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Perdere tempo…

Diana Penso


Il tempo degli insegnanti

Capita oggi di ascoltare, nei racconti degli insegnanti, che si sentano oppressi da mille richieste:
“la scuola è diventata un progettificio”, si lamentano. Per accontentare le aspettative dei genitori, per adempiere a compiti amministrativi, per essere “efficienti”, si dedica molta attenzione agli aspetti più visibili della scuola: programmazioni, progetti, verifiche, documentazioni, lavoretti, cartelloni, spettacoli …
Ci si smarrisce in questo mare di richieste, di aspettative, sembra di dover inseguire e realizzare un modello di scuola nel quale l’aspetto più evidente in realtà è la mancanza di tempo e il non poter arrivare a tutto… I docenti passano velocemente da un’attività a un’altra, cercando di colmare quelli che appaiono momenti vuoti, privi di occupazioni; si spostano da un luogo a un altro, nell’illusione che solo il fatto di entrare in un laboratorio, apra magicamente le porte alla creatività e all’espressività, prestano più attenzione ai prodotti che ai percorsi.
Allo stesso tempo poi, nei Documenti ufficiali, viene raccomandato di ascoltare i bambini.
Ma come ascoltare in una scuola che taglia tempi, che riduce spazi e risorse, che chiede di essere sempre più produttivi? Nella scuola di oggi non c’è spazio per accogliere le parole, i racconti, i sogni, le emozioni dei bambini, non c’è soprattutto tempo di aspettare…
L’ascolto non è solo una capacità generica di relazione affettiva: per concretizzarsi esso ha bisogno di calarsi in tempi e spazi adeguati, in contesti organizzati, dove ci sia la possibilità di stare in pochi e anche in tanti, nei quali sia previsto il tempo di fermarsi e raccontare.

Il tempo dei bambini

A scuola i bambini oggi trascorrono giornate progettate e gestite dagli adulti, riempite con attività disparate, spesso separate e non connesse tra loro, svolte da educatori e insegnanti specializzati differenti (psicomotricista, insegnante di teatro, insegnante d’inglese).
Ma non basta, dopo il tempo di scuola, i bambini cominciano l’attività del pomeriggio, imparano una lingua prima del compimento del terzo anno di età (perché è ormai di conoscenza comune che i neuroni, preposti al linguaggio, si attivano entro quella data). E poi attività sportive, calcio o danza, per tradizione i più adatti a sviluppare scatto atletico nei maschi e grazia nelle femmine, o ancora le nuove discipline: rugby, scherma, golf, canoa.
Se poi un bambino si mette in disparte, o dimostra di non voler partecipare alle diverse attività, ci si preoccupa. Allora lo si stimola, lo si sollecita a partecipare, a comunicare con gli altri, a “fare”: sembra che stare nella calma, permettersi una sosta, siano un lusso, un comportamento inutile, se non dannoso.
Il tempo libero dei bambini è stato riempito, ma un tempo riempito non è sinonimo di un tempo vissuto pienamente, anzi. Più il tempo viene imbottito di ap¬puntamenti e più si rischia di viverlo in modo superfi¬ciale, di corsa, senza godere le cose in profondità. Senza soffermarvisi, senza ricordare, aspettare, rielaborare, per poi poter ripartire verso l’impegno successivo.
Dove sono andati a finire il tempo della solitudine, nel quale era possibile lasciare libero corso alle proprie fantasie, il tempo per nascondersi, i momenti di isolamento per ascoltare il proprio mondo interiore?
Winnicott ci ricorda l’importanza degli spazi della solitudine “E’ proprio l’inattività il sottrarsi alle occupazioni esterne che favorisce l’emergere di quelle fantasticherie spesso scoraggiate, perché considerate fuori della realtà, ma estremamente utili per brevi incursioni in mondi irrazionali.”
Una volta, il tempo “vuoto”, ampio, disteso, genero¬so, a volte noioso, era una delle caratteristiche dell’in¬fanzia. Erano tempi lunghi e “vuoti”, cioè non organizzati se non da se stessi.
C’era confidenza con il “vuoto”, che in realtà era “pieno”, ricco delle proprie capacità di giocare con niente, anche di momenti “morti” di soste, di noia, dai quali poteva scaturire qualche nuovo progetto.

La pedagogia lenta

Negli ultimi anni contro questa tendenza efficientista e competitiva, è sorta in ambito pedagogico una corrente di pensiero definita “slow” che sostiene all’opposto, il valore educativo dell’apprendimento basato su processi naturali, in cui i ritmi temporali abbiano i tempi giusti, una riflessione pedagogica, denominata spesso anche pedagogia lenta.
All’elogio della lentezza e dell’ozio e alle strategie didattiche di rallentamento, non affidate solo al singolo insegnante ma raccomandate come occasioni di riflessione a tutta la società, fanno riferimento molti testi di pedagogia attuali, quali “La pedagogia della lumaca” di G. Zavalloni e “Slow-school” di P. Ritscher.
Nel libro “La pedagogia della lumaca”, G. Zavalloni propone la visione di un tempo educativo rispettoso della tranquillità, della lentezza e della pazienza, strumenti necessari per uno sviluppo formativo naturale e permanente.
La prima strategia è quella di saper perdere tempo per parlare con i bambini, per valorizzare il tempo della scoperta, della conoscenza dei vissuti personali, della costruzione di buone regole del vivere insieme, per dare spazio ed insegnare l’ascolto autentico, per verificare la capacità di sorprenderci e stupirci, per recuperare il tempo disteso, cambiare le strategie metodologico – didattiche, garantire un apprendimento reale.
Altre strategie indispensabili per rallentare il ritmo frenetico che ci sta incalzando tutti, saranno fondate dal recupero del piacere. Piacere di sostare, passeggiare, andare a piedi, scoprire particolari mai visti, assaporare le piccole cose, imparare a farle uscire dallo sfondo, riscoprire gli odori, dare rilievo alle sensazioni, valorizzare le emozioni…
Il pensiero dell’“educazione lenta” attraverso le sue suggestioni, intende promuovere la riflessione, a partire dagli insegnanti, i genitori, i Dirigenti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento nell’apprendimento, non solo nei luoghi e nei tempi scolastici ma anche negli spazi e nei tempi sociali, laddove si intessono le relazioni interpersonali minacciate oggi da un’eccessiva superficialità e rapidità.
“ Va preso più tempo per le situazioni informali, tempo per cogliere gli spunti occasionali e per parlarne insie¬me. Tempo per esplorare le pozzanghere e per osser¬vare le formiche che vanno e vengono in fila. Tempo per ragionarci sopra insieme: perché l’acqua sparisce dalle pozze? Come fanno le formiche a riconoscere la strada? E quando vanno sotto terra che cosa fanno? Va previsto il tempo per guardare fuori dalle finestre per osservare insieme il mondo attorno a noi. ”

Il valore pedagogico del perdere tempo

Nel mio lavoro d’insegnante ho imparato a conoscere i miei bambini quando ho cominciato a perdere tempo con loro, ad osservarli per comprenderli, ad ascoltarli per entrare nel mondo dei loro ragionamenti e delle loro ipotesi fantastiche.
L’arte dell’educare è questione assai lunga e complessa, che non si risolve e non si esaurisce con lo studio o con l’acquisto di guide didattiche o con il confronto e il dibattito dei corsi di aggiornamento.
La pratica educativa, quella che consente di stabilire un rapporto affettivo, quella che permette di lavorare in armonia, quella che rende possibile la conoscenza e la comprensione, non è scritta da nessuna parte e nessun esperto la può trasmettere o comunicare.
Come far tornare la calma in un momento di confusione? Quando un bambino va rimproverato e quando al contrario va lasciato fare? Non esiste una soluzione unica uguale per tutti, trasferibile, occorre trovare il tempo per fermarsi, di accorgersi di… di entrare nei panni dell’altro, stare in empatia.
La lentezza di un bambino mi aiutava a rallentare tempi troppo frenetici, l’attivismo di un altro mi costringeva a cogliere aspetti della realtà che non avevo osservato.
Forse la pedagogia della lumaca, la pedagogia lenta, potranno aprire nuove strade di ricerca, potranno aiutarci a individuare nuove strategie didattiche, potranno migliorare la nostra capacità di osservare e di accorgerci, di stare nelle situazioni e nelle relazioni, senza giudicare e senza aspettative.
Potranno aiutarci a comprendere che più che inseguire un modello di scuola impossibile da raggiungere e realizzare, è possibile vivere una dimensione sufficientemente buona, dove il rispetto dei tempi, dalle relazioni agli aspetti più prettamente didattici, venga accolto, riconosciuto, perché proprio da queste lentezze e queste attese, potranno sorgere nuove forme di apprendimento e di relazioni.
Allora la scuola potrà trasformarsi in un luogo dove ci sia spazio per perdere tempo, spazio dove sia possibile esprimere la propria originalità e la propria singolarità, generare nuovi pensieri e nuove parole, dove sia possibile trovare zone di solitudine per ascoltare il proprio mondo interiore, dove più che l’efficienza e la produttività venga accettata e riconosciuta il tempo della persona…

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