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Quando il politically è troppo correct

Elasti (Claudia De Lillo)

Succede negli Usa: pronomi al posto del nome per superare il maschile-femminile. Ma la spinta all’inclusione può diventare una stupida mania

Hanno cinque e sei anni e arrivano alla spicciolata, sgangherati e sbilenchi come la loro età richiede. Indossano stivali da pioggia colorati o scarponcini per camminare, alcuni tengono stretti dei pupazzi di pezza, una foca, una scimmia, un porcospino. Sono le otto e mezza del mattino e la loro giornata da giovani esploratori sta per iniziare. Le educatrici chiedono di disporsi in cerchio e loro, inaspettatamente disciplinati, obbediscono. «Buongiorno a tutti», salutano le insegnanti. «Come prima cosa vorremmo che ognuno di voi ci ricordasse il suo nome e il pronome che preferisce per sé». Un lieve sconcerto serpeggia fra i presenti. E possibile che il concetto di pronome non sia del tutto familiare a menti tanto acerbe, a maggior ragione in un paese in cui la grammatica non viene insegnata nelle scuole elementari. «Io per esempio sono Corinne e scelgo il pronome They, loro. Pertanto, quando parlate di me, vi prego di non indicarmi come She, lei, come He, lui, ma come “Loro”. Adesso è il vostro turno». Corinne, o Loro che dir si voglia, tace, o tacciono. A quel punto ognuno dice la sua, con diversi gradi di consapevolezza e convinzione. «I’ll go by Dude, io scelgo Tizio», annuncia un ragazzino, dopo averci pensato a lungo. Corinne si innervosisce un po’, ma soprassiede.

Questo rito si ripete, uguale a se stesso, nel caso qualcuno cambiasse idea nella notte, ogni mattina al campo naturalista che hanno frequentato i miei figli quest’estate nel Massachusetts.

Ma non solo li. È infatti pratica sempre più comune negli Stati Uniti chiedere all’interlocutore «Which pronom do you go by?››, per consentire a chiunque di sentirsi rappresentato dalla propria lingua. E se la lingua non abbraccia l’intera gamma delle identità possibili, il problema è presto risolto: si inventano nuove parole inclusive. Così in alcune università, nei colloqui fra studenti e professori, questi ultimi devono per prima cosa mostrare un elenco di pronomi fra i quali scegliere. Oltre a quelli tradizionali, nel menu, ci sono Ae, Ey, Per, Ve, Xe, Zie, nella speranza di trovarne uno a propria immagine e somiglianza.

Nella maggior parte degli Stati Uniti, i diritti civili di omosessuali, bisessuali e transgender (Lgbt) sono ben più avanzati che da noi e il livello di consapevolezza e accettazione su questi temi è più evoluto. Per questo sono un esempio da seguire. Perché ognuno di noi ha diritto di essere se stesso e di scegliere liberamente la propria sessualità e la propria identità di genere. E perché ognuno di noi ha diritto di essere riconosciuto per quello che è dalla società e dai singoli, con rispetto e considerazione.

Eppure mi domando se questa attenzione spasmodica, talvolta di ardua gestione, per la forma dell`interazione, riesca veramente a nutrirne la sostanza o piuttosto non si limiti a vestirla di troppi strati, coprendone la gracilità.

«Facciamo una partita a calcio maschi contro femmine?››, ha proposto un incauto giovane esploratore. «Non è possibile», ha detto l’educatrice, spiegando che coloro che non si riconoscevano in quella riduttiva divisione binaria sarebbero stati esclusi dal gioco. A nessuno è venuto in mente che c’erano delle alternative altrettanto binarie, ma più inclusive come, per esempio, il colore chiaro o scuro degli occhi. «Quelli che non si riconoscono possono fare i pali!», ha malamente azzardato l’esploratore. Che è stato severamente redarguito, mentre la partita è stata vietata. A quel punto, una ragazzina ha proposto di cantare una canzone africana per bambini in swahili che le aveva insegnato la nonna. «Non è possibile», ha replicato l’educatrice. «Perché?››. «Perché ho controllato su Google e la traduzione del titolo della tua canzone è Uomo forte ed è inaccettabile cantare tutti insieme la forza virile maschile».

 

Claudia de Lillo dal 2010 racconta su D la sua – e nostra – vita di donna, mamma, blogger (nonsolomamma.com). Ha ricevuto l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica per aver inventato il personaggio di Elasti. Il suo ultimo libro è Alla pari (Einaudi).

D La Repubblica 22 SETTEMBRE 2018

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