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Lumache, ragni, serpenti e un grillotalpa a Mirafiori

Riflessioni attorno al poster presentato al Convegno Educazione, Terra, Natura

Silvana Audano, Comune di Torino, pedagogista responsabile di nidi e scuole dell’infanzia in zona Mirafiori

Convegno di Bressanone: un bel viaggio lungo tre giorni, immersione in contenuti pregnanti; avrebbe potuto durare molto di più, tanti sono stati i confronti e le esperienze presentate. Sarebbe utile che tutto questo potesse svilupparsi ancora ed essere fonte di scambio e approfondimento nonché di condivisione anche su queste pagine. Nel corso del convegno è più volte emerso che fare educazione ambientale, anche con bambini molto giovani, non può essere né superficiale né episodico: è fondamentale che vivano il fuori dall’edificio e che si concepisca una volta per tutte che nido e scuola dell’infanzia non sono solo ciò che si concentra nelle aule, ma scuola è anche il cortile, il giardino e anche tutto ciò che è all’ esterno. Oggi questo è diventato strategico. Il fuori non è solo l’emozione dell’incontro con un filo d’erba, una foglia d’albero, una carota coltivata nell’orto e neppure la conoscenza del profumo di un’erba officinale oppure la nuvola che si specchia in una pozzanghera. Il fuori non è solo un fatto emozionale ed estetico. Il fuori è vita: è vegetazione, insetti, animali; è quanto gli adulti svolgono e realizzano nell’intorno della scuola. Vita è confronto. Vita alle volte è conflitto. Il corpo fuori è libero, c’è tutto con tutti i suoi sensi, nell’incontro con il non conosciuto, il nuovo, il diverso. Il fuori è esplorazione, il fuori per essere utile deve essere avventura, culturale e scientifica. Un modo di incontrare e incontrarsi, condividere nel rispetto reciproco, nel fare insieme.

 

Il racconto che sottende il poster

Le lumache (o meglio chiocciole). Eravamo tornati da poco a scuola dopo le vacanze natalizie, quando un bambino guardando il terrario preparato in settembre, vicino alle vetrate, ha fatto la scoperta che dalle uova depositate stavano nascendo i lumachini. Grande fermento e il desiderio di capire se avremmo dovuto esporre il nastro azzurro o quello rosa: non è per niente facile capire il sesso delle lumache piccole…ed ermafrodite!

Nei giorni successivi l’attenzione si è fatta stringente ed entusiasta. A forza di osservare da vicino e alzare e abbassare la retina del terrario è successo che non è stata ben chiusa e le chioccioline più grandi hanno incominciato ad allontanarsi, chi su per una parete, chi verso il corridoio che porta in cortile; “Perché se ne vanno? La mamma li ha abbandonati? Sono già in grado di mangiare da soli? Li fermiamo e li riportiamo nel terrario?“ Discussioni sul filo delle conoscenze, anche così imprecise di noi adulti, che pur avevamo accettato con entusiasmo l’idea dei bambini di costruire una cassetta per lumache, per osservarle per un po’, prendersene cura, vederle mangiare le foglie di insalata e le erbe fornite con assiduità, con l’intento di farle diventare occasione di scoperte e apprendimenti.

 

Il ragno. Così è stato anche per il ragno individuato e raccolto in uno dei piccoli cespugli, vicino all’orto. Grande attenzione attorno al foglio dove è stato appoggiato per osservarlo camminare: “Quante zampe ha? Tante! Io le ho contate …… sono otto! Che corpo piccolo. Com’è fatta la testa? Ha le antenne?”

Ne è nata l’idea di costruirne uno grossissimo, finto. La festa di Halloween era vicina e bisognava dotarsi di simulacri che fanno paura. Una serie di fogli di carta appallottolata per modellarne il corpo, “zampe sottilissime” …..Che fatica trovare il materiale adatto. “Di che colore il corpo e di che colore le zampe? E gli occhi? Come facciamo a farlo nero e un po’ peloso? Proviamo ad avvolgere la carta con la lana del gomitolo nero. Dove lo appendiamo? E come?”

Terminata l’opera da parte di sei bambini e bambine il grande ragno è diventato il ragno di tutti, in uno dei corridoi della scuola, … ma presto ha perso due zampe, mal incollate!

La biscia. A fine ottobre grande paura e grande clamore tra alcune mamme perché dei bambini hanno scoperto la “muta” di una biscia tra i cespugli del giardino della scuola. Dopo qualche giorno la biscia si è ripresentata, colta mentre si godeva il tiepido sole autunnale, a penzoloni sullo scivolo; timorosa del trambusto suscitato, si è presto inabissata nella fessura di un tombino.

Nel frattempo la biscia, a voce di popolo, è divenuta un serpente di più di due metri finendo su giornali, radio, tv e …. in consiglio comunale

I bambini più curiosi e interessati hanno ben osservato con le insegnanti la pelle, riponendone poi una parte in un vasetto; hanno riprodotto le macchie e le campiture con varie tecniche, chiedendo agli adulti come mai ci sono le bisce, scoprendo che mangiano i topi e che in autunno dopo i primi freddi vanno in letargo e cercando il filmato di una muta su internet. Di fronte ai nuovi avvistamenti hanno incominciato a disegnarle e ritagliarle, alcune distese con la coda arricciata, altre arrotolate su se stesse, dopo aver ascoltato la maestra che nel frattempo aveva recuperato materiali con immagini e spiegazioni. Ovviamente i serpenti di carta hanno incominciato a far bella mostra appesi alle finestre e sono entrati nel quadernone delle esperienze del gruppo.

La paura e la polemica. Come responsabile pedagogica, e anche appassionata delle scienze naturali, presa visione del rettile, avevo da subito accertato che si trattava di una biscia innocua per l’uomo e dichiarato che non andava soppressa e che costituiva un’occasione di studio e un buon elemento di equilibrio per il nostro giardino, nutrendosi di piccoli roditori.

Questo non è piaciuto ad alcune mamme che mi hanno affrontata dando sfogo a quelle paure ancestrali, che alcuni adulti hanno alimentato attraverso i social.

Contro la paura due erpetologi dell’Università torinese sono intervenuti sui social e poi hanno dato la loro disponibilità; quindi sono stati invitati a scuola, avvallando il riconoscimento e spiegando ad insegnanti e genitori le caratteristiche delle nostre bisce, approfondendone la conoscenza e tranquillizzando tutti rispetto alla loro innocuità. Si è inoltre aperta con loro una interessante possibile collaborazione per un progetto futuro.

Coccinelle, scoiattoli, corvi…     Il nostro percorso di conoscenza naturalistica, e non solo, continua tuttora tra coccinelle, scoiattoli, corvi ed un grillotalpa trovato dai bambini scavando per preparare il “Labirinto dei 6 sensi”…

 

Riflessioni attorno al progetto e al metodo

Mi sembra utile raccordare il laboratorio che ho proposto nel convegno “Labirinto dei sei sensi” al poster che ho esposto:“Lumache, ragni, serpenti e un grillotalpa a Mirafiori” col quale ho sintetizzato un percorso e uno stile pluriennale. Il labirinto rappresenta per noi il passo successivo, più complesso, pieno di intento didattico, un esempio di come gli educatori possano predisporre i propri giardini per avventure culturali, che non durino lo spazio di un’uscita, ma per l’intero anno scolastico, ovvero la vita quotidiana dei bambini, in un dentro e un fuori dalle mura, dove il dentro è funzionale a ciò che si fa fuori e viceversa.

Il poster prende spunto da episodi di un metodo per educare i bambini di città; la mia e la nostra è un’esperienza pluriennale che si sviluppa su presupposti pedagogici condivisi contenuti in alcuni documenti che orientano le scuole e i nidi comunali cittadini. In particolare “Crescere 0-6 – Principi e pratiche educative” individua otto principi che stanno alla base delle scelte dei servizi educativi torinesi. In stretta connessione vengono elaborati annualmente alcuni “documenti – cornice” che contribuiscono ad ampliare lo sguardo e a sostenere quei processi di innovazione necessari al cambiamento. Stiamo inoltre orientando le nostre riflessioni e progettualità rispetto alla dimensione della corporeità in una visione olistica ed ecologica dei processi evolutivi. Corpo e movimento sono centrali nello sviluppo del bambino: rappresentano la sua modalità di aprirsi al mondo ed esplorare lo spazio e gli ambienti che lo circondano. Riconoscere l’esigenza di libertà al movimento, anche in bambini molto piccoli ci deve spingere a mettere a loro disposizione molteplici opportunità, predisponendo ambienti e contesti di gioco che consentano di sperimentare e padroneggiare una pluralità di schemi posturali e motori.

L’idea di un bambino costruttore di conoscenze, esploratore attivo del mondo e capace di autoregolarsi, di interagire con gli altri ed elaborare teorie, supportato da un educatore regista, facilitatore e in grado di entrare in relazione empatica vede i collegi docenti impegnati in progettazioni che tengono molto in conto pratiche di osservazione e documentazione condivise;che pongono in particolare attenzione agli spazi e alle forme di aggregazione possibili e che arrivano a rimodellare anche i tempi della giornata di ciascuno.

Il documento “ Io noi comunità” ed il successivo “Comunità che apprende” del coordinamento pedagogico ci ha portato da qualche anno a sperimentare l’agire in termini di “comunità educante” che per noi significa assumere una responsabilità condivisa che si esplica, nell’osservazione, nel pensiero progettuale e documentazione che garantisca una pluralità di contesti che aprano alla conoscenza del mondo.

Ci siamo così organizzate per gruppi aperti e per centri di interesse predisposti negli interni e fuori. I bambini quindi si raccolgono in piccoli e piccolissimi gruppi, giocano, progettano, costruiscono, modificano, osservano, fanno ipotesi, chiamando in causa l’adulto referente di quello spazio di attività dove confluiscono le scoperte e le curiosità del giorno. Gruppi aperti invece di sezioni chiuse, dove bambini e insegnanti possono anche “scegliersi” tra loro a seconda delle specifiche inclinazioni, interessi e attitudini. I bambini possono decidere quotidianamente in quale gruppo consumare il pasto, che può variare secondo esigenze e culture (è previsto anche un menù vegano); sono predisposte inoltre alcune aree più raccolte tipo “il piccolo bistrot”, per chi preferisce mangiare con qualche compagno in particolare.

“Viviamo molto fuori, con qualsiasi tempo: si chiama vita”.

I bambini imparano presto anche il modo corretto di vestirsi a seconda del tempo e in breve diventano pienamente autonomi nello scegliere l’ abbigliamento adeguato da indossare o da togliersi a seconda che faccia caldo o freddo e a seconda delle attività in cui sono impegnati.

Ci sono molte occasioni in cui far uso delle proprie mani, un prezioso alleato pedagogico, dall’ uso della zappa per scavare, al setacciare la terra e alle azioni che interessano la cura e la coltivazione delle piante, a quelle di manipolazione ed espressività con il fango, l’argilla, la cartapesta, spesso a rendere tridimensionali animaletti e verdure o riprodurre oggetti del lavoro di chi incontriamo in quartiere o in città o le opere d’arte ammirate nei musei.

Il giardino è per noi uno spazio privilegiato, con molti alberi, un orto che è curato con i bambini, giochi allestiti ed in allestimento per esercitare movimento e socialità e per intraprendere percorsi alla scoperta diretta del mondo naturale, e imparare a rispettarlo; costituisce uno spazio privilegiato con la sua ricchezza di vegetazione ed animaletti.

Il labirinto che stiamo costruendo vuol essere un’istallazione – stimolo che si realizzerà insieme, progressivamente in corso d’anno. L’obiettivo è quello di creare con esso in bambini molto giovani una forte sensibilità alla vita della vegetazione e una continuità di relazione, soprattutto con le erbe, dalla loro semina o messa in terra, sino al raccolto dei loro frutti. Nella quotidianità i tempi necessari alla cura delle piantine sono proprio brevissimi. Per percepire i cambiamenti e gli effetti delle proprie azioni è necessario da una parte che ci sia una relazione individuale con la piantina e che dall’altra sia ben chiaro il vantaggio “fisico” che se ne può trarre. Bisogna dunque accrescere le motivazioni di cura: è utile che le sollecitazioni non siano solo visive, ma che il corpo intero ne sia coinvolto, possibilmente dove lo stimolo ludico si intrecci con l’utilità del gesto e il fascino dei confronti. Il nostro orto-giardino incomincia la sua vita in autunno, prendendo la forma di una istallazione a labirinto, all’aperto, mettendovi a dimora alcune piantine e semi. In interno-scuola seminando e “spiando” nel corso dei mesi invernali che cosa succede (da magia a scoperta scientifica), poi a primavera invasando e gestendo nuove semine e nuove crescite; nel frattempo si inventano e realizzano giochi attorno all’idea di labirinto, si preparando oggetti-ostacolo, mobiles, strumenti sonori, oscillanti, oscuranti, da inserire nell’istallazione esterna. Dunque creando insieme un luogo dove penetrare, trovare, nascondersi, rincorrersi, ma anche raccogliere, assaggiare, annusare. La veloce crescita primaverile delle diverse erbe offrirà nuove scoperte, in continuazione. La frustrazione dell’attesa del prodotto vegetale sarà compensata dal giocare, costruire, decorare e nel quotidiano dei bambini, negli occhi, sulla pelle, tra le mani, entreranno con semplicità sensazioni ed emozioni. Contiamo anche che l’istallazione che prenderà corpo nel corso dei mesi, possa mantenersi e trasformarsi da un anno con l’altro.

Esplorazione, osservazione, formulazione di ipotesi. Quest’anno siamo passati dallo scegliere un tema specifico, di particolare interesse, ad un’attenzione verso la quotidianità cercando di rispettare i tempi ed i modi di ciascuno di scoprire, esplorare, osservare, ipotizzare. I bambini imparano a fare ipotesi, a modificarle, cambiarle, arricchirle di elementi nuovi confrontandosi tra di loro e con gli adulti. I bambini sono naturalmente curiosi, hanno attitudine all’esplorazione, gli adulti che sono il loro punto di riferimento, devono sapere dove, come e quando spingerli, incoraggiarli, anche attraverso quelle domande generative che mettono i piccoli in condizione di elaborare un pensiero partendo da una affermazione.

“Maestra qui c’è un ragno grosso” Bene lo guardiamo” “Vola!” “Allora non è un ragno” “Vola il ragno?” “No, e allora non lo è” “Ha le ali, è una zanzara tigre” “Ma non punge come in estate, non scappa” “Perché secondo voi?” “Forse perché fa freddo” “ Resta attaccata al vetro perché vuole entrare al caldo” “Possiamo portarla dentro?” “Che ne dite?” “No gli insetti e gli animali vanno lasciati in natura”.

Rispetto e conoscenza. Rispettare la natura e le sue leggi sempre. Con la salvia i ragni e le zanzare è più semplice, ma con le bisce, che attraversano liberamente il giardino della scuola, a qualcuno fanno paura però. Anche la paura è un’emozione, va riconosciuta, affrontata e superata. Anche la presenza della biscia in questione ha intimorito la bimba che casualmente l’ha scoperta, ma è stata subito rassicurata, presa in braccio, e mostrato a lei ed ai compagni dove il serpente aveva la sua casa e quindi dove non lo si doveva disturbare; le insegnanti hanno spiegato che queste creature sono amiche della natura e tengono lontani i topi dalla cantina della scuola.

Come prevenire quella paura verso il mondo animale che nei bambini spesso si manifesta in maniera pregiudiziale in seguito ad atteggiamenti degli adulti? Il nostro orientamento è finalizzato al rispetto per la natura che spesso finisce per trasformarsi in una forma di empatia. Qui per esempio nessuno schiaccia le formiche, anzi i bambini a tutti gli insetti farebbero le casette. Un’empatia che a volte bisogna persino un poco frenare come nel caso appunto delle bisce. I bambini possono essere tanto paurosi quanto spericolati: educare al rischio è molto importante perché insegna loro a calcolare il pericolo ed a prevenirlo.

Educare al rischio ed anche alla frustrazione. Un’altra emozione da cui si tende a preservare i bambini. La natura ha le sue leggi e quindi succede che anche la piantina coltivata con tanto amore venga mangiata da uno degli scoiattoli che vivono in giardino. Questo può rendere frustrato un bambino, soprattutto quello o quelli che l’anno coltivata; ma è un passaggio che aiuta a crescere. Fingere che tutto vada bene anche quando va male è il modo peggiore di favorirne lo sviluppo.

Comunità educante. Un modo nuovo o diverso di far scuola dell’infanzia ha bisogno di presupposti pedagogici da condividere a livello cittadino. A noi come personale di questa scuola piace identificaci con l’ essere una “comunità educante” e cerchiamo nella quotidianità di praticare sempre più questa idea, perfezionando il nostro progetto educativo, sostenendoci a vicenda e anche confrontandoci nelle diversità di ognuna, per riuscire a valorizzare al meglio tutte le risorse, convinte che il nostro modo di approcciarci da adulti, con rispetto attenzione e ascolto, serva da esempio ai piccoli per imparare a fare altrettanto.

Anche il rispetto per gli animali, che non vengono torturati o maltrattati, è un riflesso che assimilano attraverso il comportamento degli adulti. Apprendere le cose per esperienza diretta, basata sull’ osservazione e sul confronto, imparando ad affrontarle, aiuta i bambini anche a comprendere il concetto di democrazia, favorendone la partecipazione attiva.

 

In merito allo scandalo dei serpenti il 28 ottobre Amilcare Acerbi scrisse alle insegnanti e pubblicò su Facebook ….

Bene ha fatto la direttrice a difendere il diritto dei bambini a conoscere la natura viva. Ho seguito con curiosità ed apprensione il dibattito che si è snodato attorno alla questione “serpenti nella scuola dell’infanzia di via Negarville”. Conosco questa scuola, dai tempi in cui ero direttore pedagogico del Sistema Educativo. Qui per i bambini ci sono prati e alberi in abbondanza. Quando c’è vegetazione, senza diserbanti e anticrittogamici, animali e insetti ci si trasferiscono molto volentieri dalle campagne “velenose”. Male, molto male ha fatto qualche operatore di quella scuola a creare allarmismo, passando a genitori e giornali immagini e paure, senza prima documentarsi. Il qualunquismo pedagogico, la paura delle responsabilità, sono una brutta malattia della professione docente. Bene fanno i genitori a preoccuparsi della salute dei propri figli, di quello che mangiano, di quello che vedono e ascoltano alla televisione, di quello che respirano, di quello che fanno a scuola. Ma il mondo così complesso è difficile da raccontare da soli. E la scuola è proprio il luogo dove capire mentre i figli crescono come si può dare a loro il meglio, renderli sicuri e competenti. La scuola è occasione di scambio e di scoperta, va considerata e usata così, anche da parte di mamme e papà. Sullo stretto sentiero aperto e indicato dal “serpente di Negarville” si sono ritrovati commenti di paura, frasi superficiali ma anche testimonianze di scienziati molto positive e assunzione di responsabilità da parte dell’ente; alcuni giornalisti hanno anche con garbo accompagnato i lettori per uscire dall’urlo banale: è spuntato infatti il termine “biscia”, usato abitualmente nelle campagne, per indicare i serpenti che non sono pericolosi; per chi vive tra prati, arbusti e corsi d’acqua l’incontro è abituale. Nei prati della scuola Negarville (Celeste Negarville era un “duro”, ma uomo curioso e di dialogo, già sindaco di Torino), svolazzano piccioni, passeri, corvi; scorrazzano gli scoiattoli e chissà quanti altri animali e insetti interessanti, utili, alcuni pure fastidiosi. Un habitat con equilibri e lotta tra specie fattesi urbane. Che si sono adattate a sopportare il vociare e il correre dei bambini. Il “serpente di Negarville” indica la via da percorrere, quella della conoscenza, del rispetto, dell’attenzione, della curiosità. Forse da qui potrebbe sgorgare l’ambizione di sperimentare nuove forme di “riacculturazione naturalistica urbana”, anche gioiosa, per le mamme e i bambini figli del cemento metropolitano. Il pianeta ha urgente bisogno delle competenze di tutti e di sguardi positivi.

 

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