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Narrare le Infanzie

Concetta Monachello

Educatrice, attualmente lavora a Palermo presso il Nido d’Infanzia comunale Allodola ed è Referente del Gruppo Territoriale Nidi e Infanzia Sicilia Occidentale


 

I diritti se non sono universali sono privilegi

(F. Lorenzoni)

Sono sempre gli adulti a far parlare l’infanzia e, ancor più, a scriverla. Essa si definisce soltanto nell’interpretazione: quando, oltrepassata nel tempo vissuto, è richiamata in vita dalla e nella memoria, disposta in un ordine retrospettivo significante, organizzata secondo un senso a ritroso. Si parla di essa, da parte degli adulti, quando è finita, quando si è estinta come tale. Se ne parla inesorabilmente al passato […] È nutrita di nostalgia, di rimpianto, di assenza (Cambi, 2013). Si parla di essa, in riferimento ai bambini, attraverso differenti sensibilità e soprattutto attraverso diversi sguardi. In ogni caso, far parlare l’infanzia è sempre un compito e un esercizio estremamente delicato, complesso e non scevro da rischi, perché è molto facile lasciarsi sedurre da un’idea d’infanzia stucchevole, ammaliante e retorica, piuttosto che interpretare con sguardo critico-radicale il nostro tempo e i cambiamenti in atto, per narrare in modo autentico e rigoroso le tante infanzie che oggi abitano il mondo.

A tal proposito, Franco Cambi sostiene che nel XX secolo è nata una visione dell’infanzia regolata da principi di tutela e di cura che è cresciuta, si è imposta e che oggi abbiamo di fronte come compito e come guida. Contemporaneamente, però, è rimasta attiva nel mondo anche un’altra immagine d’infanzia: sfruttata e calpestata. Anche Maria Grazia Contini, in Corpi bambini, sprechi di infanzie, dipinge un quadro inquietante delle tante infanzie dei nostri giorni: bambini privilegiati, che hanno tutto ma non lo spazio per desiderare e per crescere e ai quali manca il tempo vuoto per poter sognare e fantasticare. Bambini sedotti dal marketing, spinti verso i concorsi, i palcoscenici, la pubblicità. Ma, parla anche di bambini violati dal business della prostituzione o dalla barbarie delle guerre: bambini sfruttati e senza voce, infanzie sacrificate sull’altare del dio denaro, che abbiamo il dovere di narrare con sguardo scevro da stereotipi e storture.

In questa prospettiva, nel Maggio scorso la città di Palermo, capitale italiana della cultura, è stata sede del XXI convegno nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia “Narrare le Infanzie – Differenze, Diversità, Diritti/Doveri”.

Organizzato dal Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, in collaborazione con l’Assessorato alla Scuola del Comune di Palermo e con il patrocinio dell’Università degli studi di Palermo, il convegno ha voluto mettere al centro l’importanza di partire dalla cultura dell’infanzia per creare società più giuste ed inclusive, per dare risposta ai diritti delle bambine e dei bambini, come ci ricorda la Commissione Europea negli ultimi suoi documenti (Comunicazione n. 66 del 2011 e Raccomandazione 112 del 2013).

Per gli operatori dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia palermitani è stato motivo di grande orgoglio poter ospitare questo evento che fin dalla sua organizzazione è stato per tutti noi stimolo per approfondimenti e confronti.

Il titolo stesso del convegno ha spinto a riflessioni che hanno sollecitato diverse domande: quante sono le infanzie nel mondo? È possibile narrarle? E, soprattutto, che senso ha narrarle?

Dai tre giorni di convegno è emerso come la riflessione sull’infanzia rimanga ancora un’urgenza, perché sebbene nel mondo si sia affermata un’idea d’infanzia che vede il bambino titolare di diritti, a causa della crescente crisi economica che si pone alla base di una sempre più crescente aggressione dei diritti umani, oggi non possiamo abbassare la guardia, per non correre il rischio di cancellare, di rimuovere quel “sentimento dell’infanzia” comparso nel nostro orizzonte culturale solo qualche centinaio d’anni fa, dunque recente nella storia dell’umanità, ma ancora precario (M. Contini).

Questa consapevolezza è stato il fil rouge che ha guidato i lavori delle tre giornate del convegno, rispetto alle quali ho qui riportato alcune testimonianze relative alle sessioni del sabato.

 

Le Commissioni

Organizzato in cinque gruppi di lavoro, nella giornata di sabato 12 Maggio il convegno ha visto relatori ed esperti confrontarsi insieme ai partecipanti su cinque temi chiave che in ambito educativo oggi rappresentano un compito e che giocano un ruolo regolativo. I cinque principi-chiave espressi nel Quality Framework (Lazzari, 2016) sono stati ripresi in modo trasversale in tutte le commisioni.

Da questo confronto sono venute fuori interessanti suggestioni e questioni che hanno aperto ulteriori approfondimenti e riflessioni.

Nella prima commissione – Diritto all’educazione: quale accessibilità e per chi – è emerso come un’educazione di qualità possa fare la differenza nella vita dei bambini piccoli, specie di quelli che provengono da contesti svantaggiati, perché getta solide basi per il successo dell’apprendimento permanente. Tuttavia, oggi, in tempi di ristrettezze economiche, i Paesi sono costretti a riconsiderare l’ordine delle loro priorità; circostanza questa che ostacola l’accesso a questi servizi e la generalizzazione dell’offerta. Inoltre, è emerso che un servizio è accessibile quando appare affidabile, quando è chiara, riconoscibile e comprensibile la sua identità al punto da renderne desiderabile e auspicabile l’accesso. In questa prospettiva, l’accessibilità diventa sinonimo di promozione di cultura dell’infanzia aperta al confronto e alla partecipazione.

Nella seconda commissione Bambini Genitori Comunità: costruttori di cultura, i relatori hanno analizzato aspetti riguardanti lo sviluppo della cultura all’interno dei contesti educativi. Il modo in cui i bambini si rapportano con il contesto sociale, la qualità delle relazioni e delle interazioni sociali sono tutte variabili che concorrono alla formazione di un bambino capace di sviluppare forme di socialità complesse: socialità e conoscenza sono un binomio inscindibile. Pertanto, educare significa sostenere le potenzialità dei bambini utilizzando un approccio olistico, in cui i processi interpersonali avvengono in stretta sinergia con gli elementi simbolici e fisici. Significa offrire ai bambini esperienze culturali di qualità grazie alle quali imparino a vivere il confronto con l’altro per costruire una cultura dell’intersoggettività in cui è possibile condividere un sistema di significati. Pertanto, tutti siamo chiamati a pensare cornici di senso da condividere con tutti gli attori sociali, nella convinzione che nidi e scuole dell’infanzia siano un bene pubblico.

Nella terza commissione, Come gli adulti consentono ai bambini di costruire i loro saperi e sostengono la struttura dell’apprendimento anche per se stessi. Apprendere ad apprendere: ruolo e responsabilità degli adulti, si è ragionato intorno a un’idea forte di bambino e intorno al curricolo ed al ruolo dell’adulto. All’interno di un servizio educativo di qualità il confronto collegiale tra gli operatori rispetto alla costruzione del curricolo, che tiene conto dei bisogni dei bambini, delle famiglie e del gruppo di lavoro, gioca un ruolo centrale. L’educatore/insegnante deve predisporre contesti di apprendimento capaci di sollecitare il confronto socio-cognitivo e di promuovere l’utilizzo dei linguaggi espressivi e comunicativi, deve favorire la costruzione di una relazione significativa con il bambino, fondata su una comunicazione empatica e autentica.

Nella quarta commissione, Diritto a partecipare, gli esperti hanno messo in luce l’importanza della partecipazione delle famiglie alla vita dei servizi educativi e della scuola. La presenza dei genitori e il loro coinvolgimento attivo rappresenta un elemento fondamentale della progettualità pedagogico-educativa dei servizi educativi per l’infanzia, per i quali le famiglie rappresentano, nell’ottica della co-educazione, uno degli interlocutori più importanti con cui relazionarsi e confrontarsi in modo aperto e flessibile. Nel corso dei lavori è emerso che il dialogo tra genitori e insegnanti è spesso faticoso, ci sono delle sofferenze e dei processi di delega che possono rendere difficile l’incontro, la relazione e la condivisione. Tuttavia, proprio in relazione a tali difficoltà è molto importante scommettere sulla formazione e la professionalità del personale educativo e insegnante.

Nella quinta commissione, Prendimi come sono e non come vorresti che fossi, è emerso che i servizi educativi della fascia 0/6 sono particolarmente importanti per i bambini socialmente disagiati, per i bambini figli di immigrati e/o appartenenti a minoranze, in quanto sono in grado di promuovere le competenze cognitive, emotivo-affettive e sociali. Pertanto, lo stile educativo degli adulti deve ispirarsi a criteri di ascolto, accompagnamento, interazione partecipata, mediazione comunicativa, con una continua capacità di osservazione del bambino, di presa in carico del suo “mondo”, di lettura delle sue scoperte, di sostegno e incoraggiamento all’evoluzione dei suoi apprendimenti verso forme di conoscenza sempre più autonome e consapevoli (Indicazioni Nazionali).

 

La scuola è un centro di elaborazione culturale aperto al territorio di cui il territorio si giova, un luogo che offre l’opportunità di riconnettere i fili sconnessi delle varie stratificazioni sociali

(Lorenzoni)

Senza aver la pretesa di dar conto in modo esaustivo del convegno, di cui attendiamo la pubblicazione degli atti, proverò a mettere in luce i concetti-chiave, le contraddizioni, le questioni aperte, le sfide che ci attendono:

  • È ancora importante far parlare l’infanzia, perché il mondo è colorato da tante infanzie che hanno il diritto di essere riconosciute, valorizzate e narrate. La scuola non può correre il rischio di abituarsi alle troppe disparità e disuguaglianze emergenti da queste storie, ma deve dare peso a chi non ne ha, creando uguaglianza.
  • Garantire un’educazione di qualità non è questione privata, ma è responsabilità di tutta la società: garantire servizi di qualità significa promuoverne l’accessibilità. Di qui l’urgenza di politiche educative lungimiranti e giuste che sappiano promuovere l’accessibilità, la generalizzazione e la governance di servizi educativi di qualità, come previsto nei documenti europei e dal D.lgs 65/2017.
  • Nella relazione educativa il professionista dell’educazione gioca un ruolo cruciale, perché, riconoscendo il bambino nella sua differenza e diversità, sa come affiancarlo per renderlo protagonista attivo e promotore del suo percorso di crescita identitario e di costruzione attiva della propria conoscenza. Sulla base di una cornice axiologica e pedagogica di riferimento, egli sa progettare contesti di apprendimento adeguati alle esigenze dei bambini per sostenere la loro crescita. In questa prospettiva, è di fondamentale importanza il gruppo di lavoro, la formazione in servizio e forme di Coordinamento pedagogico.
  • All’interno dei servizi educativi 0/6 la famiglia è l’interlocutore privilegiato con cui dialogare e confrontarsi in un’ottica di corresponsabilità pedagogica, per la co-progettazione di percorsi educativi innovativi. Per quanto faticoso, intorno a questo dialogo deve prender forma la competenza del professionista dell’educazione.

 

Politica è una parola bastarda. Ha molti padri e madri. Non è sempre la stessa cosa. Dipende da chi la genera e per che cosa

(Zagrebelsky)

C’è una stretta relazione fra educazione e politica, che la vede misurarsi con le esperienze concrete e con i problemi reali con cui le persone devono fare i conti ogni giorno. Entrambi i saperi sono accomunati da una responsabilità culturale tesa a perseguire l’autenticamente umano in ogni contesto pubblico e privato (Bertolini). Tuttavia, la crisi economica che oggi dilaga in tutta Europa spinge la politica a porre fra le sue priorità gli equilibri del sistema economico. In particolare, in Italia i vari governi hanno reagito alla crisi applicando un taglio netto di investimenti sui servizi, sulla scuola e sulla cultura. Tutto ciò provoca un aumento vertiginoso delle differenze (culturali, economiche, sociali) fra le famiglie, e di fenomeni sociali quali la xenofobia, l’individualismo e la competitività, i quali fomentano la paura, l’odio e le divisioni e che condannano tante famiglie all’esclusione sociale e alla povertà educativa.

 

Da dove ripartire per sfuggire a questo baratro?

Molti autori affermano che occorre ripartire dalla scuola, dalla cultura e da un’idea di educazione intesa come pratica politica (P. Moss), perché investire nella scuola e soprattutto nell’infanzia è coltivare la vita, non solo dei bambini piccoli ma di tutti noi, perchè impariamo a gestire diversamente quello che è il rapporto fra solidarietà e giustizia (T. Vecchiato).

Qualche tempo fa un ministro della Repubblica italiana ha affermato che ‘con la cultura non si mangia’, lasciando intendere che la scuola e l’educazione sono solo un costo. Heckman, invece, sostiene che per ogni dollaro speso in educazione lo Stato ne risparmia sette, perché l’educazione favorisce crescita economica, riduce la criminalità, promuove la cittadinanza attiva, abilità creative, sociali e cognitive.

Ma un sistema educativo innovativo è possibile solo là dove c’è una comunità costruita intorno alla cultura della solidarietà, quindi implica un legame indissolubile con la politica.

Se l’educazione è politica, allora occorre ripensare la scuola, specie là dove non ci sono le condizioni ed è a rischio la sua funzione, perché la scuola è il confine della società, è limite, ma come limen soglia. Da essa si può entrare come non si può entrare a far parte della città (G. Ferraro). Pertanto, occorre restituire agli educatori/insegnanti un ruolo e una responsabilità centrali, perché non è possibile nessun diritto se non c’è qualcun altro dall’altra parte che senta l’obbligo di garantirlo. Occorre una scuola che sia accessibile a tutti e, quindi, bandire il verbo diffuso: “Non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti”, perché se i diritti non sono “Universali” è chiaro che si chiamano “Privilegi” (F. Lorenzoni).

 

Perché, dunque, è importante narrare le infanzie?

Perché ci consente di vedere quel che manca in quel che c’è, perché per farlo occorre spingersi al limite della vita là dove la vita è al limite e perciò a rischio. Perché ci costringe a restare vigili e critici osservatori dell’esistente, a snidare le contraddizioni, le ingiustizie, le ipocrisie insite nel nostro sistema simbolico-culturale. Perché ci spinge a fare i conti con l’incapacità sociale e politica di mettere al primo posto chi dovrebbe essere al primo posto perché più debole, più fragile (T. Vecchiato). Perché dobbiamo combattere la rassegnazione, a causa della quale siamo stitici rispetto al futuro, osiamo troppo poco, non ci fermiamo a immaginarlo per poi poterlo governare (Lorenzoni).

 

Per la sintesi dei lavori delle Commissioni, ringrazio sentitamente: D. Belvedere, G. Messina, M. Parente, B. Saladino, S. Vitrano.

 

Bibliografia

  • Cambi, F. (a cura di), Le intenzioni nel processo formativo. Itinerari, modelli, problemi, Pisa, Edizioni Del Cerro, 2005
  • Ciabotti, F., Flavi, M., Giacopini, B.E., (a cura di), Educazione e [è] politica. Generare alleanze nel sistema dei servizi per l’infanzia, Bergamo, Edizioni Junior, 2014
  • Contini M., Demozzi S., Corpi Bambini. Sprechi di infanzie, Milano, Franco Angeli, 2016
  • Lazzari A., Un quadro europeo per la qualità dei servizi educativi e di cura per l’infanzia: proposta di principi chiave, Bergamo, Zeroseiup, 2016.

 

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