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Perché dobbiamo raccontare storie ai nostri bambini

Massimo Ammanniti

Una ricerca americana conferma che i piccoli a cui gli adulti leggono favole, sviluppano maggiori capacità intellettive

Per generazioni e generazioni i genitori hanno giocato con i figli che iniziano a comprendere le parole, insegnando le parole delle illustrazioni dei libri che vengono poi ripetute dai bambini. Quando poi i bambini crescono i genitori raccontano oppure leggono delle storie o delle favole. Sono giochi che i genitori fanno spontaneamente e che ripropongono anche perché i bambini si divertono molto nell’interloquire con i genitori. Forse oggi qualcosa sta cambiando, i bambini hanno una specie di attrazione magnetica per lo schermo del cellulare o del tablet e dimostrano fin dai primi anni una particolare abilità nel maneggiarli. Sono giochi molto più solitari in cui viene stimolata e messa alla prova l’abilità personale, ma si perde lo scambio con i genitori.


Ma forse bisogna ritornare al passato, come dimostra una ricerca guidata dal pediatra John Hutton dell’Ospedale Pediatrico di Cincinnati, pubblicata sul Journal of Pediatrics. La ricerca ha studiato l’attività cerebrale di un gruppo di bambini dai 3 ai 5 anni con la risonanza magnetica funzionale mentre ascoltavano storie che venivano loro raccontate. I risultati hanno evidenziato che i bambini che avevano ascoltato più a lungo le storie raccontate dai loro genitori, mostravano una maggiore attivazione nell’emisfero cerebrale sinistro dell’area associativa parieto-temporo-occipitale, che secondo gli stessi ricercatori sarebbe “una regione spartiacque che integra gli stimoli multisensoriali, uditivi e visuali”.
Quando i bambini ascoltano una storia, immaginano i personaggi, i loro comportamenti e le situazioni m cui si trovano coinvolti, un vero e proprio film che viene costruito nella mente. E queste esperienze influiscono sulla passione futura per la lettura. Lo stesso Hutton ritiene che la visione di un filmato o di un video con la concretezza dell’immagine determini una specie di by-pass che semplifica il processo di elaborazione, mentre l’ascolto di una storia implica un lavorio più complesso di ricostruzione che promuove la creatività.

Ormai da tempo l’American Academy of Pediatrics raccomanda che i genitori inizino a raccontare storie ai bambini fin dalla nascita. Vi è un gap molto grande fra le famiglie, fra quelle che parlano con i figli e raccontano storie e quelle con scambi poveri e stereotipati. Una ricerca in Kansas ha messo in luce che una quota tra l’86 e il 98% delle parole pronunciate dai bambini a tre anni erano direttamente legate al vocabolario dei genitori, come anche la durata delle conversazioni e lo stile conversativo. Si è visto anche che i bambini di classi disagiate ascoltavano circa 600 parole l’ora, mentre i bambini delle classi operaie 1.200 e quelli dei ceti professionali circa 2.100. Il divario è enorme.
Per ritornare alle raccomandazioni dei pediatri americani lo scambio verbale fra genitori e figli è essenziale alla loro crescita e bisognerebbe limitare l’uso dello schermo. E questo vale non solo per i più piccini, ma anche per gli adolescenti.

la Repubblica, sabato 19 settembre 2015

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