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Metti una mattina a Brescia

Mirella Castagnoli

Nella mattinata di sabato 23 gennaio nell’Aula Magna dell’Istituto Tartaglia-Olivieri di Brescia una folta platea di circa 200 insegnanti/educatori ha ascoltato ed ha interagito con i tre relatori: Giovanna Zunino (Comitato scientifico di Proteo Fare Sapere nazionale); Lorenzo Campioni (Gruppo nazionale Nidi-Infanzia), Mario Maviglia (Dirigente Ufficio Scolastico Territoriale di Brescia) sul tema “Il percorso 0-6 nel sistema di istruzione. Riflessioni tra difficoltà e potenzialità”, incontro organizzato dal CIDI di Brescia e da Proteo Fare Sapere di Brescia.

Scopo dell’incontro: non era “convincere”, ma “informare”.

E’ stata così una mattinata ricca di informazioni, di richiami alla storia e alle vicende della scuola italiana e dei servizi educativi per l’infanzia. E’ stato soprattutto uno scambio di idee, opinioni (e di ricordi) fra persone che si interessano di infanzia pur avendo “culture” diverse; potremmo sintetizzare dicendo che si è seminato per far germogliare una nuova cultura che pone al centro i diritti del bambino considerato cittadino, in particolare il suo diritto all’educazione/cura fin dalla nascita.

I relatori hanno fatto riferimento ad una storia che viene da lontano: le scuole dell’infanzia per i bambini dai 3 ai 6 anni, sono nate nell’800 per rispondere al bisogno di dare assistenza ai ceti più deboli e si sono gradualmente radicate anche nell’immaginario sociale, grazie a grandi interpreti della pedagogia dell’infanzia (dalle sorelle Arazzi a Maria Montessori, fino ai contemporanei Loris Malaguzzi e Sergio Neri), nascono private e comunali, divengono anche statali con la legge 444/68. Non è però solo una storia di progressive conquiste. Anzi dopo gli Orientamenti del 1991, le sperimentazioni A.L.I.C.E e A.S.C.A.N.I.O, e LE LINEE GUIDA PER LO SVILUPPO DI UNA SCUOLA DELL’INFANZIA DI QUALITA’ del ‘99 e poi declinate nel “libro dei sogni” del dm n°91 del 2001, è arrivata la legge 53 del 2004 che ha istituito il famigerato Anticipo, poi i tagli e le esternalizzazioni, la crisi economica e quindi il “degradare” progressivo delle condizioni di lavoro, degli ambienti di apprendimento, degli orari di funzionamento, delle ore di compresenza, del numero di bambini per sezione …. . Bisogna riconoscere che il “fiore all’occhiello” del nostro sistema di istruzione qualche petalo l’ha perso e lo va perdendo proprio a causa di una crisi forte anche sul piano culturale. Per questi motivi anche il settore 3-6 ha bisogno di un profondo reinvestimento! E l’istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni è un’opportunità “ricostituente”.

I Nidi (per i bambini di 0-3 anni) come li conosciamo oggi nascono con la legge 1044/71 e sono normati da leggi regionali (solo nel 2007 lo Stato istituisce le sezioni Primavera o Ponte per i bambini di 24/36 mesi); siamo quindi di fronte a ben 21 sistemi legislativi diversi nonché a una miriade di tipologia che solo il Nomenclatore interregionale nel 2009 ha classificato (NB secondo il Nomenclatore il “nido famiglia” presente nella regione Lombardia non risulta appartenere alla classe dei Nidi!!!). Il costo di questi servizi è a carico dei Comuni e delle famiglie che ne usufruiscono. L’assenza dello Stato si traduce di fatto nella sottovalutazione del diritto alla cura e all’educazione dei cittadini più piccoli e dell’importanza dei primi anni di vita.

Per tutti i relatori l’incontro e l’armonizzazione delle 2 branche che costituiscono lo “zero sei” non è semplice, ma è possibile, anzi è necessario se si pone al centro il bambino perché “La prima infanzia è la fase in cui l’istruzione può ripercuotersi in modo duraturo sullo sviluppo dei bambini e contribuire a invertire le condizioni di svantaggio. Purtroppo già a 3 anni si registrano numerose differenze in termini di sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo tra i bambini di bassa estrazione sociale e quelli provenienti da un contesto agiato e, in mancanza di una gestione mirata, tale divario tende ad aumentare entro i 5 anni” (cfr Comunicazione della Commissione Europea 66/2011) e quindi, come dice la UE, ma soprattutto affermano la Pedagogia, la Psicologia, le Neuroscienze e perfino le Scienze economiche, “L’educazione e la cura della prima infanzia costituiscono la base essenziale per il buon esito dell’apprendimento permanente, dell’integrazione sociale, dello sviluppo personale … le primissime esperienze dei bambini gettano le basi per ogni forma di apprendimento ulteriore”.

Certo ci sono diffidenze e pregiudizi reciproci in entrambi i settori 0-3 anni e 3-6 anni: i servizi educativi temono di essere fagocitati in un contesto scolasticistico [vedi crescita esponenziale delle schede] che guarda alla scuola primaria, al prodotto, poco attento alla cura, ai processi, ai tempi e alle esigenze di ogni bambino; le scuole dell’infanzia temono di “tornare indietro”, di essere considerate servizi assistenziali, di

perdere il contatto con la scuola primaria ( anche se lamentano di essere snobbate da dirigenti e colleghe all’interno degli Istituti comprensivi e anche delle Direzioni Didattiche).

La diffidenza e i pregiudizi però possono essere superati attraverso la conoscenza, la frequentazione e la progettazione comune avendo come punto fermo che fra i tre soggetti coinvolti: bambini, nsegnanti/educatori (potremmo chiamarli tutti maestri?) e famiglie, chi deve sempre essere posto al centro è il bambino, con i suoi bisogni, i suoi ritmi di crescita e di sviluppo.

Quello che appare certo è che, oltre ad una svolta culturale, al costituendo sistema integrato zero-sei occorrono investimenti. In Italia, dati al di sopra di ogni sospetto ci dicono che rispetto ai paesi dell’OCSE la quota di Pil investita per i minori (famiglia, cultura, educazione/istruzione, ecc) è pari alla metà e che questa quota scende a meno di un terzo se ci rapportiamo a paesi come la Germania, la Francia, il Regno Unito … . E forse anche questa cronica mancanza di investimenti per l’infanzia è una delle cause del saldo negativo della natalità e del gap che si registra fra il desiderio di avere figli e il loro numero reale.

Oltre al tanto di condivisibile, e di condiviso sostanzialmente dai relatori e dai numerosi presenti intervenuti, nella delega prevista dalla legge 107/2015 “comma 181 – lettera e” sono state messe in evidenza le criticità. Ci sono infatti punti non definiti, demandati ai successivi decreti attuativi.

Non è stato indicato, come nel ddl 1260, se c’è il superamento del patto di stabilità per l’implementazione dello 0-3 anni, non è stato definito il cofinanziamento da parte dello Stato, non sono indicati né i Livelli Essenziali né gli standard strutturali di Qualità (durata spazio/temporale della giornata, numero alunni, compresenze, il potenziamento …) non è stata definita la formazione iniziale (“qualificazione universitaria” non è sinonimo di Formazione universitaria), ecc.

L’importanza imprescindibile della formazione (nodo da definire) sia iniziale che in servizio è risultata per tutti la strada maestra per affrontare la sfida. Solo la formazione, la ricerca possono garantire la professionalità di tutti gli operatori e alta qualità pedagogica ed educativa. Se tutto ciò che ancora non è definito verrà definito dai Decreti Attuativi, allora la partita delle partite si gioca nei DECRETI ATTUATIVI previsti entro l’inizio del 2017. C’è un anno di tempo.

Ciò che serve quindi non è un’opposizione di pancia (frutto della paura psicologica), non è un inerte attendismo (frutto di dis-informazione e dis-attenzione), ma è invece un’attenzione di testa (frutto di consapevolezza e partecipazione) per cui si deve essere critici sì, ma soprattutto si deve essere propositivi e vigili affinché i “decisori” elaborino decreti attuativi che non snaturino il “comma 181 lettera e” e diano concretezza al diritto all’educazione di ogni bambino oltre che ad una opportunità in più al Paese per contrastare la povertà (economica ed educativa), la dis-uguaglianza, la denatalità …. Poiché nessuna riforma può funzionare se non è condivisa, se non viene gradualmente avviata/sperimentata/monitorata … tutti e tre i relatori hanno affermato che non si parte da zero, che si può partire col valorizzare le esperienze /sperimentazioni che già ci sono e che in un certo senso precorrono lo “zero-sei” perché, ad esempio, già lavorano con bambini di 2-6 anni, di 24/36 mesi come le “sezioni Primavera”, ecc.

I relatori hanno infine segnalato la necessità di convocare quanto prima incontri/confronti a livello regionale e locale per dare avvio al “sistema integrato zero-sei” ed individuare forme efficaci di governance all’altezza dei nodi pedagogici e delle sfide organizzative che il sistema integrato zero-sei ci pone.


Brescia 25/01/16 CIDI di Brescia

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