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Le neuroscienze al servizio della scuola

Sandrine Cabut con Luc Cédelle, Le Monde, Francia

Studiare cosa succede nel cervello di una persona che impara può migliorare i metodi d’insegnamento. Ma la strada dal laboratorio alle aule è ancora lunga

Le neuroscienze e la psicologia sperimentale possono aiutare a insegnare? Che succede in un cervello che impara? Per rispondere a queste domande i ricercatori hanno a disposizione vari strumenti: tecnologie per osservare l’attività cerebrale, test neuropsicologici e cognitivi, accesso a grandi quantità di dati, esperimenti su animali e così via. “Pensiamo che le recenti conoscenze sul cervello possano essere utili, ma non pretendiamo di rivoluzionare la pedagogia”, dice Francis Eustache, che dirige l’unità Inserm di neuropsicologia e imaging della memoria umana presso l’università di Caen-Normandia, in Francia. “Molti concetti sono stati confermati da tempo dalle scienze dell’educazione e sono già applicati nelle scuole. Le neuroscienze, però, permettono di costruire una teoria”.

Negli ultimi dieci anni ricerche innovative, tra cui quelle dell’équipe di Stanislas Dehaene (direttore dell’unità Inserm-Cea di neuroimaging cognitiva a Saclay, a sud di Parigi), hanno permesso di capire i meccanismi neuronali di alcuni processi di apprendimento. Grazie alla risonanza magnetica si è visto, per esempio, che l’acquisizione della lettura porta allo sviluppo di una connessione efficace tra la visione delle lettere e la codifica dei centri del linguaggio. Il processo presuppone il “riciclaggio” di un’area cerebrale, inizialmente dedicata al riconoscimento degli oggetti e dei volti, per rispondere alle lettere e alla loro combinazione. Si tratta di ricerche all’avanguardia ma con applicazioni concrete. Per esempio, questi studi hanno confermato che l’allenamento alla decodifica lettere-suoni (grafemi-fonemi) è il modo più rapido per sviluppare la rete neuronale della lettura. Un argomento importante nella discussione tra i sostenitori del metodo sillabico e quelli del metodo globale (si impara a riconoscere la parola nel suo insieme senza scomporla).

Le neuroscienze hanno individuato quattro pilastri dell’apprendimento, sintetizza Dehaene. Il primo è l’attenzione, che funziona come un proiettore e canalizza l’apprendimento. Poi c’è l’impegno attivo di chi apprende attraverso autovalutazioni e verifiche regolari delle conoscenze. Il terzo pilastro è il ritorno dell’informazione o feedback, poiché il cervello ha bisogno di fare degli errori per progredire. Infine il quarto pilastro è l’automatizzazione, che si acquisisce soprattutto attraverso la ripetizione quotidiana di quello che si è imparato e grazie al sonno, che consolida le nozioni.

Contrastare gli automatismi

Nel laboratorio di psicologia dello sviluppo e dell’educazione del bambino (LaPsyDE) alla Sorbona di Parigi, l’équipe di Olivier Houdé si è concentrata sul controllo inibitore, cioè la capacità del cervello di resistere agli automatismi e di cambiare strategia. “La nostra idea è che, nel corso dell’apprendimento scolastico e di alcuni compiti del ragionamento logico, un certo numero di errori sistematici si possono spiegare con la tendenza ad affidarsi agli automatismi. Si può addestrare il cervello a evitarli”, dice il vicedirettore del laboratorio Grégoire Borst, dell’università Paris-Descartes. Per risolvere un problema possiamo scegliere tra due strategie: “Una scelta euristica (automatismo), una strategia rapida che funziona spesso ma non sempre; un algoritmo, più lento dal punto di vista cognitivo ma che funziona sempre”.

Secondo l’équipe di LaPsyDE alcuni errori frequenti sono dovuti a un’applicazione sbagliata di una strategia euristica. Questo vale, per esempio, per alcuni errori di ortografia o per i problemi aritmetici con contenuto verbale del tipo: “Louise ha 25 biglie, ne ha 5 in più di Léo. Quante biglie ha Leo?”. Molti studenti rispondono 30 perche sentendo la parola “più” pensano automaticamente a un’addizione. “Far capire a un bambino che si trova di fronte a una trappola è fondamentale per permetterglí di superarla”, sottolinea Borst. “Attraverso l’imaging cerebrale abbiamo visto che il cervello passa dall’errore al successo riconfigurandosi. L’attività cerebrale passa dalla parte posteriore della corteccia, implicata negli automatismi, alla corteccia prefrontale, dove l’attività euristica viene bloccata”. L’inibizione è un meccanismo chiave dell’apprendimento, conclude Borst, così come il riciclaggio neuronale.

La ricerca nella cosiddetta neuroeducazione avanza e i progetti tra scienziati e insegnanti aumentano. Ma la sua diffusione nel sistema educativo resta difficile.

 

Internazionale, 2/9 giugno 2016, n. 1156 – anno 23

 

 

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