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Mamma me lo compri?

I BAMBINI IMPARANO FIN DA PICCOLISSIMI A CHIEDERE (E OTTENERE).

VA BENE? NO.

PERCHÈ IL SENSO DI SÈ DEVE ANDARE OLTRE IL POSSESSO DEGLI OGGETTI

di Rita Balestrero

Circolano su YOUTUBE video dal titolo “Quanto costa il tuo outfit”; un ragazzo si aggira per le vie di alcune città italiane chiedendo ai coetanei il valore dei capi che indossano. Le cifre? Da 650 euro a 1.200, con punte di 4mila e casi estremi da capogiro. «Storicamente non siamo mai stati così materialisti››, scrive l’economista Lan Nguyen su The ]ournal of Positive Psychology. «Mai bambini non nascono consumisti», avverte Simona lronico, docente di Sociologia della moda e dei consumi all’Istituto Marangoni di Milano. É la fatidica domanda (“Mamma, me lo compri?”) a segnare uno spartiacque: prima erano i genitori che si divertivano ad acquistare i regali ai figli, adesso sono questi a stilare la lista della spesa, peraltro in continuo aggiornamento. «Si comincia con le vending machine, i distributori di palline rimbalzine e mostri mollicci che si trovano all’uscita dei supermercati, nei bar, nelle stazioni: sono il primo strumento con cui i piccoli iniziano a svolgere un ruolo di consumatori a tutti gli effetti, perché il processo d’acquisto è veloce e loro imparano in fretta a inserire la moneta e a girare la manopola che fa scendere l’oggetto del desiderio». D’altronde il mercato dei giocattoli, solo in Italia, vale 3,3 miliardi di euro (dati Doxa, per la fascia 5-13 anni) e nel 2017 ha registrato una crescita del 7% degli articoli per l’età prescolare. Come dire, si inizia sempre prima a chiedere.

Ma c’ è qualcosa che i genitori possono fare per evitare di crescere baby materialisti incalliti? «È una sfida ardua e ricca di contraddizioni, perché viviamo in una società consumista dove la popolarità è diventata importantissima per gli adolescenti. Fare finta che non sia così non porta da nessuna parte», commenta lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della fondazione Minotauro di Milano e autore del libro “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti” (Mondadori). «Oggi la famiglia e la scuola hanno perso il primato dell’educazione, perché i bambini sono sottoposti a moltissime influenze: dai cartoni animati al marketing che si è sempre più spostato verso di loro, passando per gli amichetti che possiedono sempre qualcosa di più desiderabile. Chiunque pensi di poter costruire un modello di valori autonomo, sbaglia. Anche perché, ammesso che ci riesca, finirebbe per avere un figlio isolato: magari non materialista, ma con forti problemi di socializzazione. La verità è che bisogna fare un gran lavoro mixando etica e valori per aiutare i giovanissimi a costruirsi un’identità solida, capace di sorreggere l’immagine che poi, a un certo punto, sentiranno il bisogno di esibire».

Riuscirci, insomma, è parecchio complicato. La psicologa e psicoterapeuta Monica Massa, però, qualche idea ce l’ha. «I bambini riproducono gli schemi che vedono in famiglia. Ci sono dunque comportamenti che i genitori possono adottare per insegnare loro a conoscere se stessi, al di là degli oggetti che possiedono o dei like che ricevono sui social». Qualche esempio? «Far fare loro esperienze nella natura fin da subito, mostrando per esempio come si pianta un seme o dove cresce la frutta: gesti semplici che li aiutano a identificarsi carsi con qualcosa di concreto e non virtuale. Sottolineare poi sempre le loro qualità, perché da piccoli non sono capaci di riconoscerle. Ovviamente, dedicare loro tempo senza essere distratti. E magari chiedere di svolgere compiti semplici come apparecchiare la tavola o dare una mano, anche simbolica, in cucina, per far capire loro l’importanza dell`aiuto reciproco».

A sentire l’economista americana Marsha Richins, che studia il materialismo e i suoi effetti sulla società dal 1990, l’età più critica è tra i 12 e i 13 anni. «Penso che in assoluto sia il momento peggiore nella vita di una persona, perché è dominato dall’insicurezza. Quando un ragazzo guarda un suo coetaneo vede il viso, il linguaggio del corpo, la postura… e i vestiti che indossa. Quindi è inevitabile che chi non si sente sicuro di sé cerchi conforto negli abiti “giusti”, quelli che in qualche modo lo aiutano a definire chi vorrebbe essere››. Intervistando tanti giovani di età diverse, Richins è convinta che chi possiede le cosiddette «risorse intangibili» attraversi più serenamente questa fase. «I ragazzi che suonano in una band o hanno amicizie basate sulla condivisione di un”esperienza, magari sportiva, sviluppano un senso del sé che va oltre il possesso di oggetti».

Lo scorso agosto, la rivista Thr Jornal of Posittive Psychology ha pubblicato uno studio condotto dall’economista Lan Nguyen dell’Università dell’Illinois che, per la prima volta, ha messo in relazione il materialismo con il senso di gratitudine. Ne è risultato che sono inversamente proporzionali: incoraggiando quest’ultimo, si abbassano i livelli del primo. L’hanno dimostrato dividendo i 900 ragazzi che hanno partecipato alla ricerca in due gruppi: a uno hanno fatto stilare un normale diario giornaliero, all’altro hanno chiesto di sforzarsi di scrivere solo le cose belle che erano capitate. E i risultati sono stati sorprendenti, perché è bastato questo piccolo esercizio, mirato a sviluppare il senso di riconoscenza, per cambiare atteggiamenti egoistici e persino a spingere i giovani a fare beneficenza.

A parte il conto corrente sofferente, esistono davvero effetti collaterali del consumismo infantile? «Purtroppo ci sono prove di quanto influenzi il benessere psicofisico, stimolando ansia, depressione e narcisismo», scrive Lan Nguyen, sempre su The Journal of Positive Psychology. La psicologa Monica Massa sintetizza così: «In generale possiamo dire che dedicare troppo tempo a desiderare di possedere cose nuove porta a diventare sempre più egoisti, e questo non può fare bene alle relazioni».

La sociologa Ironico però, è positiva sui bambini di domani, e non pensa che saranno più consumisti di chi è venuto prima. «Abbiamo letto tutto e il contrario di tutto sui trentenni di oggi, ma io vedo che sono molto consapevoli delle conseguenze del proprio stile di vita e, per esempio, hanno molto a cuore la sostenibilità ambientale. Ecco perché, quando diventano genitori, sono pronti a esporre i figli, fin da piccoli, a pratiche etiche di acquisto. È normale vedere queste mamme comprare e vendere nei negozi dell’usato o partecipare a laboratori per costruire giocattoli a mano. Non dico che consumeranno meno, ma senz’altro lo faranno con più coscienza».

NO, NO, NO!

Quanto sia difficile dire di no, i genitori lo imparano in fretta. «Ma riuscire a farlo è fondamentale, quando parliamo di capricci dettati dal desiderio di possedere oggetti», spiega Monica Massa, psicologa e psicoterapeuta a Milano, specializzata in supporto terapeutico a bambini e adolescenti (monicamassa.it). Che si tratti di giocattoli o vestiti firmati, secondo la specialista non fa differenza. «Tanti bei “no” evitano di crescere figli troppo materialisti. L’importante è dare sempre spiegazioni, perché non devono essere interpretati come punitivi. Ai genitori in difficoltà che seguo io ripeto sempre che non stanno facendo un dispetto ai loro figli, ma dando un insegnamento: è importante che imparino ad aspettare e a guadagnarsi gli oggetti, perché un primo confronto con la frustrazione legata a un “no” li aiuta a crescere. Prima o poi li riceveranno fuori dalla famiglia: meglio che siano preparati».

Ddonna 17 NOVEMBRE 2018

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