sufficientemente oggettive. Per mitigare i rischi della soggettività, si impiegano strumenti che grazie alla natura quantitativa, oppure al fatto di essere stati strutturati da altri, sembrano dare maggiori garanzie di oggettività. Si tratta di questionari di valutazione da cui trarre elaborazioni anche statistiche, che permettono di cogliere il grado di soddisfazione degli utenti oppure strumenti di rilevazione ed osservazione dello sviluppo dei bambini (le cosiddette griglie).

La questione sembra suggerire una possibile lettura sul tipo di approccio che molte delle intervistate hanno rispetto alla realtà in cui operano. Spesso infatti emerge un porsi al di fuori di una realtà che accade di per sé: il comportamento dei bambini, le azioni, la progettazione stessa, appaiono talvolta come esistenti al di là delle proprie intenzioni, alle quali perciò ci si accosta. Di conseguenza la valutazione appare come un’azione che, nella più tradizionalista delle interpretazioni, pone chi valuta al di fuori dell’oggetto, quindi privo di tutta la strumentazione e le conoscenze necessarie per essere “oggettivo” nei giudizi.    

A fronte del problema della soggettività, affiora inoltre dalle interviste il confronto tra colleghe/i, come opportunità   in cui le singole posizioni possono smussarsi a vicenda e giungere a conclusioni più opportune, meno cariche di significati impliciti o dettati da una visione eccessivamente personale.

Altra dimensione che sembra gettare ombra sulla valutazione, è il concetto di potere. Sin dalla richiesta posta in essere di provare a dare una definizione di valutazione, le interviste mostrano una sorta di timore nell’esercitarla, per la portata giudicante che essa comporta, identificata come una sorta di potere nei confronti dei bambini. Spiega in proposito, uno degli educatori coinvolti: “in altri servizi tipo i comunali, vengono prodotte delle schede, per esempio sul bambino, è una cosa del tipo: io dichiaro che tu sei così, io ti definisco, cioè dico: questo bambino è! Allora, intanto la frustrazione di dover definire un bambino, al di là dell’età, ma proprio l’idea di definire una persona! E poi il bambino va con la mia scheda davanti alla maestra e non è giusto che sia io a presentarlo, è giusto che un bambino si presenti da solo”.

 

In questi timori, sembra tutti legittimati da una cultura diffusa rispetto alla valutazione che ne sottolinea prevalentemente il carattere di controllo, si ravvisa inoltre un implicito ma preponderante riferimento ad un preciso oggetto di valutazione, ovvero il bambino. Solamente dopo alcuni stimoli lungo le interviste, emergono altri oggetti di valutazione riassumibili nelle macro definizioni di programmazione e progettazione, nonché una consapevolezza diffusa dell’importanza che la valutazione su di esse rivesta nell’esperienza del servizio.

A tale consapevolezza, tuttavia, difficilmente corrispondono pratiche di valutazione codificate come tali, spesso vengono infatti nominate in altro modo: osservazione, documentazione, confronto, termini meglio avvicinabili e che attutiscono i timori sollevati dal termine valutazione, spesso preferibilmente riferito alle procedure di accreditamento e certificazione esterne, proprie di un mondo altro.

 

Rispetto ad essi, è interessante notare innanzitutto come l’impatto sul vissuto professionale delle intervistate cambi a seconda della natura istituzionale del servizio: laddove esiste una chiara distinzione di ruoli, prevalente nel pubblico o nei nidi privati, l’impatto sull’educativo può dirsi quasi assente, mentre dove esiste una condivisione di tutti gli aspetti che caratterizzano il nido, più diffusa nei nidi gestiti da cooperative sociali, l’impatto sul personale può dirsi più diffuso e sentito.

In linea generale, se i sistemi di accreditamento e certificazione della qualità sembrano poter garantire una funzione di certificazione, sembra non siano in grado di promuovere, di per sé, miglioramento, anzi, se ne ipotizza un conseguente peggioramento stando le incombenze che chiedono al personale che deve sottrarre tempi al lavoro di cura o all’aggiornamento.

Alcune voci criticano poi pesantemente l’effettiva capacità di questi sistemi di garantire una buona qualità del servizio, non entrando nel merito delle questioni fondamentali che lo abitano, così come spiega un educatore: ”Ma io mi chiedo: è possibile che nessuno venga a giudicare quello che faccio io con i bambini? Voglio dire: state qui anche tutto l’anno, perché io posso fornirvi delle evidenze documentali che ho un servizio perfetto e fare invece un lavoro con i bambini orribile in cui i bambini stanno male, che non serve a niente, questo non viene valutato, allora mi chiedo cosa serve?!”.

Tuttavia si rinviene in alcuni interventi anche la positività dei percorsi certificativi che comunque stimolano la produzione di lavoro, soprattutto a livello documentale, e la predisposizione di aspetti del servizio altrimenti impensabili, come lo è stato ad esempio per un caso coinvolto, l’introduzione della consulenza pedagogica per l’equipe prima inesistente.

Altra questione sollevata dai percorsi di accreditamento e certificazione, non di per sé risolutiva ma per lo meno capace di iniziare alcune riflessioni, è la dimensione partecipativa della valutazione. Il sistema chiede infatti che siano predisposti dei questionari che interpellino la soddisfazione degli stakeholders, individuati soprattutto nel personale e nelle famiglie.

In particolare, su queste ultime si ravviva un nodo cruciale della vita del nido, ovvero la partecipazione dei genitori, considerati come attori e non semplici fruitori del servizio. Tuttavia un clima culturale diverso rispetto da quello in cui i nidi sono nati da un lato nonché le diverse e varie formule tramite cui i genitori possono effettivamente venire accolti in quanto attori all’interno dei servizi, fanno sì che ad essi non venga riconosciuto un peculiare ruolo valutativo.

Al di là infatti di un accenno alla valutazione del genitore, come autore di giudizi estemporanei sul servizio e sul personale, il riferimento a chi valuta nel e il servizio, oltre sé stesse, è emerso dalle interviste solamente a partire da stimoli precisi e in nessuna sono stati menzionati i luoghi istituzionali a cui i genitori partecipano come possibili luoghi di partecipazione in generale, e quindi potenzialmente anche di valutazione.

La partecipazione alla valutazione del servizio da parte del genitore sembra essere essenzialmente esercitata nella compilazione di un questionario di soddisfazione, laddove esistente. Tuttavia, se il questionario sembrerebbe rispondere ad un’istanza democratica, con esso il ruolo partecipativo del genitore sembra piuttosto ridursi all’espressione di una soddisfazione o meno rispetto al servizio, la cui validità è messa in crisi dalla complessità che caratterizza l’esperienza che la famiglia, genitori e bambino, possono fare del nido, espressa al meglio da uno degli educatori interpellati: “ il genitore paga, viene qui, è un cliente, è orribile come parola però questo è! Allora io ho, e questo rende difficile il lavoro proprio per questo, io ho una reale utenza che sono i bambini, e i clienti che sono i genitori, perché i genitori scelgono il luogo dove andare ma usufruiscono del servizio i loro figli, viceversa i figli usufruiscono ma non pagano, allora, qui , la domanda è: cosa percepisce il genitore? Cosa percepisce il bambino? Se il servizio che voglio dare è soddisfacente per il bambino? Se il servizio che voglio dare è soddisfacente per il genitore? Queste quattro cose possono coincidere, possono non esserlo e rimanere quattro cose distinte, ma in maniera molto precisa”.

 

Rilanci e opportunità

L’analisi del materiale raccolto ha mostrato come la valutazione sia argomento complesso per molte educatrici ed educatori, appesantito da una cultura che ne sottolinea il carattere di controllo dal quale diffidare, soprattutto con l’intento di salvare i bambini più piccoli da ciò che invece sarà il loro tormento una volta cresciuti e inseriti nella scuola dell’obbligo.

Tuttavia, affiorano tra le risposte alcune opportunità date dalla valutazione, a patto che se ne sposi una visione diversa, ovvero, come dice il termine, di un’azione capace di dare valore, che si connota al contempo come agire una pratica concreta, documentabile e condivisibile e al contempo, di una funzione cognitiva che richiama la riflessione sull’azione.

I germogli di questa nuova lettura della valutazione esistono nei servizi, e ne sono testimoni le richieste mosse da parte di educatrici ed educatori rispetto ad alcune necessità formative, declinate in svariate forme di situazioni in cui mettere in atto una valutazione come percorso di conoscenza sul proprio agire e volta al miglioramento concreto dello stesso. Si tratta di percorsi in cui costruire strumenti, e non assimilarli da pacchetti preconfezionati, in cui fruire di una supervisione qualificata e anche capace di fornire una valutazione di secondo livello sul servizio stesso come stimolo e non come controllo. La ricerca condotta sin qui ha comunque fatto emergere quanto sia indispensabile prima di tutto esplicitare cosa si intenda per valutazione, iniziare a darne possibili definizioni sviscerandone oggetti, soggetti, strumenti, azioni, nodi critici e condividerli per poter essere in grado di muovere un’ effettiva svolta culturale, che ne muti il significato sedimentato.

 

[1]               Ferrari M., Un approccio specifico alla valutazione della qualità di contesti educativi: la storia e le ragioni, in Scuola e città,4,2003 pp.140-151

[2]               Mantovani S., in Linee guida per la qualità del servizio asilo nido, Paola Barberi, Anna Bondioli, Anna Lia Galardini, Susanna Mantovani, Flavia Perini, Provincia Autonoma di Trento , 2002

[3]               Mortari L., Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Carocci, Roma, 2003

[4]               Preskill H., Boyle S. ,A Multidisciplinary Model of Evaluation Capacity Building, 2008, p.446

[5]     Truffelli E., “La valutazione al nido non esiste…”Un’indagine empirica tra le educatrici di Bologna, Infanzia, 4/2011, 300-304

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