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Perché guerriglia urbana?

Francesco Tonucci

Pedagogista


Tratto da: ¿Qué podemos esperar para los niños y niñas del 2050?

(In GRAO Especialista in Education, Rivista “Aula de Infantil”, n. 100, Luglio Agosto 2019, Barcellona).

 

Gli insegnanti probabilmente si chiederanno: “Ma è educativo educare i bambini alla ribellione?” La mia risposta è sì. E lo dico con serenità e sicurezza forte di quello che scriveva negli anni ’30 il grande educatore polacco Janush Korczak nella sua Magna Carta dei diritti dell’infanzia: “I bambini hanno il diritto di protestare di fronte alle ingiustizie”.

Questo libro ha certamente un titolo duro: “Manuale di guerriglia urbana per bambine e bambini che vogliono conoscere e difendere i loro diritti”, ed effettivamente vuol essere un libro di lotta, un libro che chiede ai bambini di non aver fiducia cieca in noi adulti, di vigilare se e quando non rispettiamo le promesse fatte, specialmente quando si tratta di promesse solenni come quelle di una legge internazionale che tutti gli stati hanno ratificato. Credo che educare i bambini alla difesa dei loro diritti e alla ribellione di fronte alle ingiustizie sia una buona educazione, che forma cittadini responsabili, attenti e battaglieri. È un libro che cerca, nel suo piccolo, di contribuire a quello che garantisce (teoricamente) l’articolo 42 della stessa Convenzione quando dice: “Gli Stati garantiscono che i contenuti di questa Convenzione siano conosciuti ampiamente e con mezzi adeguato tanto da parte degli adulti che da parte dei bambini”. Che debbano conoscerla gli adulti è evidente perché debbono osservarla e applicarla, ma perché i bambini? Per pretenderla, per rivendicarne l’applicazione, per protestare se questo non succede. Uno dei grandi problemi di questa importante legge internazionale, che è diventata legge di tutti gli stati che l’anno ratificata (ma con un valore giuridico più altro delle leggi ordinarie), è che dopo trenta anni quasi nessuno la conosce, né adulti né bambini, è quindi improbabile che venga rispettata e attuata. Non la conoscono i politici, i sindaci, i direttori didattici, gli insegnanti, i genitori. Questo piccolo libro vuol essere uno strumento perché bambine e bambini possano entrare nel mondo dei loro diritti e che si convincano che non c’è tempo da perdere, che debbono muoversi loro per smuovere l’inerzia e il disinteresse (o i diversi interessi) di noi adulti. È un libro che chiede ancora una volta ai bambini di dire: Basta!

 

 

Non presume illustrare ai bambini tutta la Convenzione, questo dovrebbero farlo la scuola, le città, le Università. Non vuole chiamare i nostri bambini a protestare in favore dei bambini che muoiono di fame e di sete, di malattie banali, che soffrono lo sfruttamento nel lavoro, nella sessualità, nella pratica della guerra o della criminalità, che sono esclusi dalla scuola. Di questo dovrà occuparsi la scuola. Queste pagine si occupano solo di pochi articoli, quelli che mi piace chiamare “della cittadinanza”. Dal 1989 dire ai bambini: “Voi siete i futuri cittadini” è una frase sbagliata, falsa. I bambini sono cittadini, piccoli però cittadini e in quanto tali hanno diritti di cittadinanza come il diritto a partecipare con le proprie opinioni, il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di associazione, ad una educazione che abbia come obiettivo principale lo sviluppo della loro personalità e il diritto al tempo libero e al gioco. Su questi diritti il libro invita i bambini a muoversi, a protestare se non vengono rispettati, a ribellarsi con le armi della lotta civile e non violenta come la parola, la scrittura e azioni concrete per far capire agli adulti che loro, i bambini, sanno, che sono attenti e preoccupati e sono disposti a scendere in campo personalmente.

Innanzi tutto si esamina l’articolo 3 che dice che in ogni caso l’interesse dei bambini deve essere considerato superiore. È come una norma generale che fa da sfondo e giustificazione dei tutti gli altri diritti contenuti nella Convenzione. Significa che ogni volta che l’interesse di un bambino entra in conflitto con quello di un adulto, deve prevalere. Questa norma apparentemente così chiara e ovvia, non si applica quasi mai. Per esempio i bambini vengono allattati non per il tempo che il loro corpo richiede, ma per quello che il contratto di lavoro della madre prevede; i bambini restano a scuola, fin da piccolissimi, non il tempo che desiderano e interessa loro, ma per tutto il tempo di cui i loro genitori che lavorano hanno bisogno; i bambini stanno per ore seduti a scuola contro l’interesse del loro corpo e dei loro desideri; i bambini sono privati del tempo libero e del gioco contro il loro interesse. Sono alcuni esempi, con i vostri bambini, potrete trovare molto altri e sono tutti “reati” perché sono tutte violazioni della legge spagnola che ha assunto la Convenzione fin dal 1990.

Poi si esamina l’articolo 12 che dice che i bambini hanno diritto ad esprimere il loro parere ogni volta che si prendono decisioni che li riguardino. Quindi nella famiglia, nella scuola e nella città si dovrebbero, consultare i figli, gli alunni, i piccoli cittadino, per conoscere il loro punto di vista, le loro proposte e le loro proteste. Le opinioni dei bambini farebbero un gran bene alla famiglia, alla scuola e alla città.

Per terzo si esamina l’articolo 13 che promette ai bambini la libertà di espressione e dice esplicitamente che i bambini hanno il diritto di scegliere i linguaggi con i quali esprimersi. Immagino che la scuola non lo sappia se i suoi alunni debbono esprimersi sempre e solo con i pochi linguaggi che interessano la scuola, i suoi programmi e i libri di testo.

Poi si esamina l’articolo 15 che garantisce la libertà di associazione. Ma i bambini e la bambine sanno che non possono neppure uscire di casa senza essere accompagnati e sembra abbastanza ridicolo pensare che si possano associare, incontrarsi per fare cose insieme (per esempio organizzare forme di lotta in difesa dei loro diritti) accompagnati dai genitori!

Poi l’articolo 29, che, come si diceva sopra, assicura ai bambini che la loro educazione sarà finalizzata a favorire lo sviluppo della loro personalità, delle loro facoltà e delle loro attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità. Questo è veramente un articolo sorprendente perché prevede che la scuola non debba essere preoccupata e interessata a formare buoni alunni, che raggiungano tutti e tutte gli obiettivi educativi previsti, ma che ciascuno possa essere se stesso, sviluppando i suoi personali talenti, fino al livello massimo possibile.

E per ultimo si ragiona sul diritto forse più importante e meno considerato: il diritto al tempo libero e al gioco. Non credo necessario spiegare a docenti perché il gioco va considerato l’attività in assoluto più importante nello sviluppo umano. Ma è certamente vero che le bambine e i bambini di oggi hanno perso completamente il tempo libero e con questo la possibilità di un gioco vero, autonomo, creativo, vissuto fuori di casa, fuori di scuola, con amici e amiche in spazi scelti perché adatti a quel gioco. La scuola e la famiglia debbono restituire tempo libero ai bambini non occupando il loro pomeriggio e la città deve essere capace di restituire alle persone lo spazio pubblico (oggi quasi completamente privatizzato da macchine private) perché ciascuno possa utilizzarlo per esercitare i propri diritti o le proprie necessità. I bambini giocando.

E cosa può fare la scuola su questi problemi? Lasciare che i suoi alunni, nel modo più libero e autonomo possibile, ma in forma cooperativa, lavorino, elaborino proposte, inventino strumenti di lotta. Naturalmente non dovrebbe mai essere una occasione per fare nuovi compiti in classe o per casa, non componimenti, ricerche o cose simili, ma identificare carenza e mancanze degli adulti ed elaborare forme efficaci di lotta. Greta Thunberg è un buon esempio: una adolescente che manifesta la sua paura per un futuro senza garanzie. Si può pensare a denunce pubbliche su giornali locali, a manifestazioni in spazi pubblici in orari extrascolastici e organizzati dai bambini stessi, a denunce effettuate con strumenti inventati appositamente (come per esempio le multe morali per le auto che ostacolano il movimento dei pedoni). L’importante è che i protagonisti siano le bambine e i bambini e non la scuola.

Nel libro si chiede che i bambini comunichino all’autore, attraverso la casa editrice, la documentazione delle loro lotte, delle ingiustizie riscontrate, delle vittorie o delle sconfitte ottenute nella speranza di poter pubblicare presto un nuovo libro scritto insieme loro ed io, per raccontare gli esiti di questa guerriglia. Anche in questo la scuola può aiutare i bambini.

Un’ultima richiesta viene fatta alla fine del libro: dopo aver conosciuto “ampiamente” tutta la Convenzione i bambine e le bambine dovrebbero comunicare se hanno un articolo che a loro piacerebbe che ci fosse e che invece non è presente. Anche in questo caso i contributi dovranno essere ovviamente personali.

Grazie!

Francesco Tonucci

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