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Le gabbie di genere cominciano all’Università

Elasti (Claudia De Lillo)

Dalle materne alle medie comandano le bimbe. Poi, pian piano, le griglie sociali iniziano a ribaltare i ruoli. Allontanando le ragazze dai mestieri “da uomo”.

Mio figlio di mezzo, che ha dieci anni, da grande vuole fare il maestro. Siccome, a differenza di sua madre, possiede un ego megalomane e infrangibile, aggiunge: «Sarò un insegnante fantastico che insegnerà mille cose ai suoi bambini, li farà sentire amati, rispettati e apprezzati. Anche quelli difettosi». «Difettosi?›› «Si! Tipo quelli che dimenticano i compiti a casa, come me, quelli che hanno sonno e vorrebbero dormire in classe, quelli che non sanno suonare il flauto. Vorrò bene anche a loro. E contro di loro non griderò mai».
Mio figlio piccolo, sette anni, si lamenta perché nella sua classe le bambine comandano e i maschi obbediscono. «Loro sono le Pokemon evolute e noi siamo i Pokemon base», spiega.
Loro – l’aspirante maestro, il piccolo frustrato e sottomesso e le sue compagne al comando – non sanno che domani le loro ambizioni di oggi saranno smantellare e le dinamiche che governano il loro quotidiano confronto ribaltare. A un certo punto le Pokemon evolute ripiegheranno le loro grandi ali nel cassetto e lasceranno il passo ai modelli base che a loro volta dovranno adattarsi a un modello maschile in cui non sempre staranno comodi.
Durante l’infanzia, e anche oltre, talenti, ambizioni, indole e realizzazione di sé dovrebbero volare alto, sensibili all’identità e incuranti del genere. Eppure quando si sceglie la facoltà universitaria tutto cambia e ci si rimpicciolisce, si rintuzzano i propri sogni e ci si adegua al1’idea che le aree tecnico-scientifiche siano appannaggio maschile e le discipline pedagogiche e della cura siano femminili.
Si può chiamare autosegregazione formativa ed è un fenomeno triste e prepotente. Ne parla Gabbie di Genere. Retaggi sessisti e scelte formative, un saggio di Irene Biemmi e Silvia Leonelli pubblicato da Rosenberg&Sellier.
«Quali sono i motivi che tengono lontane le ragazze dalle facoltà considerate maschili?››, si domanda Biemmi, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze.
«C’è la percezione che siano difficili, unita a un senso di inadeguatezza impermeabile, anche nelle studentesse più brillanti, alle conferme e ai risultati», prosegue citando anche considerazioni sulla possibilità per una donna laureata in discipline tecnico-scientifiche di trovare un lavoro conciliabile con la famiglia, terna assente nelle valutazioni dei coetanei uomini,
Le gabbie di genere tuttavia condizionano anche i percorsi di vita maschili: una donna che studia Ingegneria è guardata con ammirazione mentre un uomo iscritto a Scienze dell’Infanzia evoca un ripiegamento sociale, il rischio di smarrimento dell’identità. «E se è considerato problematico che le ragazze si tengano lontane da studi tecnico-scientifici, non pare degna di nota l’esiguità dei ragazzi che scelgono di dedicarsi all’educazione o alla cura», riflette Biemmi.
I modelli di genere ci imprigionano, rispondiamo a stereotipi spesso senza nemmeno accorgercene e il più grosso ostacolo a una parità di scelte è l’idea latente che esistano differenze naturali e biologiche nelle attitudini. Mancano modelli virtuosi ma la scuola, secondo Biemmi, può fare molto per rompere le gabbie in cui ci segreghiamo. «Bisogna riconoscere i talenti per non sprecarli. Ogni talento sprecato è un’occasione persa per un individuo e per la società tutta››, conclude.
E forse un giorno mio figlio potrà serenamente e orgogliosamente diventare quel maestro fantastico che ama anche i bambini difettosi.

Claudia de Lillo dal 2010 racconta su D la sua – e nostra – vita di donna, mamma, blogger (nonsolomamma.com). Ha ricevuto l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica per aver inventato il personaggio di Elasti. Il suo ultimo libro è Alla pari (Einaudi).

D 1 APRILE 2017

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