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Rette record e posti vuoti
La grande fuga dagli asili nido

Repubblica, mercoledì 5 maggio, ha dedicato un paginone inchiesta all’asilo nido con una presentazione del futuro come un disastro annunciato.

Abbiamo intervistato telefonicamente Aldo Fortunati, Direttore AREA EDUCATIVA dell’Istituto degli Innocenti di Firenze chiedendogli elementi più concreti per la lettura del fenomeno.

ci sono dati attendibili sulla effettiva chiusura dei Nidi nel corso dell’ultimo anno (o come attesa per l’anno in corso)? Possiamo quantificare anche per tipologia di Ente gestore e per area geografica?

I dati sono disponibili da tempo e li abbiamo commentati con puntualità negli ultimi rapporti nazionali di monitoraggio commissionatici dal governo (cfr. in ultimo http://www.minori.it/sites/default/files/rapporto_nidi.pdf).

Facendo sintesi dei dati, negli ultimi 10 anni la spesa dei comuni (cfr. in ultimo http://www.istat.it/it/archivio/129403) per sostenere i costi dei nidi comunali o privati convenzionati è cresciuta di quasi il 50% fino ad arrivare a oltre un miliardo e mezzo di euro all’anno, con un recupero dei costi a carico delle famiglie inferiore in media al 20%; tuttavia dal 2011 si segnala una contrazione di tale spesa e, in corrispondenza con questo, una diminuzione dei bambini accolti (-5% circa) e delle stesse domande di accesso (-2,5%).

Non abbiamo dati così sistematici sui nidi privati non convenzionati, nei quali è facile supporre che si sommino due fenomeni critici: il primo legato alla spinta a contrarre i costi di gestione con rischio per la qualità, e il secondo quello a selezionare ulteriormente le famiglie utenti in base al potere di spesa (considerando che un nido privato ha in genere una retta superiore a quella di un nido comunale o convenzionato).

Ora, interpretare – in questo quadro – la riduzione della domanda e dell’accoglienza come conseguenza di un minor bisogno di servizi da parte delle famiglie è semplicemente una scemenza.

Da sempre è noto che la penuria dell’offerta di servizi – caso emblematico il mezzogiorno – deprime l’espressione della domanda, mentre la “forza quantitativa” del sistema dell’offerta – nella maggior parte delle aree del centro-nord – conduce alle liste di attesa; è chiaro tuttavia che i servizi non devono essere solo disponibili, devono anche essere accessibili e quando l’accesso è condizionato da una retta e i finanziamenti pubblici a supporto dei costi diminuiscono è naturale che le famiglie siano allontanate dai servizi; ma sono i servizi che non accolgono, non le famiglie che non hanno bisogno, come ben si vede nei dati dell’indagine su “nidi e/in crisi” svolta dall’Istituto degli Innocenti di Firenze che ci segnala come il 12% circa dei bambini che trova posto al nido rinuncia al posto prima di iniziare la frequenza, mentre, di quelli che iniziano, il 9% circa si dimette dopo qualche mese e un altro 16% circa prosegue senza pagare la retta (cfr. per esempio http://www.minoritoscana.it/?q=node/697 e http://www.minoritoscana.it/sites/default/files/Presentazione%20Fortunati_0.pdf).

quali le motivazioni? sono quantificabili per tipologia?

L’Europa – per prenderla larga – dice da tempo che le politiche di diffusione dei servizi per l’infanzia non devono essere solo quantitative ma devono considerare anche gli aspetti legati alla qualità e all’accessibilità; ed è chiaro che queste tre cose si tengono in piedi se dietro c’è la politica pubblica e i finanziamenti pubblici; senza politica pubblica, in particolare, vengono meno le garanzie di qualità e, ancora, senza politica pubblica l’accessibilità non è un diritto ma una possibilità legata al potere di spesa della singola famiglia.

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole e anzi, dopo aver sviluppato importanti ed esemplari esperienze di integrazione fra pubblico e privato nella gestione dei servizi, siamo pronti anche a ragionare dei costi in modo molto razionale e controllato (i dati ci dicono che un nido costa come una scuola dell’infanzia), ma nessuno pensi che si possa risolvere il problema mettendolo come al solito sulle spalle delle famiglie; la politica innanzitutto deve fare la sua parte.

le motivazioni del calo delle nascite: come incidono e che cosa possiamo prevedere a breve – medio termine

Le motivazioni del calo delle nascite sono talmente complesse che considero azzardato rispondere dando spiegazioni; diverso il caso delle previsioni, queste si ben chiare e attendibili nel dirci che, nonostante il contributo delle donne straniere (che tuttavia dalla seconda generazione assumono le abitudini procreative delle donne italiane) perderemo circa 10.000 bambini all’anno nei prossimi 15 anni sia nella fascia 0-2 che in quella 3-5. Ora, senza fare discorsi complessi, è evidente che le donne sono sostenute nel fare figli se sono soddisfatte della loro istruzione e del loro lavoro e che difficilmente possono esserlo senza avere opportunità derivanti da politiche di conciliazione che tengano insieme congedi parentali e servizi di qualità disponibili e accessibili.

la disoccupazione di uno dei genitori: che domanda innesta? nido flessibile? a tempo?

Ci sono tanti modi di affrontare le crisi e il primo pensiero – nel caso dei servizi per l’infanzia – continua purtroppo spesso ad essere quello di restaurare le loro funzioni ancellari dell’organizzazione del lavoro dei genitori; è sbagliato non solo dal punto di vista culturale – perchè vuol dire dimenticarsi della centralità dei bambini – ma lo è anche da tutti gli altri punti di vista, a cominciare dal fatto che “precarizzare” i tempi di funzionamento di un servizio e quelli della sua frequenza incide fortemente e negativamente sulla qualità, sulla tenuta gestionale, sul turn over degli operatori, etc. etc. etc.

le rette: sono veramente proibitive nonostante le fasce, l’isee, ecc.? Che fasce di utenza intacca? Chi resta al Nido?

Sono un po’ scocciato di questo dibattere vano sulle rette in una situazione in cui continuiamo a convivere con differenze e incoerenze del tutto ingiustificate e meno che mai comprensibili per le famiglie; tutti i servizi a domanda individuale risentono della crisi, anche quelli che costano molto meno di un nido, come la refezione scolastica, e che totalizzano sempre maggiori indicatori di evasione dal pagamento; non stupisce che il nido ponga difficoltà anche dopo l’applicazione delle agevolazioni di accesso legate all’ISEE: quando un nucleo familiare passa da bi-reddito a mono-reddito è proprio così difficile intendere che la prima scelta obbligata diventa quella di tenere a casa, insieme alla madre, anche il bambino?

Il resto sono chiacchiere, compreso il continuare a sciacquarsi la bocca con la promessa di togliere i nidi dai servizi a domanda individuale.

Se la prospettiva 0-6 ha un senso, partiamo dalla constatazione che – nel caso delle scuole dell’infanzia – nessuno discute di rischi di disaffezione delle famiglie al servizio nè di flessioni della domanda, e questo accade perché, semplicemente, le scuole dell’infanzia ci sono per tutti i bambini e sono in modo largamente prevalente gratuite per le famiglie; facciamo semplicemente questo anche nel caso dei nidi, forse ne guadagneranno, in un sol colpo, i bambini, le famiglie e lo sguardo della nostra società sul futuro

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Documentazione:

Calo delle nascite

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