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Le due madri

Cinzia Mion


Ho letto con empatia e risonanza emotiva molto forte la lettera rimasta anonima.”Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta”, indirizzata a Beppe Severgnini, apparsa alcuni giorni fa sul Corriere della sera. Subito dopo ne è apparsa un’altra intitolata “Perché noi mamme single non siamo un flagello” in risposta ad un articolo a firma di Dario Di Vico che definiva il fenomeno delle madri single flagello tutti i Paesi del Nord Europa.

Non intendo qui entrare nel merito della differenza che Di Vico fa tra le madri “ampiamente maggiorenni e single” e le “ragazze madri”che Sara Gandolfi, autrice della seconda lettera, intende sottolineare come impropria perché”non siamo diverse da migliaia di altre donne con l’affanno o no, single o accoppiate , di città o di provincia, che si arrabattono per far tornare i conti,tenere insieme mille pezzi di vita che vanno in direzioni opposte, dimostrare continuamente di valere”.

Le lettere sono a disposizione nel blog e si commentano da sole.

Desidero solo aggiungere alcune riflessioni rispetto al destino che accompagna noi donne dalla nascita per tutta la vita ( e non dite che queste lettere che abbiamo appena letto sono solo letteratura…). Gli stereotipi di genere sono duri a morire e si dice che sono assorbiti “con il latte materno”. Quando nasce un maschietto infatti, nell’immaginario genitoriale, sorge una domanda : Chi diventerà?” che anche se non viene esplicitata cova sempre dentro alle aspettative, naturalmente grandiose. Quando nasce una femminuccia, (mi dispiace per tutte le madri più o meno femministe che leggono e che si ribelleranno) la domanda ancora è, ineludibilmente , (scaturita filogeneticamente dai meandri profondi ed inconsapevoli delle nostre viscere) : Chi sposerà?

Questo determinerà modalità di accudimento diverse, rinforzi inconsapevoli positivi o negativi diversi, educazione ed aspettative diverse. In altre parole l’uno verrà educato all’autorealizzazione, l’altra alla relazione.

La relazionalità accurata ed empatica è infatti la dimensione psicologica migliore per caratterizzare chi storicamente è stato destinato al lavoro di cura (figli, partner,casa, anziani, ammalati,ecc) ed anche se oggi molte cose sono cambiate, grazie alla forte spinta culturale delle Pari Opportunità, questo atteggiamento profondo resiste ancora perché viene avallato e legittimato dentro di noi dall’etica sacrificale che ci viene “iniettata” nostro malgrado. Direi forse anche malgrado le madri che, passate attraverso l’emancipazione femminile che bene o male ci ha contaminato tutte (si spera), razionalmente ed intenzionalmente non vorrebbero.

E’ un retaggio più forte e profondo di tipo culturale cattolico. Da questo nascono i sensi di colpa, il voler arrivare spossate a farcela anche nelle situazioni più difficili, a gettare la spugna rinunciando all’autorealizzazione per non richiedere giustamente la spartizione delle incombenze domestiche e genitoriali, sobbarcandoci la “doppia presenza”(lavoro in casa e fuori casa) come ineludibile. Senza lamentarci o approdando alla depressione (una “quasi”trasformazione della rabbia, inibita perché sconveniente…)

A dire il vero le nuove Indicazioni già a partire dalla scuola del’infanzia richiedono che maschietti e femminucce vengano precocemente educati alla cura: di sé, degli altri e dell’ambiente. Se questo fosse avvenuto anche per le nostre generazioni (e le successive) forse questo carico insopportabile lavorativo destinato alle donne si sarebbe allentato. O no? Alcuni giovani padri ci stanno provando. Le loro donne accettano sempre? Oppure fanno fatica a spartire il potere sui figli visto che è stato, ed è ancora, quasi sempre , l’unico potere che gli uomini lasciano volentieri alle loro compagne?

La portata rivoluzionaria delle Pari Opportunità a dire il vero afferma a gran voce che tutti oggi, maschi e femmine, devono essere educati sia all’autorealizzazione che alla relazionalità (secondo la logica “e”questo “e” quello, del paradigma della complessità). Sono i maschi più sensibili che rivendicano infatti la parità riferita alla “competenza relazionale” perché sentono che altrimenti perdono qualcosa. Infatti se così non avviene per loro rimane una vera chimera lo sviluppo delle intelligenze personali (Gardner): intrapersonale ed interpersonale.

Rimane scoperto il tema importantissimo dei servizi, gli “aiuti dai Comuni, dallo Stato” che sono insufficienti o scarsissimi. Lo sappiamo come anche qui abbia pesato il contesto culturale retrivo “le donne rimangano a casa e curino i figli”. E le politiche familiari ne hanno risentito.

Forse è anche per questo che la lettera parla di mancanza di solidarietà femminile: “millantiamo comprensione e condivisione, ma poi siamo sempre pronte a giudicarci…”Qui sono d’accordo con la scrittrice: la cosiddetta “sorellanza” tra noi rischia di rimanere un’utopia.

Dobbiamo crederci veramente, cercare di costruirla perché non scaturisce da sola.

Conoscere, diventare consapevoli, voler cambiare: questo è il percorso.

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