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Ma è proprio vero che siamo così vulnerabili?

Si va diffondendo un’etica terapeutica che ci fa sentire bisognoso di protezione, di turela, perfino di cura.

Umberto Galimberto

Coach nei posti di lavoro per persuadere chi lavora che, se cambia atteggiamento o modo di vedere le cose, migliora il suo stato e le condizioni del suo lavoro, che diventa più piacevole e (ma soprattutto per l’azienda, però questo non lo si dice) più produttivo. Cassaintegrati e licenziati hanno bisogno di un’assistenza psicologica per la loro depressione o non piuttosto di un nuovo posto di lavoro? Perché patologizzare situazioni che diventano drammatiche non per ragioni psicologiche, ma per eventi oggettivi la cui soluzione coincide con la fine del disagio?

E che dire degli psicologi che nelle scuole etichettano come “affetti da un disturbo da deficit di attenzione con iperattività (ADHD)” quei bambini che sono semplicemente un po’ vivaci o perché creativi o perché bisognosi di un po’ più d’attenzione o un po’ più d’amore? Che dire di quei medici che, su richiesta dei genitori, sono disposti a rilasciare certificati che attestano “bisogni educativi speciali (BES)” che poi significa individuare i bisogni dell’alunno e le strategie più idonee per raggiungere concreti risultati educativi, impartire un insegnamento il più possibile individualizzato, coinvolgere più attivamente i compagni di classe in modo che interagiscano più efficacemente tra loro. In pratica quello che si dovrebbe fare per tutti gli alunni in tutte le scuole, con l’unica condizione di ridurre da trenta a quindici il numero degli alunni che compongono la classe.

Se il BES non fosse sufficiente per un trattamento educativo speciale, il medico aggiunge il DSA (Disturbi specifici di apprendimento) che riguardano il lessico, le difficoltà nella lettura e nella scrittura, l’abilità nel calcolo, che spesso, senza essere etichettate medicalmente, sono difficoltà che possono essere superate con l’esercizio e l’applicazione, senza indurre nell’alunno la sensazione di essere diverso e senza fargli sentire l’ansia dei genitori che ne moltiplicano le cure. E a proposito di ansia, perché ricorrere a espressioni cliniche che parlano di “sindrome di ansia generalizzata” per dire che una persona è preoccupata, o di “ansia sociale” per chi è semplicemente timido, o di “fobia sociale” per chi ha un carattere riservato, o di “libera ansia fluttuante” per chi non sa di che cosa si preoccupa?

Ma cosa c’è dietro questo cambiamento linguistico per cui esperienze che un tempo erano ritenute normali oggi sono rubricate come patologiche? Io penso che quest’invasione della psicopatologia nella vita quotidiana serva a creare in noi un senso di vulnerabilità, se non addirittura la sensazione di avere un Sé insicuro che ha bisogno di protezione, di qualcuno che si prenda cura di noi e ci guidi.

Secondo il sociologo Frank Furedi dell’Università di Kent a Canterbury, la diffusione di “quest’etica terapeutica” risponde all’esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di “pensare”, ma anche e soprattutto nel loro modo di “sentire”, affinché già da sé si sentano insufficienti e bisognosi di essere, se non proprio guidati, certamente accompagnati nella loro vita quotidiana. In questo modo, scrive Furedi ne Il nuovo conformismo (Feltrinelli): “Si dà avvio a un regime di controllo sociale, dove a ciascuno si insegna a stare al proprio posto, offrendo in cambio i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento”. Sorge a questo punto spontanea la domanda se alle volte il posto lasciato vuoto dalla religione non sia stato occupato, senza che noi ce ne accorgessimo, dalla psicologia, anzi, come dice il sottotitolo del libro di Furedi, da “troppa psicologia nella vita quotidiana”?

 

D la Repubblica. 28 OTTOBRE 2017

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