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Nella narrazione il sapere dei genitori

Augusta Moletto

Docente di Scienze Motorie

Riziero Zucchi

Docente del dipartimento filosofia e scienze dell'educazione, Università di Torino.


Quando Peter Pan chiede a Wendy di tornare con lui sull’isola che non c’è, per convincerla
le spiega che potrebbe insegnare come si raccontano storie ai ragazzi perduti.
Se imparassero i 
ragazzi perduti sarebbero in grado di crescere.

Bruner S. J. La cultura dell’educazione

Un sapere da riconoscere

In un articolo precedente siamo andati alla scoperta di un sapere quasi sconosciuto, quello dei genitori, ed abbiamo individuato, oltre alle conoscenze, anche competenze in grado di far crescere e diventare persona il figlio. Ma come si esprime questo sapere così prezioso ed importante? E’ fondamentale conoscerlo, perché ci permette di interpellarli in modo corretto. Il semiologo Marshall Mc Luhan attribuisce grande importanza non solo al contenuto, ma anche alla forma che lo esprime; tutti ricordano la sua formula: Il medium è il messaggio. (Mc Luhan 1967) Il modo col quale viene espresso un sapere lo connota e ci invita ad accoglierlo con attenzione o con rispetto, oppure con dolcezza e trepidazione. Predispone ad un ascolto in cui prevale la razionalità oppure il sentimento, ci abbandoniamo all’esposizione, oppure ascoltiamo in modo analitico.

Vi invitiamo a fare un viaggio attraverso lo strumento comunicativo che ci permette di imparare dalla famiglia: la narrazione. Prima di addentrarci nell’analisi riguardante i rapporti tra le conoscenze dei genitori e la loro abilità narrativa occorre una breve approfondimento. Solo recentemente si sta dando importanza scientifica alla narrazione, inserendola negli strumenti funzionali alle scienze umane.

La ricerca in ambito educativo ha visto il prevalere della logica quantitativa e sperimentale caratterizzante il metodo delle scienze naturali. Sembrava fosse l’unica a garantire validità scientifica: È valido tutto ciò che è controllabile attraverso il calcolo. (Mortari 2007) Sono indicazioni che derivano dal modo di pensare positivistico, consolidatosi alla fine dell’800, utilizzato come metodo nelle scienze umane che vedono il loro statuto epistemologico diventare secondario rispetto alle scienze della natura: fisica, chimica, … L’applicazione del metodo del positivismo porta ad escludere dalle indagini quelle che vengono considerate qualità secondarie, tutto ciò che non può esser quantificato, come le emozioni e i sentimenti. Si perde il valore della totalità del sistema: alla conoscenza del tutto si perviene tramite la conoscenze delle proprietà delle parti. Questa impostazione non permette di prendere in considerazione la costruzione del significato, il senso che la realtà ha per gli umani e soprattutto non si fa riferimento all’intenzionalità che guida l’agire.

Questo modo di studiare la realtà entra in crisi nella prima metà del secolo scorso proprio in quelle scienze da cui ha avuto origine. Il reale viene inteso nelle sue interconnessioni, come rete dinamica e complessa di relazioni, l’osservazione scientifica non parte da un punto di vista distante e astratto, come l’entomologo che osserva l’insetto, ma come rapporto diretto tra soggetto e oggetto della ricerca. (Nagel 1988) A fronte di una visione isolata della realtà, nasce il concetto di approccio sistemico che si collega all’approccio evolutivo. (Capra 1990)

Un nuovo modo di studiare la realtà si afferma nelle scienze dell’uomo e rivaluta le conoscenze dei genitori che assumono dignità di sapere dell’esperienza. Vivono assieme ai figli, ne determinano la crescita. La contiguità spazio temporale che si istaura in famiglia permette un’interconnessione e una relazionalità che contribuisce a costruire la personalità dei figli.

 

Narrare/educare

La pratica della narrazione è da sempre stata esclusa dalla ricerca, poiché il narrare implica la partecipazione soggettiva dell’esperienza narrata, mentre il positivismo, concependo l’oggettività come obiettivo raggiungibile, a patto di realizzare una netta separazione tra ricercatore e oggetto della ricerca, richiedeva la messa fuori campo della soggettività. (Mortari 2007) Con la svolta ermeneutica la narrazione assume cittadinanza nell’ambito delle scienze umane, il pedagogista J. S. Bruner parla di verità narrativa. (Bruner 1992)

Narrazione ed educazione sono intimamente congiunte. Educare significa far crescere, sviluppare una persona e la narrazione ha caratteristiche evolutive. Si articola nel tempo e nello spazio ed è il genere letterario che più degli altri permette di identificare una persona. È in grado di esprimere la specificità, arricchendo di particolari ogni situazione. Collega gli eventi l’uno accanto all’altro e dà la possibilità di attribuire loro senso.

L’educazione e gli studi sull’educazione sono una forma di esperienza. La narrazione costituisce il miglior modo di rappresentare e comprendere l’esperienza. L’esperienza è ciò che studiamo e la studiamo narrativamente perché il pensiero narrativo è la forma chiave dell’esperienza. (Clandinin J. Connelly M. 2000)

Quando l’esperienza non è raccontata si dilegua, narrare l’esperienza è una necessità. La narrazione diventa particolarmente importante quando si tratta di educazione collettiva; Bruner sottolinea che siamo naturalmente portati a esprimere in forma narrativa l’esperienza, questo permette un più facile accesso alla coscienza delle persone.

Pregiudizi sulla genitorialità hanno rallentato lo studio delle competenze e conoscenze dei genitori. Innanzitutto l’idea che esista un istinto materno, un’invenzione degli scienziati al tempo della regina Vittoria. (Hrdy S. B. 2001) Si ipotizzava che le cure materne fossero legate al meccanismo dello stimolo risposta. Le fattezze, gli atteggiamenti del piccolo inducevano in modo automatico nella madre comportamenti di cura, smentendo il senso di responsabilità consapevole che ogni madre ha nei confronti del figlio. Veniva negato l’accudimento come scelta intenzionale. Il concetto di istinto annulla la dignità dell’agire genitoriale: tutto si riduce ad una serie di atti riflessi. In questo modo non si può inserire l’educazione familiare in una storia, in una narrazione intessuta di azioni consapevoli.

 

Diffondere genitorialità

La Metodologia chiede al genitore di partire da sé, di esprimere gli itinerari educativi compiuti coi figli. È dichiarazione autentica, narrando egli si riconosce autore di educazione, è operazione significativa dal punto di vista scientifico sociale. Il sapere esperienziale di chi è impegnato nella pratica educativa viene agito nel fare quotidiano, ma tende a rimanere tacito a causa della svalutazione cui da sempre nella nostra cultura è sottoposto il sapere pratico; accade così che molto sapere pedagogico fondamentale vada perso. (Mortari 2007)

La prima azione della Metodologia Pedagogia dei Genitori è la raccolta, la pubblicazione e la diffusione delle narrazioni dei percorsi educativi promossi dai genitori. Ogni educazione è differente dall’altra e contiene soluzioni diverse a problemi comuni. Come in Africa, quando un cantastorie griot, muore sparisce un pezzo di storia orale, così, quando un genitore non presenta l’educazione impartita, si perde parte della testimonianza educativa dell’umanità.

Queste narrazioni hanno importanza civile, servono a diffondere capillarmente la pratica dell’educazione. Rendono visibile il capitale sociale invisibile dell’educazione. La formazione genitoriale dovrebbe esser messa a bilancio dalla pubblica amministrazione, perché funzionale alla coesione sociale. Il senatore Robert Kennedy, criticando l’economicismo in un discorso del 18 Marzo 1968 di fronte agli studenti dell’Università del Kansas, affermava: Il Prodotto Interno Lordo non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago … non comprende la solidità dei valori familiari.

La valorizzazione della famiglia è funzionale all’educazione collettiva, rende più significativo l’intervento formativo verso le nuove generazioni. Allevare un figlio non è un fatto privato, quanto attività pubblica, la diffusione di queste narrazioni sottolinea il valore di cittadinanza attiva dell’azione dei genitori. Ogni famiglia è interfaccia tra l’individuo e la società e la sua impronta condiziona il comportamento e le relazioni che il soggetto avrà con gli altri. Nella società dell’informatica si parla di beni immateriali, ma il vero bene immateriale è l’educazione, in particolare quella familiare, che costituisce un bacino culturale educativo al quale la comunità può attingere, avendo cura di valorizzarlo e renderlo accessibile.

La Metodologia Pedagogia dei Genitori ha pubblicato decine di raccolte di narrazioni dei genitori che vengono diffuse nel territorio. La studiosa di statistica Linda Laura Sabbadini, mettendo in luce il fenomeno del crollo delle nascite, sottolinea la necessità di politiche per la creazione di un clima sociale favorevole alla maternità e alla paternità. (Sabbadini 2019) Lo si determina creando una cultura della genitorialità, sottolineando i valori che contiene, mettendo in luce l’importanza dell’azione dei genitori. Vengono raccolti i Diari di gravidanza che una volta servivano a documentare i momenti significativi, ora diventano testimonianza dell’amore genitoriale. Comunicano le gioie e i timori dell’attesa, i sogni, le speranze della famiglia. Costituiscono fattore di sviluppo: Ciascuno cresce solo se viene sognato, sottolinea in una sua poesia il sociologo Danilo Dolci.

Se le narrazioni genitoriali hanno valore sociale lo hanno in particolare per le future generazioni. Vengono raccolte oralmente nei Gruppi di narrazione, strumento della Metodologia, poi si chiede ai genitori di scriverle. Nello scritto la testimonianza si sedimenta: gli argomenti vengono scelti, come i vocaboli, le narrazioni diventano trasmissibili nello spazio e nel tempo e consegnate ai figli. È operazione educativo culturale fondamentale: i racconti sono impostati in termini positivi, testimoniano l’amore dei genitori, rimarranno un documento prezioso che suggella il patto educativo fatto al momento della nascita. Molte narrazioni propongono le qualità dei figli che vengono così convalidate e rafforzate.

 

Bibliografia

Barrie J. M. 2000, Le avventure di Peter Pan, Mursia, Milano

Bruner J. S. 1992, La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino

Bruner J. S. 1997, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano

Capra F. 1990, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano

Clandinin J. Connelly M. 2000, Narrative Inquiry, Jossey Bass, San Francisco

Hrdy S. B. 2001, Istinto materno. Tra natura e cultura. L’ambivalenza del ruolo femminile nella riproduzione della specie, Mondadori, Milano

Mc Luhan M. 1967, Il medium è il messaggio, Feltrinelli, Milano

Mortari L. 2007, Cultura della ricerca e pedagogia. Prospettive epistemologiche, Carocci, Roma

Nagel T 1988, Lo sguardo da nessun luogo, Mimesis Milano

Sabbadini L. L. 2019, Il crollo delle nascite mette in gioco il diritto alla maternità, La Stampa 8 Febbraio 2019.

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