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Per narrare le infanzie

Marco Veglia

 

L’occasione del Convegno «Narrare le infanzie» è senza dubbio assai preziosa, se non altro per ricordare a noi stessi ciò che siamo: creature narrative, animali che raccontano e che si raccontano. Sin dall’infanzia, fin da quell’origine complessa e composita del nostro cammino nella quale si tracciano le linee e i percorsi, le mappe di quello che sarà il nostro futuro, noi siamo parole. Le ricerche dei neuroscienziati hanno chiarito che il “salto” nella catena evolutiva è stato rappresentato dalla capacità dell’homo sapiens di distaccarsi dalla sequenza rigida dell’esperienza e di cominciare a inventare, a raccontare fatti non compiuti, ma soltanto immaginati o desiderati o sognati. La fictio è diventata così lo strumento per tessere rapporti, per consolidare comunità via via più estese (sulle favole, sulle illusioni, sui miti, si reggono infatti le comunità degli uomini, dalle famiglie agli Stati).

Ogni percorso identitario è per ciò stesso un percorso narrativo. Ogni crisi identitaria è per ciò stesso il segno di un deficit di immaginazione, di una mancanza di possibilità di raccontare e di raccontarsi una storia che tenga insieme, entro una dinamica prospettiva di senso, le gioie e le asperità della nostra esistenza. In un suo recente romanzo, David Lodge ci ha ricordato che noi «viviamo nel discorso come un pesce vive nell’acqua».

I sistemi giuridici sono composti di discorsi, la diplomazia si basa su discorsi; anche le credenze delle grandi religioni vivono discorsi. In un mondo in cui l’alfabetizzazione è in crescita e i media di comunicazione verbale si moltiplicano continuamente […], il discorso domina sempre più la nostra vita, persino nei suoi aspetti non verbali.

Se riflettiamo sull’acronimo del progetto FA.C.E., non possiamo che avvederci di come, per Farsi Comunità Educanti, occorre parlare e parlarsi, che è poi il solo modo per creare e per consolidare prossimità.

Da questo punto di vista la letteratura, non solo quella per l’infanzia, è fondamentale. Essa, attraverso le «emozioni razionali» che suscita, non diverse e anzi confermate dai «neuroni specchio» delle neuroscienze, educa all’incontro, al rispetto, al riconoscimento della dignità dell’altro. Non v’è altra esperienza nella quale, per le regole stesse del gioco, noi siamo indotti a prestare il nostro mondo, diciamo pure la nostra contingenza, all’alterità narrativa o lirica del nostro interlocutore, che, per esprimersi, per essere efficace, ha bisogno della nostra voce e del nutrimento della nostra umanità. Chi legge, insomma, impara non solo ad ascoltare e ad ascoltarsi, ma a leggere e a leggersi attraverso la «differenza» dell’altro (considerata piuttosto un’opportunità, qualcuno direbbe un dono o una grazia, piuttosto che un problema). Il libro ci legge mentre noi lo leggiamo.

Quando un adulto narra e si narra a un bambino, pertanto, si viene a determinare una sorta di fascinazione condivisa. «E tuttavia», scriveva in proposito Cristina Campo, «si sente spesso il bambino interrompere, volerne saper di più, insistere sulla forma di quella focaccia, la grandezza di quel giardino, il colore dell’abito della bisnonna durante quella passeggiata o quella festa». Oppure, incuriosito, il bambino domanderà, «corrugando le ciglia, tu quanti anni avevi allora. […]. Sei anni, sette anni, dirà il vecchio, e quasi in un responsorio segreto aggiungerà come te, uno meno, uno più di te». La curiosità del bambino rappresenta allora il suo sforzo di «vincere lo spazio, lo sgomento del viaggio inimmaginabile che sta fra lui e quel bambino passato in attesa in fondo al suo futuro». Ma lascio ancora la parola a Cristina Campo:

Rebus di limiti illimitati, l’infanzia. Di confini malcerti, magnificati dalla piccola statura (proprio come le magiche parole, compitate a rilento nel libro delle fiabe). Era il dosso, vellutato da una linea di sole e inaccessibile ai passetti minuti, oltre il quale doveva stendersi il prato incomparabile, la radura di Brocelianda. Era il cancello sempre chiuso, il boschetto solo sfiorato, il viale senza termine. Era, durante la passeggiata al crepuscolo, la rovina di un castello vertiginoso e statico che girava tramutando con i tornanti della strada. Era la grotta, appunto, il muschio indovinato, l’acqua nascosta.

Attraverso la narrazione, si crea infine «una corrispondenza assai più recondita fra scoprire e lasciarsi scoprire, configurare e configurarsi».

L’infanzia, nutrita e guidata da parole meditate e accurate, pensate e pensose, liete e responsabili, è certo il tempo e il luogo dove si edifica una «terrestre felicità».

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