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Perché non bisogna far sedere i bambini piccoli

Sylvie Lavergne

È pressoché intorno al periodo dei 6-9 mesi che, spontaneamente, l’adulto pone il bambino seduto a terra per giocare, di solito su un tappeto circondato da cuscini appoggiati alla base della schiena per sostenerlo, gambe allungate e divaricate, con dei giochi davanti a lui. Se l’adulto circonda il bimbo con cuscini, può darsi che non sia sicuro del suo equilibrio e che gli crei un’area comoda di recezione/accoglienza in caso di caduta … all’indietro?

Nel momento che chiediamo all’adulto se il bimbo si siede da solo, la risposta più frequente è: “Sì, sì sta seduto”. Se insistiamo un po’ nel porre la domanda: ”Come fa il bimbo a mettersi a sedere?”, la risposta più frequente è: ”Ah no, sono io che lo metto a sedere”.

Esiste uno rappresentazione stereotipata del bimbo piccolo che amerebbe giocare seduto per vedere il mondo, da cui deriva questa seduta spontanea per permettergli di giocare mentre sta seduto da solo. Questo comportamento indica una scarsa conoscenza dello sviluppo psicomotorio libero del bambino piccolo, costruito tappa dopo tappa autonomamente e in cui è l’unico iniziatore dei propri movimenti e delle proprie posture.

Una postura inadeguata al suo sviluppo

Non è mettendolo a sedere che il bimbo piccolo impara a conoscere il suo corpo, a servirsene, a controllarlo. Non è restando seduto che impara ad usare i muscoli, ad organizzare e unificare le varie parti del corpo tra di loro e neppure può giocare liberamente con gli oggetti. Non sono condizioni a lui favorevoli per variare i gesti e la motricità fine, né per giocare a lungo e tranquillamente.

Il bimbo messo a sedere non cambia posizione, non si esercita nella ricerca di movimenti e di azioni ricche e varie scelte da lui stesso.

Gli è impedito di muoversi con il proprio modo e ritmo. Può essere messo in questa posizione per un momento, un quarto d’ora, mezz’ora … o finché resiste. In ogni caso, tutto ciò dura troppo tempo per lui.

(Troppo) spesso il bimbo lascia la presa (smette di porre attenzione) per noia e fatica: inizia a piangere, a irrigidirsi con gambe e braccia e cade all’indietro sul tronco, tutto d’un blocco, le gambe restano verticali, il corpo è in preda a una tensione globale. L’adulto gli va in soccorso, lo prende in braccio, lo consola, e lo rimette seduto appoggiandolo ancor più contro i cuscini o mettendosi seduto dietro di lui per tenerlo seduto tra le proprie gambe. In questa posizione “forzata” il bimbo, malgrado lui, è come fissato in un’unica postura. È rigido, il suo corpo è diviso in due parti spezzettate, orientate in due posizioni spaziali opposte: verticale e orizzontale.

Da una parte testa e tronco sono verticali nel vuoto senza un appoggio fermo. I cuscini sono uno scarso sostegno (non affidabile) per la schiena. L’articolazione del collo è poco mobile. È difficile per lui alzare la testa, girarla a destra, sinistra, abbassarla verso gli oggetti o ancora seguire con lo sguardo i movimenti attorno a sé.

Tensione e disequilibrio

L’organo dell’equilibrio umano è l’orecchio interno che informa le persone circa la posizione angolare delle testa e sulla sua accelerazione. Nella posizione seduta il bambino deve trattenere il corpo e lottare contro la pesantezza, altrimenti il disequilibrio prende il sopravvento e il piccolo cade. A forza di tenere questa postura, la testa “rientra” tra le spalle, il collo si cancella e la schiena si incurva e si china. Testa e tronco sono un blocco solo e lo sguardo è diretto in una sola direzione. Il suo viso è concentrato e serio, fisso. Certi bimbi sono talmente tesi e duri, incurvano tanto la schiena, che sono seduti più sul punto basso della colonna vertebrale, a livello lombare, che sulle proprie natiche. A tal punto che quando questa tensione tocca anche le gambe, la durezza diventa visibile, i muscoli si tendono sino all’inizio delle dita dei piedi facendogli così sollevare i talloni dal suolo.

Possiamo immaginare lo stato delle tensioni interne, la sensazione di contrazione e di crampi che in quel momento lui può sentire e vivere. Capiamo allora che fa fatica e che questa posizione dalla quale non può uscire da solo lo stanca.

Una posizione più che scomoda

Le sue gambe sono orizzontali, distese sul suolo, divaricate una rispetto all’altra formando un triangolo aperto a partire dal tronco. I piedi formano un angolo retto con la caviglia, disposti verso l’alto. Il piccolo non può piegare le ginocchia, muovere le gambe, alternare i movimenti dell’una, dell’altra o di entrambe. Non le può né avvicinare, né raccogliere, né allungare, né far sì che i talloni si tocchino. Non può nemmeno ruotare le caviglie, né estendere i piedi, né muovere le dita dei piedi. Non può alzare le cosce per appoggiare le piante dei piedi al suolo, né picchiettare con i piedi a terra. Non può far altro se non lasciare le gambe e i piedi stesi e duri. Inoltre le gambe sono a lungo a contatto col suolo e le sue articolazioni poco mobili, perfino immobili. Alla lunga i piedi ruotano verso l’interno e gli alluci toccano il suolo.

Come “tagliato in due” nel corpo, il tronco in verticale e le gambe in orizzontale, il piccolo è immobilizzato in un corpo in cui le due parti si vivono in modo diverso nello spazio. Il tronco si deve tenere dritto nel vuoto senza aver fatto l’esperienza di una costruzione motoria e di una concatenazione di sostegni.

Movimenti ostacolati

Stando seduto sulle natiche, i piedi e la massa corporea “si serrano” sul bacino. Così come le gambe, le articolazioni della anche restano immobili, avvitando così il corpo al suolo. Il bimbo china la schiena per restare seduto, come per aumentare la superficie d’appoggio, un maggior contatto con il suolo. Le gambe non sono usate con scioltezza per riaggiustare l’equilibrio e regolare il tono della postura. Non sono indipendenti tra loro o utili una per l’altra in un’alternanza di movimenti: sono parallele e agiscono di concerto. Le braccia non possono fare gesti ampi in varie direzioni. Il bimbo alza le spalle e i gomiti si tengono serrati contro il torso. Le mani non possono essere distese né usate per manipolare oggetti. I movimenti della testa sono ridotti e orientati principalmente in avanti: girare la testa da una parte o dall’altra comporterebbe il rischio di perdere l’equilibrio.

Azioni complesse per lui

Il bimbo deve mantenere l’equilibrio del corpo sporgendosi in avanti per guardare gli oggetti, tendere le mani verso di essi, il tutto mantenendo la posizione inclinata. A volte mette una mano a piatto sul suolo per aiutarsi, poi prende l’oggetto con entrambe le mani in una presa serrata, lo solleva da terra, mantiene il proprio equilibrio corporeo raddrizzandosi a sedere, porta l’oggetto alla bocca tenendo la testa orientata verso le due mani, mantiene il corpo in equilibrio da seduto mentre gioca. Rivolto all’oggetto, il suo corpo si agita avanti e indietro, busto e testa, braccia e gambe si muovono assieme con piccole oscillazioni sulle natiche.

L’oggetto cade, lanciato dal bambino o per effetto del peso, creando un vuoto, un disequilibrio, una mancanza che coinvolgono il bambino che, a sua volta, perde l’equilibrio, lascia la presa e cade come un blocco solo a terra, spesso all’indietro, braccia aperte e gambe tese in verticale, il corpo resta fermo in questa posizione.

Posto a sedere in una posizione scelta da un altro, il bimbo ci resta dipendendo da un’esperienza corporea alla quale non ha accesso liberamente. Non può né assumerla né lasciarla da solo. È preso da un disagio fisico che va sempre più verso la tensione, quasi una sofferenza, di un equilibrio precario e delle tensioni, di una posizione fissa nello spazio, di un tempo in cui la sua attività si spegne per la noia di un gioco “ristretto”/limitato. Soffrendo allo stesso modo di un disagio psicologico che limita le sue esperienze, nei confronti dell’adulto che lo ha messo in questa posizione a cui lui chiede aiuto e tende le mani piangendo.

Il corpo mezzo di conoscenza

Durante i primi tre anni di vita, il bimbo impara a percepire e conoscere le diverse parti del proprio corpo. Ne fa l’inventario per prenderne coscienza progressivamente e servirsene sempre meglio nel tempo. È il periodo del “corpo vissuto” durante il quale si palesano e poi specializzano la motricità, la sensorialità e le relazioni.

È durante il suo primo anno che il bambino impara a passare dalla posizione “orizzontale” (disteso su schiena, pancia o a quattro zampe), a quella “verticale”, in postura seduta. Se l’adulto gli lascia la libertà di esercitarsi da solo, il bimbo impara a fare tutto spontaneamente e nella sequenza naturale. In effetti il corpo è lo strumento di conoscenza di se stessi e del mondo. Dobbiamo controllarlo per questi scopi, dobbiamo poterlo fare da soli e per noi stessi, provarlo per adattarci alle diverse situazioni che incontriamo.

Delle vere disfunzioni

Nel caso in cui la postura da seduto del bambino è imposta dall’adulto, non è il risultato di un susseguirsi di tappe motorie scoperte e usate da lui stesso. Il suo corpo fa fatica a metter in atto un’organizzazione al servizio di una evoluzione psicomotoria armoniosa. Appaiono allora alcune disfunzioni, per prima cosa a livello del suo corpo e in particolare del suo schema corporale.

Messo a sedere, il bimbo ha poca possibilità di muoversi, di usare il suo corpo intero o in parte in una varietà di esperienze per tentativi e errori di fare quello che desidera i suoi movimenti sono ripetitivi, rigidi sia nella loro esecuzione che nel loro scopo. Lui li inibisce nella ricerca e li limita nello spazio. L’inventario delle parti del suo corpo è ristretto, poco dettagliato come del resto è limitata l’esperienza di un corpo globale e unificato.

Per quello che riguarda il tono (muscolare), che regola la nostra vita emotiva, il piccolo mantiene certamente questa postura per lottare contro il peso e la caduta ma lo aggiusta in base alla posizione di testa e schiena. Lui si “tiene seduto”, vive la situazione in uno stato di tensione che aumenta in base al suo vissuto emozionale. Il piccolo reagisce a questo stato di malessere incrementando il tono muscolare e vivrà sempre più uno stato di spossatezza muscolare e posturale.

Un equilibrio difficile

Le condizioni del suo equilibrio da seduto sono precarie. Anche se le sue gambe stese e divaricate creano una grande area di contatto con il suolo, i minimi movimenti della testa, delle braccia, e le flessioni del tronco avanti e indietro, di lato o ancora in rotazione vanno a spostare il suo baricentro. I suoi movimenti modificano le condizioni del suo equilibrio e lo rendono più difficile da mantenere. Il piccolo perde la presa e l’equilibrio e cade, di solito all’indietro.

La coordinazione dei suoi movimenti è ostacolata dalle tensioni muscolari che lo ostacolano nel realizzare i suoi gesti in modo armonioso. Gli è difficile ad esempio alzare un solo braccio lasciando il resto del proprio corpo immobile. Ad ogni movimento partecipa tutto il corpo in un solo blocco. La coordinazione occhio-mano è imprecisa e limitata. Il piccolo deve restare attento ai movimenti della testa per mantenere l’equilibrio.

Il respiro si adatta a questa situazione di esercizi corporali imposti. È corto e debole. Può essere irregolare a causa degli sforzi per riequilibrarsi e poco diffuso a causa delle tensioni. Non è evidentemente disteso.

La sensibilità urtata

Questa posizione da seduto imposta ha anche un impatto a livello della sensibilità. Il piccolo messo seduto raccoglie in parte le informazioni del mondo focalizzato sulle sue sensazioni interne. In effetti è per mezzo dei nostri organi sensoriali che noi siamo in contatto con il mondo che ci circonda. Le nostre sensazioni interne ci danno informazioni sul nostro corpo. Per mantenere la postura da seduto, il piccolo è in una condizione corporale povera di sfumature. Le diverse posizioni delle varie parti del corpo sono poco differenziate. Le tensioni corporee progressive inducono tensione, dolore tendineo e muscolare.

Movimenti subiti

In questa postura il bambino non può esplorare lo spazio attraverso esperienze di spostamento. Non lo misura, né lo visita con il corpo in movimento. Non ne può disporre in base al bisogno: spostarsi, alzarsi, passare da orizzontale a verticale e viceversa. Ha poca presa sull’ambiente circostante. Lui ne occupa una porzione limitata al suo stesso corpo e all’ambiente prossimo. Non può imparare da solo ad orientare il corpo e difficilmente può girarsi a destra o sinistra o fare mezzo giro. Non può arrischiarsi a raggiungere un oggetto lontano o posto dietro di lui. Dal momento che si rapporta con difficoltà alle cose vicine o lontane o le raggiunge con difficoltà, il bambino subisce i movimenti e gli spostamenti attorno a lui.

È frequente vedere bimbi piccoli messi a sedere, spostarsi sulle natiche, creando uno spostamento a partire da questa postura. Il corpo verticale avanza sulle natiche con un movimento globale di avanti-indietro del bacino e delle gambe, aiutati da un braccio alzato e piegato a livello del gomito.

Il bimbo impara a costruirsi attraverso le proprie esperienze motorie, punto di partenza della sua memoria corporea, cardine della sua organizzazione psicomotoria. Si sposta da seduto, dato che da questa postura è il suo punto di partenza motorio e spaziale.

Una posizione passiva

Sul piano temporale, il ritmo e la velocità dei suoi movimenti e delle sue azioni sono rapidi e convulsi. Fintanto che è seduto è passivo, in un’attesa che può essere lunga nella quale si può perdere e diventare progressivamente passivo. Dal punto di vista relazionale il piccolo messo a sedere oscilla avanti e indietro, si concentra allora su quello che sente di questo ritmo iniziato da lui, estraniandosi dall’ambiente circostante e annoiandosi. In effetti non è molto stimolante questo restare seduti! L’attività si impoverisce. Poco rassicurato in questa postura, poco conoscitore dei movimenti e degli spostamenti e poco conscio delle proprie capacità, il piccolo è timido riguardo a ciò che vede e percepisce attorno a lui. Può mettersi a piangere se un bimbo si avvicina a lui. Non si può proteggere né seguire l’adulto che si allontana troppo da lui. Gli oggetti gli scappano spesso. La sua area di gioco è vuota, guarda allora attorno a sé, cerca il contatto di uno sguardo, chiama e si agita piangendo. Le sue emozioni si graduano in funzione del tempo di risposta dell’adulto interpellato. In questa situazione di dipendenza psicomotoria, non può che aspettarsi l’aiuto di un’altra persona, l’adulto che lo ha posto lì.

Un’esperienza da analizzare

Per capre meglio il vissuto psicomotorio del bambino in questa postura seduta indotta, ecco un’esperienza che è bene sperimentare. Mettetevi seduti nelle stesse condizioni del bimbo e non muovetevi. Osservate la vostra funzione psicomotoria concentrandoci prima sulla posizione di ogni parte del vostro corpo, ognuna separatamente e poi ognuna in rapporto alle altre. Infine, sempre mantenendo la posizione seduta, osservate le vostre possibilità motorie: i movimenti, l’ampiezza, la velocità e la flessibilità.

Guardate infine il vostro tono muscolare di postura: che parti del corpo sono distese, quali in tensione? Continuate l’osservazione concentrandovi sul respiro, regolarità e ampiezza. Che contati corporali avete con il mondo esterno? Infine, quanto tempo siete rimasti in questa posizione? Avete voglia, bisogno di muovervi? Quali parti del corpo?

Osservare le reazioni del bambino

Si può fare una seconda esperienza per affinare la nostra percezione delle sensazioni del bambino in questa postura seduta non scelta da lui: quali sono le sue possibilità corporee, le espressioni del viso, la gestualità, la motricità fine, i contatti con voi e il mondo esterno, la qualità dei suoi giochi, ecc.?

Nel momento in cui l’adulto permette al bambino di sedersi da solo, in cui crea le condizioni favorevoli perché si eserciti, conosca le cause dietro agli atteggiamenti naturali, il bambino esprime la sue capacità di fare naturalmente, comunicando “sono io che mi metto seduto”. Non c’è alcuna urgenza che un bambino resti seduto, come sottolinea il commento del DVD prodotto da Pikler Loczy “indipendentemente da solo”: “I bambini che non sono ostacolati nei movimenti di solito non stanno seduti. Non è stando seduti che si rende più forte la schiena. Se i bambini si rotolano sulla schiena e sulla pancia, se stanno spesso con la pancia a terra, staranno ben dritti più tardi quando staranno seduti”.

(da « L’assmat », Le mensuel d’informations professionnelles des assistantes maternelles et assistantes familiales, n. 118 aprile 2013, Groupe Martin média, Meuse), trad. it. Francesca Gambini.

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Eventi:

Milano: Approccio Pikler – Il ruolo autonomo del bambino
Cesena: Approccio Pikler – Un percorso di formazione

Documentazione:

Quando i bambini giocano
Cura è educazione
Cura è apprendimento: ovvero “corpo tras-curato alla scuola dell’Infanzia?”

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