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L’infanzia e la cultura: un racconto

Jerome Bruner

Traduzione di Katja Masucci

Adattamento e commento di Clotilde Pontecorvo

Poiché la traduzione italiana del bell’articolo di Jerome Bruner che segue, viene consegnata all’editore di “ZeroseiUp” nel giugno 2016, dobbiamo ricordare ai nostri lettori che l’autore, grande maestro di umanità e di psicologia dello sviluppo, è morto serenamente a New York il 05 giugno scorso a 100 anni ed 8 mesi, nel pieno delle sue migliori condizioni mentali.
Tutti coloro che lo hanno conosciuto ne rimpiangono la grande disponibilità intellettuale e l’inestimabile contributo alla comprensione dei bambini e dei ragazzi di oggi.
Ci consideriamo tutti suoi allievi: grazie Jerome per quello che ci hai dato. (C.P.)

I

Lasciamo stare la lunga, lunghissima storia delle idee sull’infanzia. Philippe Ariès (1962) ci ha raccontato abbastanza da farci capire che qualunque sia la versione che riportiamo sull’infanzia umana, essa ha origine dalle convinzioni ideologiche e dalle credenze culturali come dall’osservazione, sia che si tratti di redimere il peccato originale (come nella versione cristiana dell’infanzia), o di salvare la razionalità innata dalla superstizione come nell’illuminismo, o ancora salvare il processo primario del principio di realtà come nella teoria freudiana. Senza dubbio, quello che ho da dire deve essere esaminato, tenendo in considerazione i miei prBruner1esupposti ideologici e sottoposto ad attento scrutinio, per utilizzare un termine proprio della giurisprudenza anglosassone. Ed è così che deve essere, anche se dovrò citare una valanga di prove empiriche per avallare il mio pensiero! Quindi ecco la storia della prima infanzia che si è sviluppata negli ultimi decenni, o per lo meno la mia versione e, come tale, una inevitabile riflessione sul contesto culturale contemporaneo di cui faccio imprescindibilmente parte.

II

Vorrei iniziare il mio racconto e dare la mia versione della storia degli studi sull’infanzia, descrivendo i punti di riferimento cruciali della ricerca. Il capitolo introduttivo inizia con la ricerca di Bill Kessen (1965) e del suo gruppo di lavoro, sulle capacità di attenzione nel periodo infantile: i neonati sviluppano la propria capacità di attenzione selettivamente e in modo autogestito, e non come semplici creature dipendenti dall’ambiente. L’esperimento prototipico è quello di Kessen (1963), che dimostra che più aumenta l’età, più spesso e più a lungo, i neonati scelgono di guardare schemi visivi più ricchi informativamente, simmetrici o irregolari. Da qui si evince che il processo umano di ricerca dell’informazione non cresce solo con l’età, idea ormai acquisita, ma che già i neonati selezionano parti del mondo di cui occuparsi, che rispecchiano i limiti delle loro capacità, per poi operare entro questi limiti. In parole povere: agli esseri umani, fin dall’inizio, non piace la piatta banalità, così come non amano l’eccessiva confusione, e quindi rifuggono da entrambe. Dunque, nei lontani anni ’60, questo risultato era per così dire, così proiettato verso il futuro, così totalmente cognitivo da contraddire del tutto la visione dell’infanzia come “confusione rumorosa” che le avevano affibbiato i nostri predecessori. Rimasi così sbalordito che saltai sul treno per andare a vedere che cosa succedeva all’Università di New Haven! Mi chiedevo: è possibile che anche i neonati fossero come gli altri esseri umani! Non del tutto, ovviamente, ma abbastanza da farci cambiare completamente idea circa il bambino passivo.

Poi si è scoperto che i neonati, non sono solo in grado di controllare la propria capacità di attenzione, ma sono anche abbastanza abili da agire in modo strumentale per alterare gli stimoli del mondo che li circonda e per adattarli alle loro esigenze di interesse. Tutto ciò di cui avevano bisogno per alterare gli stimoli del mondo era un mezzo. Hanus Papousek (1961) ci ha indicato proprio questo. I suoi neonati partecipanti all’esperimento avevano capito che, girando la testa in continuazione verso una direzione, riuscivano a far lampeggiare delle divertenti luci sgargianti sulle loro culle per qualche secondo. Si tratta solo di condizionamento operante che produce una risposta gratificante? La domanda a seguire è stata: ma che tipo di rinforzo (cioè di risposta gratificante) sono una fila di luci sgargianti? E’ emerso che i bambini erano attratti dall’eccitamento visivo, e hanno appreso in fretta come farlo funzionare, e anche come controllarlo e usarlo a loro piacimento.

Il clima culturale del tempo è davvero strano! Proprio in quel periodo, gli studi di Krech e Rosenzweig (Rosenzweig 1966) hanno iniziato a dimostrare che i giovani topi cresciuti in un ambiente tipo Luna Park, pieno di tentazioni senso-motorie, sono diventati più intelligenti rispetto ai piccoli compagni cresciuti in ambienti più monotoni. Questo è stato il risultato di Gig Levine (Levine & Alpert, 1959) che, volendo far crescere degli animali in assenza di germi e stress per vedere che effetto avesse sulle loro risposte immunitarie future, ha scoperto, al contratrio, che gli animali cresciuti in ambienti monotoni, asettici e pacifici sono più stupidi (e più inclini ad ammalarsi) rispetto ai loro compagni della stessa nidiata. Strano, ma vero!

Abbiamo tutti cominciato a dubitare delle idee psicologiche della vecchia generazione, riguardo ai bambini passivi e al neonato come “pieno di confusione rumorosa”. Da dove era partita quest’idea? Se i bambini cominciassero la loro vita passivamente in un mondo circostante privo di stimoli, come ne uscirebbero? Come si fa a ottenere qualcosa dal nulla? La logica ci dice che dal nulla si ricava il nulla!

Un bimbo deve avere a disposizione una struttura sufficiente per ottenere uno standard di chiarezza se vuole partecipare, scegliendo gli aspetti che lo interessano del mondo circostante. I neonati non potrebbero esistere senza una qualche idea di struttura, semplicità, ordine.

Spinti da questa convinzione, io e la mia assistente di ricerca, Ilse Kalnins, abbiamo escogitato un esperimento che avrebbe dimostrato questa idea (Kalnins & Bruner, 1973). Non ci abbiamo messo molto. Abbiamo ideato una tettarella che, succhiandola produce stimoli elettrici che, a loro volta, azionano un estensimetro a quattro gambe, e all’aumentare della forza con cui si succhia, aumenta la corrente. Che dio benedica la piezoelettricità! La corrente prodotta poteva essere utilizzata per controllare vari aspetti del mondo: in questo caso per controllare la messa a fuoco della fotografia di un volto materno che sorride proiettato su uno schermo all’altezza dell’occhio del neonato. In una condizione, succhiare la tettarella faceva sì che il volto materno da sfocato diventasse nitido, mentre l’immagine si sfocava se il neonato smetteva di succhiare. In un’altra condizione, l’immagine a fuoco diventava sfocata se il neonato succhiava. Il risultato è stato che i neonati succhiavano sveltamente per produrre un’immagine più nitida, ma smettevano di succhiare quando l’immagine, da nitida che era, diventava sfocata (e smettere di succhiare non è facile quando sei un bimbo di sei mesi e sei la cavia di un esperimento di uno psicologo matto in una stanza sconosciuta e che profuma troppo di pulito!!)

E’ tanta roba per la “confusione rumorosa”! Ricordo un pediatra di Nuova Delhi che è venuto a visitarci per osservare uno dei nostri soggetti attraverso uno specchio unidirezionale. “E’ impossibile!”, esclamò, “il mondo di un neonato è una confusione rumorosa”) Sic transit gloria mundi.

Da qui, negli anni ’60, siamo già nell’epoca della Nuova Frontiera Americana, sotto il governo dell’irrequieto Presidente Johnson, nel periodo dello Head Start e degli articoli di giornale sul ruolo particolare della prima infanzia come plasmatore della vita futura, come affermava John Davies nel Times di Londra, in uno dei tre scritti in cui modifica il concetto di natura umana; egli ha segnalato, inoltre, come la “nuova idea di competenza dell’infanzia” fosse fra le più rivoluzionarie. Ho deciso di menzionare questa rivelazione, per ricordare che, per quanto riguarda l’originale natura del genere umano, conoscenza e cultura vanno sempre di pari passo. Un cambiamento profondo stava avvenendo nella cultura occidentale (sempre di più con il passare del tempo) e la ricerca stava cambiando insieme ad essa, se la guidava o la seguiva non possiamo saperlo.

Il prossimo capitolo di questo racconto ha un risvolto affascinante, relativo all’intersoggettività: come si fa a leggere nella mente dell’altro, e quando e come inizia questo processo. E’ un argomento che ha iniziato a interessarci in seguito ai nuovi sforzi per comprendere la causa dello sfortunato autismo infantile, ma in breve tempo ha iniziato a interessare le questioni più disparate come l’evoluzione dei primati e la vera natura dell’inculturazione umana. Io e il mio gruppo di irrefrenabili laureati e assegnisti di ricerca di Oxford abbiamo dedicato tanti anni a questo studio: Alison Gopnik, i due Andy, Meltzoff e Whiten, Alan Leslie, Mike Scaife, Paul Harris, George Butterworth, sono solo alcuni nomi di questo gruppo turbolento. E non appena ci stancavamo dell’argomento, c’era Colwyn Trevarthen che veniva in visita da Edimburgo e ci faceva riappassionare. Abbiamo passato ore e ore a discutere su questo argomento, convincendoci che gli esseri umani che fanno parte di una cultura non potessero farne parte se non fossero in grado di “leggere nella mente” delle persone che li circondavano.

L’esperimento esemplare è stato eseguito da me e Mike Scaife (Scaife & Burner, 1975): abbiamo scoperto immediatamente che i bambini nella prima infanzia seguono la stessa linea di sguardo che seguono gli adulti, Sì! certo, sono interessati al mondo, ma in particolare agli aspetti del mondo condivisi con gli altri. In un batter d’occhio, il vecchio problema filosofico delle “altre menti” è passato dal dipartimento di filosofia a quello di psicologia dello sviluppo, cioè dallo studio del filosofo al laboratorio dello psicologo, e presto andò oltre. In una decina di anni, la florida piccola attività sullo studio dei neonati prese il sopravvento e le “teorie della mente” divennero le “azioni in crescita” della ricerca sulla psicologia dello sviluppo.

Si è così passati dall’attenzione per il bimbo che gestisce il suo mondo naturale da solo, all’interesse su come i bimbi (e tutti noi!) potessero interpretare le menti l’uno dell’altro in modo sufficiente per vivere in una cultura umana. E ci si sta ancora muovendo in questa stessa direzione. In un certo senso questo non era proprio un concetto nuovo. La moda della ricerca su cultura e personalità sviluppatasi dopo la seconda guerra mondiale, andava in questa direzione. Ma è stata così catturata e schiavizzata dal precedente dogma sul processo primario dell’infanzia che ha esaurito le sue energie concentrandosi su tecniche per andare di corpo, rituali per lo svezzamento, e non si è mai occupata dell’intersoggettività e delle relazioni sociali.

La ricerca cognitiva sull’autismo ha riaperto i battenti, lo studio più dibattuto è sicuramente quello di Alan Leslie (1991) sull’assenza sintomatica di finzione nel gioco di piccoli bambini autistici (Per un attento quadro generale su questa intuizione a metà cammino, vedere Feldman (1992). Fra i principali libri su questo argomento esistono vari volumi di rassegna degli studi, che variano dal libro di Astington(1993) all’avanguardia per quei tempi, a Perner (1991) e Wellman (1990)). Come mai i bambini autistici non fingono? La sua sorprendente scoperta si basava sull’idea che l’autismo distrugge così gravemente la percezione della realtà sociale del neonato o del bambino che non è possibile, per chi ne soffre, neanche fingere di essere un altro. Questo lavoro è stato seguito da un mare di ricerche che hanno esaminato i molteplici aspetti di questa teoria (vedere Baron-Cohen, Tager-Flusgerb, & Cohen, 1993; Happe, 1995; e Sigman &Capps, 1997, per degli esempi su questa affascinante letteratura).

Il lavoro sulla “teoria della mente”, come venne presto chiamata, ebbe un impatto che superava alla grande la patogenesi dell’autismo. Risvegliò la speculazione in molti campi meno specializzati, in particolare nella primatologia dove già erano stati condotti dei lavori esplorativi impegnativi sull’argomento, da Chance e Jolly (1970), da Menzel (1974), da Premack e Woodruff (1978).

Se si prende come esempio il lavoro precoce di Menzel (1974), che dimostra che giovani primati in un campo della grandezza di 1 acro, prevedevano la linea di movimento di uno di loro che sapeva in che punto del campo era stato nascosto il cibo. Lo facevano controllando la direzione dello sguardo del “saputello” e prevedendo dove si sarebbe potuto dirigere. Oppure potremmo considerare il lavoro sull’uso dell’inganno intenzionale nell’interazione sociale tra i primati (Byrne & Whiten, 1991). Come potrebbero i primati superiori ingannare deliberatamente un conspecifico, senza possedere una nozione delle altre menti?

Ma la vera e propria esplosione iniziò sicuramente con lo studio di Savage-Rumbaugh sull’inculturazione del giovane, oggi ormai famoso, bonobo Kanzi (Savage-Rumbaugh et al,. 1993). Per rendere breve una storia lunga, incompleta e troppo definitiva, quello che è stato scoperto è che Kanzi non aveva solo padroneggiato il linguaggio “chip” (Una forma di linguaggio simbolico non verbale semplificato grazie all’uso di materiali.)” del ricercatore (Von Glasersfeld) (che estendeva enormemente il livello comunicativo di Kanzi) ma allo stesso tempo, gli addestratori lo avevano portato ad un nuovo livello di apprezzamento del suo “stato intenzionale”: cioè intenzioni, desideri, aspettative, convinzioni. Kanzi, nell’ intersoggettività umana accogliente del Centro sul Linguaggio dello Stato della Georgia, aveva fatto un passo gigantesco verso l’inculturazione umana. Per fare in modo che un essere vivente arrivi a questa fase, bisogna “trattare qualcuno come se fosse un essere umano in un contesto umano”, che significa trattarlo come se avesse uno stato mentale e come se sapesse che anche tu hai uno stato mentale che ti aspetti che lui capisca, come menzionato in una lettera che ho ricevuto da Michael Tomasello (comunicazione personale, 1992) durante l’elaborazione di questo lavoro. Significa anche apprezzare che gli stati mentali mediano quello che noi facciamo. Essere inculturato significa, grossomodo, condividere la psicologia popolare della propria cultura.

E quest’affermazione colloca alcune strane e apparentemente casuali osservazioni in una nuova prospettiva, come per esempio, lo studio di Meltzoff e Gopnik (1993) secondo cui i genitori sono estremamente lieti di “scoprire” che i loro bimbi piccoli “hanno delle menti proprio come noi”, per citare le loro parole. I genitori sembrano intuire, alcuni fin dal principio, altri un po’ dopo, che questa è comunque la cosa giusta da fare per raggiungere lo scopo di educare i bambini e di promuovere la loro inculturazione. E credetemi, esistono molte prove che dovrebbero convincervi che è meglio agire come se il vostro bimbo avesse qualcosa in mente! Perché se reagite diversamente, senza esprimere emozioni, nel momento in cui il vostro bimbo sta cambiando espressione (che è di per sé difficile), le conseguenze saranno lacrime e sofferenza, come hanno dimostrato Stechler e Latz (1966) molti anni fa. Persino Kanzi, proprio come un “vero bambino”, si demoralizzò a causa della mancanza di reattività intersoggettiva di sua sorella “cresciuta naturalmente nella sua comunità animale” (Savage – Rumbaugh et. al., 1993). Non dimentichiamoci che Kanzi condivide il genoma umano, abbastanza da renderlo alquanto sensibile al nostro modo di inculturazione umana, ma solo se è stato esposto a un’educazione tipicamente umana.

Ora arriviamo al capitolo finale, se pur incompleto, del nostro racconto. Noi umani sembriamo attrezzati fin dall’inizio per avere a che fare con le intenzioni degli altri, o quanto meno, siamo enormemente sensibili ad esse, nelle loro varie forme. I filosofi positivisti, come Dan Dennett (1991), potrebbero sentirsi imbarazzati di fronte alle intenzioni umane, bloccandole come una “presa di posizione intenzionale”, ma i bimbi di 18 mesi non sono affatto così. Mi riferisco ancora una volta alle scoperte di Meltzoff (1995). I bimbi imitano il comportamento programmato di un altro, e non le sue proprietà apparenti. In breve, se il risultato dell’azione di un adulto è ostacolato o bloccato, i bimbi di 18 mesi lo imiteranno come se fosse stato portato avanti correttamente fino al traguardo. I bimbi fanno facilmente e naturalmente (con grande gioia dei loro assistenti) quello che Kanzi fa incespicando, e solo se ha la fortuna di essere allevato da un gruppo di laureati e assegnisti di ricerca, molto devoti al laboratorio linguistico dello Stato della Georgia.

Quindi, fondamentalmente, la cultura richiede una sensibilità non solo semplicemente verso quello che fanno gli altri, ma per quello che intendono fare, non solo per quello che dicono, ma per il suo significato, come vogliono che i loro enunciati vengano compresi. E’ quindi essenziale che fin dall’inizio i bimbi siano sensibili alle intenzioni e all’intenzionalità? (Dovrei lasciare fuori dalla discussione la questione relativa all’intenzionalità, quello che le cose e i segni rappresentano. Per una discussione su questo tema più ampio vedere Bruner (1998).

Se non lo fossero, non potrebbero trovare la loro strada nella complessa rete di reciproche aspettative canoniche che caratterizzano la cultura umana. O per lo meno, questo è quello che a noi sembra dalla nostra prospettiva contemporanea su come funziona il mondo.

III

Questa è l’essenza della storia che ho voluto raccontare, ancora molto incompleta, ma credo che ci stiamo sicuramente avvicinando al nocciolo della questione. I nostri amici esperti di storia e cultura l’ amano, naturalmente. In essa vedono la “scoperta” della mente del bimbo informativamente attivo e socialmente interattivo che riflette il nostro allontanamento dalla prima Era Industriale, con i suoi modelli di macchine, e allo stesso tempo l’ingresso nell’Era dell’Informazione dove la cognizione, l’uso dei simboli, e i contatti sociali assumono un ruolo cruciale. Hanno sicuramente ragione e forse è questo il motivo per cui è così semplice raccontare la storia anche in francese! Je veux dire, tout simplement, que telle histoire soit presque irresistible. Et surement, c’est vrai dans un certain sens. Le bebé passive et sans aucun esprit actif a devenu demodé dans le climat culturel d’aujourd’hui.

Ma ho il dubbio che ci sia anche un’altra morale a questa storia. Credo che quando si inizia un nuovo periodo rivoluzionario, come sicuramente è avvenuto, un segno sicuro è guardare da capo a ciò che intendiamo per natura originale dell’uomo e come questa natura si esprime fin dall’inizio. La ricerca sull’infanzia è diventata (di nuovo) la nuova arena per dibattere la classica e infinita questione della cultura che cambia, dell’azione umana autonoma, come pure la natura dell’interdipendenza, i limiti della responsabilità, la finalità del processo umano di costruzione del significato, l’interazione tra natura e ambiente. Così è stato nei giorni del comunismo sovietico, delle battaglie sulla coscienza, la riflessione, il linguaggio. Per dire una cosa degna di nota non servono quasi mai degli esempi moderni. Ma è sempre stato così. Basti pensare all’elaborata escatologia del Cristianesimo sul peccato originale, o ricordare Marcel Mauss per la funzione dei riti di passaggio nelle società primitive. Non c’è da stupirsi, quindi, che ci sia qualcosa che nasce unicamente dalla coscienza e che ha persino un interesse politico, riguardo alla riflessione e alla ricerca sull’immaturità e le sue potenzialità. Sembra in grado di muovere le montagne, persino quelle politiche. Non riesco ancora a credere a ciò che è successo quando Urie Bronfenbrenner ed io, abbiamo proposto per la prima volta il programma educativo Head Start (nota esplicativa) al dipartimento delle Opportunità Economiche della Casa Bianca. “ E’ impossibile che possiate comprendere la portata della questione se non sapete che ( negli stati Uniti) le scuole sono controllate dai singoli Stati e non dalla Confederazione”. Oggi sarebbe un suicidio politico per un membro del Congresso federale suggerire di fare a meno del programma Head Start.

In che modo la psicologia fa parte delle questioni ideologiche che sono costantemente generate dalla natura dialettica di tutte le culture?3 Non parlo della psicologia popolare o di quella di parte, ma della psicologia autentica e diligente di cui ci occupiamo noi e di cui vi ho parlato prima. Salta fuori naturalmente da quello che a noi in occidente piace chiamare “curiosità scientifica” in modo da esistere giusto un attimo prima che sia troppo tardi? Lo dubito fortemente. La curiosità scientifica non si alimenta da sé. Continua a vivere anche sui presupposti delle origini, all’inizio inevitabilmente religiose-metafisiche, sulla natura della natura e sulla natura dell’uomo. Al centro di ogni sistema coerente di credenze culturali, risiede la concezione di uomo, della sua perfettibilità e debolezza, insieme alle condizioni che le limitano o le promuovono. Vivere in una cultura ci predispone a ricercare e persino a trovare le conferme empiriche di queste profonde credenze. Siamo così intelligenti nel modo in cui programmiamo i nostri studi e organizziamo i nostri esperimenti, intelligenti non disonesti. Ma la cultura, come ho detto prima, non è uno stampo in cui si versa il pensiero. E’ una dialettica fra ciò che è canonicamente prevedibile e immaginativamente possibile. Il Fugitive Slave Act del 1793, nonostante tutta la crudeltà che ha generato nell’America dell’anteguerra, ha anche concesso possibilità immaginative a Harriet Beecher Stowe per il suo libro La capanna dello zio Tom. La devozione monarchica ai tradizionali diritti divini del re ha dato vita al Trattato sul Governo di John Locke e infine alla Costituzione degli Stati Uniti.

E la stessa cosa avviene con la psicologia onesta. Naturalmente fino a che la famiglia ha una struttura autoritaria, il neonato è passivo. Ma con il cambiare della cultura, e con essa la famiglia, sono cambiati anche i modi di concepire l’infanzia. E’ cresciuta sicuramente anche la tentazione di riesaminare l’infanzia. E avete visto che cosa è successo?

Quindi, se grandi romanzi o importanti teorie filosofiche possono influenzare una cultura, spesso più rapidamente di quanto si pensi, allo stesso modo anche nuove e importanti intuizioni di ciò che è umanamente possibile per l’uomo, hanno il potere di cambiare la nostra visione su ciò che è o potrebbe essere la nostra società. Questa è la dialettica della cultura, e per questo motivo la crescita culturale procede piuttosto per salti ravvicinati e non per ere glaciali . Non possiamo mai essere troppo sicuri su quanto siano delicatamente equilibrati questi due elementi in una cultura: ciò che è canonico, previsto, normato, da un lato, e possibili mondi immaginati dall’altro. Permettetemi di dire che io non sono minimamente scoraggiato dal fatto che la storia sulla prima infanzia che ho appena raccontato faccia parte di un possibile mondo immaginato, nonostante tutti i test t (Il Test “t” (detto anche t di Student) è un test statistico di tipo parametrico che si basa sul confronto tra medie e ha lo scopo di verificare se il valore medio di una distribuzione si discosta significativamente da un certo valore di riferimento. In altre parole il Test t consente di verificare se le differenze osservate tra due popolazioni sono significative e, dunque, non dovute al caso.

Con il riferimento al test statistico Bruner esprime la sua critica alle regole statistiche dalle tradizionali richieste quantitative; il suo appello alla cultura corrisponde alla scelta teorica qualitativa che caratterizza tutto questo articolo. )(per un valore di probabilità maggiore di 001.

Quello di cui sto parlando è quasi troppo ovvio per essere contestabile. La psicologia non si trova né fuori né al di della cultura. È una parte di essa. In questo senso profondo, riflette la cultura e la cambia. Non è né onesto né di poco conto affermare che tutto ciò che ci spinge è La Verità (Per una discussione completa sulla “dialettica della cultura” e sulla sua capacità di generare un conflitto ideologico, vedere Amsterdam e Bruner (2000)). Come ci ha insegnato il preveggente scienziato danese Niels Bohr, gli opposti di Grandi Verità sono spesso entrambi veri. Raccontiamo le nostre storie “fatta salva la verità”, ma la Verità è raramente singolare o, meglio, non lo è a lungo. Anche la psicologia deriva dalla vita e dalle condizioni della cultura. Quindi, nonostante i nostri test t, ci troviamo dentro di essa, proprio come gli storici che danno senso al passato per prevedere il futuro o per giustificare il presente, e proprio come tutti gli altri studiosi che esplorano le possibilità intrinseche all’essere umano.

Quindi siete pregati di prendere il mio racconto per quello che è e considerarlo sia come vera psicologia che come una voce nella dialettica della cultura.

Un commento all’articolo
di Clotilde Pontecorvo

Inizio il mio commento con un aneddoto. Avevo da molto tempo nella mia memoria il ricordo di questo articolo di Bruner di cui nessuno degli esperti italiani da me consultati ricordava l’esistenza. E’ successo questo: il giorno in cui Giovanna Zunino è venuta ad intervistarmi per il convegno sul Nido d’Infanzia (credo gennaio/febbraio di quest’anno) ho ricercato tra le mie carte le note sul Nido d’Infanzia che avevo conservato a questo scopo, nel mio non ordinatissimo archivio. Non le ho più trovate. Ho trovato invece in modo del tutto casuale la fotocopia dell’articolo in inglese di Bruner, che viene qui pubblicato nella traduzione italiana e che mostra con dovizie di riferimenti alla ricerca psicologica che comincia qui nel ‘63 e procede fino al 1998, considerando che l’articolo di Bruner sul tema “Infancy and Culture” è del 1999. Ne avevo un ricordo vivissimo: per fortuna la mia memoria è più efficiente dell’ordine tra le mie carte. Ricordavo perfettamente che Jerome Bruner metteva in questione il pregiudizio che la prima infanzia fosse uno stato di confusione rumorosa e che il neonato fosse passivo nei riguardi dell’ambiente di vita e degli adulti che lo circondano. Le ricerche riportate qui (e sono molto grata all’editore Cremaschi per la sua pubblicazione in italiano) illustrano una sequenza stupefacente di continue scoperte, da cui risulta che anche il neonato è attivo e competente perché è in grado fin dalla nascita di rivolgere le sue capacità di percezione e attenzione in modo selettivo e di agire in modo strumentale in funzione delle proprie esigenze di interesse per alterare gli stimoli del mondo che lo circonda, modificando il suo conseguente comportamento: infatti Bruner con Kalnins (1973) dimostrano che il comportamento di un neonato di sei mesi è in grado di modificarsi quando il succhiare di una tettarella consente di mettere a fuoco il volto materno; ma, in un’altra condizione, il neonato riusciva a mettere a fuoco l’immagine solo quando smetteva di succhiare. Inoltre il neonato si mostra particolarmente interessato agli aspetti del mondo che sono condivisi con altri. Infatti rivolge il suo sguardo agli eventi che guardano gli altri e riesce addirittura ad indicarli. Si apre così la strada alla considerazione dell’intersoggettività, per cui anche i bambini piccoli si appropriano progressivamente delle diverse dimensioni della cultura umana circostante, perché riescono ad interpretare le menti altrui; fatto che rende possibile il gioco di finzione e spiega come il Bonobo Kanzi sia in grado di esprimere il suo stato intenzionale in quanto allevato come se fosse un essere umano in un contesto umano (quello sul Centro del Linguaggio dello Stato della Georgia). La presenza dell’intersoggettività, anche nei bambini piccoli, mostra che anche i bambini del Nido d’Infanzia sono attrezzati fin dall’inizio per avere a che fare con le intenzioni degli altri in quanto la cultura umana richiede una sensibilità non solo verso quello che fanno gli altri ma per quello che intendono fare e quindi per il significato di quello che dicono. Questo è essenziale affinché riescano a capire la complessa rete di reciproche aspettative che caratterizzano la nostra cultura.
Questa è una scoperta molto significativa anche per i genitori dei bambini piccoli, in quanto con il cambiare della cultura la famiglia non ha più una struttura autoritaria e quindi il bambino non è più considerato passivo ma agente di cambiamento, tanto da porsi come interlocutore attivo fin dall’inizio.
È vero che il punto più significativo dell’articolo è la messa in evidenza del nesso tra sviluppo e interazione sociale e tra conoscenza e cultura attraverso la duplice idea del fatto che il bambino ha una mente capace di strutturare la propria esperienza ambientale e di vivere esperienze intersoggettive. Infatti l’idea che lo scambio intersoggettivo nutra la mente del bambino fin dall’inizio porta a un’idea di educazione e cultura come co-costruzione tra bambini e adulti.
Se questo vale per i bambini piccoli del Nido d’Infanzia, tanto più è vero per la scuola dell’infanzia di cui è stato proposto di recente il Rapporto di Auto Valutazione (RAV) per rendere sempre più consapevoli gli educatori sulla necessità di rilevare le risorse, le capacità e gli interessi dei bambini per progettare esperienze educative atte a sostenerli e promuoverli: è questo il senso delle domande guida del RAV che riguardano l’offerta formativa del curricolo. Analogamente è essenziale definire l’area dell’ambiente di apprendimento sia nella sua dimensione metodologica che in quella relazionale: ciò comporta la necessità di effettuare con regolarità osservazioni qualitative di interessi, esigenze particolari, potenzialità dei singoli bambini. In tal modo il RAV infanzia si presenta come portatore di una nuova cultura educativa influenzata dalla prospettiva della ricerca psicologica qui documentata, ma considerando anche che può contribuire alla sua elaborazione, riuscendo a mettere in atto nelle pratiche educative la concezione di chi lo utilizza. Questo approccio consegue da una cultura educativa, influenzata dalla ricerca più attuale, a cui la scuola dell’infanzia può contribuire a produrre effetti emancipativi e valorizzazione della realtà scolastica come laboratorio culturale.

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Documentazione:

Ricordo di J. Bruner

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