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L’altra metà del lavoro

Più cresce l’occupazione delle donne, più si crea reddito e più si fanno figli.

Ma pesa il divario “domestico” di genere: la fatica non retribuita è distribuita male. In particolare in Italia.

 

Elisabetta Muritti

Melinda Gates se lo ricorda ancora, l’incubo mattutino dell’interminabile viaggio in auto per accompagnare all’asilo la primogenita Jennifer Katharine, oggi ventenne. 20080420_03_640Racconta che, sentendola in affanno, il marito, allora amministratore delegato della Microsoft, si offrì di sostituirla nell’incombenza due volte alla settimana. Con un certo senso dell’umorismo, Ms Gates suggerisce a ogni mamma stremata di mettere con le spalle al muro il partner: «Provate a dirgli: caro, se ci è riuscito uno come Bill Gates, a portare all’asilo la sua bambina, pensa a come potresti farlo meglio tu!».

Non è un caso che una delle più influenti filantrope del pianeta apra l’album di famiglia: perché nella lettera annuale della potentissima Bill & Melinda Gates Foundation, scritta a quattro mani dai coniugi, lei comunica che la sua priorità 2016 è e sarà proprio il conteggio, la riduzione e la ridistribuzione del “tempo impoverito” delle donne, composto dalle infinite ore di lavoro non retribuito che quotidianamente impegnano la popolazione femminile del pianeta.

Si sa: casalinga o professionista full-time, benestante o indigente, ogni signora di ogni latitudine, più o meno supportata, fa crescere i neonati e i bambini, instrada gli adolescenti, cura i malati, assiste gli anziani, nutre le famiglie, tiene in ordine le case, la biancheria e i vestiti. E tutto questo nelle situazioni migliori, perché altrimenti le tocca pure procurarsi acqua e legna e coltivare i campi.

Ms Gates non è certo la prima a inserire nell’ordine del giorno la caring economy e gli effetti socio-economici del lavoro di cura. Ma arriva giusta al momento giusto, perché mai come ora la più silenziosa, ripetitiva, infinita (e fondamentale) delle fatiche umane preme per essere valorizzata e messa a bilancio. Pena il mancato ingresso nella modernità, o quantomeno nel giusto benessere, per molte di noi.

I numeri, al riguardo, sono imponenti. E spiccano nel recente rapporto sulla condizione femminile stilato dalla multinazionale di consulenza di direzione McKinsey, che ha analizzato 95 Paesi, mettendo sotto la lente d’ingrandimento ben il 93% della popolazione femminile mondiale. Le faccende sbrigate nelle case (pasti, bucato & altro) e la dedizione richiesta e/o pretesa da chi le abita – in sintesi le mansioni lavorative a pieno titolo che toccano per il 75% alle donne – oggi valgono complessivamente 10 mila miliardi di dollari. Più o meno il Pil della Cina, il 12% del Pil globale. O il 30-50% dell’economia degli Stati Uniti, come preferiscono dire le attiviste della Caring Economy Campaign, lanciata dalla scrittrice Riane Eisler allo scopo di formare le nuove progettiste di un immediato futuro che si spera più etico e insieme più prospero.

Se si quantifica il tempo, le cifre diventano addirittura vertiginose: ricorda Melinda Gates che ogni donna, globalmente e mediamente, è impegnata in un lavoro gratis per 4 ore e mezza al giorno. Nel computo entrano anche i Paesi del Sud del Mondo, dove, per esempio, le donne sono complessivamente occupate per 100 milioni di ore al giorno soltanto per trasportare l’acqua.

Un dato: a una nazione basterebbe far diminuire il quotidiano lavoro non remunerato femminile da 5 a 3 ore per far crescere del 10% la partecipazione delle sue donne al mercato del lavoro. Si può fare, almeno nel Primo Mondo? Pensiamoci: a tutt’oggi, ogni americana lavora gratis per circa 4 ore al giorno, mentre ogni americano lo fa per circa 2 e mezza. Ecco perché l”Ocse, l”O1-ganizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci ricorda che ovunque, persino in Scandinavia, anche nella progressista Finlandia, esiste il “Gender Chore Gap”, il divario domestico di genere: mettendo a confronto il tempo speso in faccende, spesa e pulizie da femmine e maschi, si ottiene un rapporto 126/82 minuti negli Usa, 137/ 91 in Finlandia, 204/5 7 in Italia, 199/24 in Giappone. E tutto questo senza calcolare l’accudimento dei familiari (e l’aggiornamento di alcune tabelle). Perché altrimenti si vedrebbe che le italiane sgobbano- non pagate – una media di circa 6 ore e gli italiani solo una e mezza, contro una media europea che vede femmine e maschi piazzati sulle 3 ore contro 2.

Il che ci porta a sospettare che forse non aveva tutti i torti il Wall Street Journal quando, qualche anno fa, ha ridimensionato la battagliera abnegazione di Amy Chua e delle “mamme tigri” asiatiche e ha ironicamente premiato le padrone di casa nelle cui vene scorre sangue italiano. Cucinano divinamente, amano incondizionatamente e, loro sì, allevano figli sentimentalmente addestrati e pronti a ogni futuro. E poi sono le più divertenti. Grazie, peccato che il modello di cura all’italiana sia considerato internazionalmente impraticabile anche dalle autolesioniste.

Che cosa fare, allora, per restringere il Gender Chore Gap, non soltanto qui in Italia ma ovunque? Per conferire produttività e prestigio al lavoro di cura e sgomberare il campo da ogni sospetto di riproduzione degli stereotipi? Per alleviare la stanchezza di mamme-mogli-figlie-compagne?

Forse il tempo che “regalano” andrebbe inquadrato, magari ricompensato. «Del loro tempo di cura le donne fanno semplicemente un uso necessario e speculare a quello degli uomini. Nel frattempo, però, è stato il concetto stesso del tempo di cura a cambiare e a farsi più sfaccettato: sono diminuite le ore dedicate alla casa e alla preparazione del cibo, ma sono aumentate quelle passate con i figli. Si è alzata la loro qualità, sono più educative e partecipative», spiega Letizia Mencarini, docente di Demografia all’università Bocconi di Milano (dipartimento di Management e tecnologia): «Il che mi porta a dire che il vero punto di svolta è stata la diversa valutazione della formazione del capitale umano: fare figli è diventato un investimento culturale, e la cultura è tempo. Il gradiente forte oggi è il livello di istruzione dei genitori».

Un’idea rivoluzionaria: doppio part time per tutti. 12 ore gratis per la cura domestica e 30 di lavoro pagato

Mencarini sta coordinando un progetto quinquennale incentrato sul benessere e la fecondità, finanziato dall’European Research Council nel 2012, e ha scritto con Daniela Del Boca e Silvia Pasqua il saggio Valorizzare le donne conviene (Il Mulino). «Non credo nel lavoro domestico retribuito. E temo lo sfruttamento tra donne, i pagamenti in nero, oggi che tra il salario di una professionista e quello della sua colf tendono a esserci sempre meno differenze», aggiunge. E allora? «Allora concordo con Gøsta Esping-Andersen, il sociologo danese che per primo ha equiparato il nuovo ruolo delle donne a una “rivoluzione incompiuta”, e ha detto che le società che si sono “adattate” con più successo al massiccio ingresso delle professioniste nel mercato del lavoro sono quelle più felici, quelle dove nascono più bambini».

Resta da vedere che cosa si intende con “adattamento di successo”. Mencarini racconta di aver partecipato, qualche mese fa, a una conferenza di Jennifer Nedelsky, la filosofa canadese dell’Università di Toronto che ha messo a punto una delle soluzioni più radicali a riguardo. «Molto visionaria, ma interessante», sorride.

In sintesi, Nedelsky teorizza un sistema in cui tutti quanti, maschi e femmine, ricchi e poveri, giovani e maturi, accoppiati e single, con figli e no, si sentano “obbligati” da meccanismi di stima e reputazione – e dunque di maturità sociale – a fornire settimanalmente non meno di 12 ore di lavoro di cura non retribuito, in casa propria o, se possibile, anche nella collettività, e non più di 30 ore di lavoro retribuito. Una sorta di doppio part-time, che ridistribuisca in modo equo le opportunità professionali e di accudimento, e che rilegga l’idea tradizionale dell’occupazione part-time. Dice Mencarini: «Il part-time mi lascia perplessa, spesso e una trappola che aumenta la fatica gratis delle donne. E poi penso alle olandesi, che lavorano molto secondo questa modalità, ma con un minimo perseguimento della loro carriera. Alla fine non è un metodo così paritario. Io credo piuttosto nei buoni asili nido, nelle buone scuole primarie, negli investimenti che incentivino il lavoro femminile. Più le donne lavorano e più si crea reddito». E più si fanno figli.

Il dibattito internazionale, variamente modulato a seconda del livello di diseguaglianza nei vari paesi, le dà ragione. L’Istat ha recentemente commentato con preoccupazione alcuni dati del 2013 sui casi di interruzione del lavoro per motivi familiari: 30% neomamme, 25% lavoratrici under 51 anni, 22,40% lavoratrici under 65 anni, 2,90% lavoratori maschi under 65 complessivamente intesi. E ha sottolineato la forte asimmetria di coppia nel nostro Paese: ben il 72% delle ore di cura è svolto dalle donne, solo il 61,5% delle lavoratrici segue percorsi professionali standard (perché continua ad aumentare il part-time, 32,2% nel 2014, il che per le donne significa retribuzioni e contributi più bassi).

Oggi, le mamme americane impiegate full-time passano con i figli più tempo di una casalinga anni ‘60

Anne-Marie Slaughter, l’analista politica che qualche anno fa ha clamorosamente rassegnato le dimissioni a Hillary Clinton, allora segretario di Stato, perché i figli adolescenti andavano marcati un po’ più stretti, ci invita a sospettare che i maschi siano ormai vittime quanto le femmine di una perversa distribuzione e svalutazione del tempo dedicato a chi amiamo. Peccato, proprio adesso che il periglioso e costosissimo stile di vita delle famiglie Usa affronta un’altra minaccia: l’Hyperparenting Trap, la trappola dell’ipergenitorialità contemporanea. Se cadono in questa tagliola, le mamme cambiano meno pannolini di una volta, certo, ma leggono molte più fiabe intelligenti e si dannano a stimolare eventuali talenti in erba con sempre più creatività. Dati alla mano, queste genitrici di nuova generazione – paradossalmente se impiegate full-time – passano con la prole molte più ore di quante ne trascorressero le casalinghe anni ’60.

E basta!, si spazientisce la connazionale LauraVanclerkam, giornalista e autrice del saggio I Know How She Does It: How Successful Women Make of Their Time. Basta sensi di colpa, facce stravolte, rinunce. Se impara a delegare, se accetta imprevisti e imperfezioni, se, soprattutto, le è concesso di vivere le sue giornate per quel che sono, e cioè cangianti e indomabili, con momenti sotto pressione seguiti da pause e pigrizie, una donna ce la fa, eccome. Per di più scopre di lavorare meno ore di quanto pensasse.

Ddonna, 23 luglio 2016

Immagine : Maternità di Margarita Sikorskaia

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